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    Dol's Magazine
    Home»Costume e società»Attualità»No, tu non tiri dritto
    Attualità

    No, tu non tiri dritto

    Silvia RossiniBy Silvia Rossini06/02/2019Nessun commento6 Mins Read
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    Ho visto in rete la vignetta in copertina, che secondo me rappresenta in modo tristemente realistico il clima socio-culturale che ha dato origine alla fase politica che stiamo attualmente vivendo, soprattutto se la consideriamo nel contesto dei vergognosi provvedimenti del Governo in materia di struttura sociale.

    Sembra assurdo, ma nel 2019 il potere è ancora visto legato alle dimensioni e alla funzionalità di un organo nemmeno troppo estetico, se vogliamo, che la natura ha dato al maschio della specie umana per procreare. Proviamo a rovesciare le parti e a indagare se le donne che occupano una posizione sociale o economica elevata abbiano mai messo in correlazione il proprio successo con la loro vagina, per esempio e scopriremo che no, non è mai successo. Il pene, invece, ha tutte le qualità che il fallocrate nostrano si augura per poter governare: è più o meno lungo, più o meno duro, più o meno dritto e questo si tradurrebbe in una rettitudine di intenti e di moralità, in una inflessibilità disciplinare e in una capacità di portare a termine i duri compiti dei governanti. L’equazione che scatta immediata in questi crani è: chi scopa duro, governa duro. E così è tutto un florilegio di posizioni come: “Io non mollo”, “io tiro dritto”, supportati, esattamente come accade nella vignetta, non già da eccezionali qualità virili, ma da un atto violento e falso come quello del braccio sollevato nel saluto romano, dal chiaro rimando fallocentrico, del resto.

    Che siano i maschi a crederci davvero, non mi stupisce troppo. Ho una figlia in quinta elementare e sono già due anni che i suoi compagni non fanno altro che parlare del loro pene, canzonandosi con frasi come “non ce l’hai” o simili. Questo dovrebbe farci riflettere moltissimo sul tipo di educazione che diamo ai nostri figli maschi, sulla qualità di un insegnamento etico e morale che pone al centro della loro realizzazione come persone il proprio organo sessuale, ma chiedere questo alla nostra società è evidentemente troppo, dal momento che abbiamo al governo un partito che fin dalla sua fondazione si vanta di “averlo duro”. Sarebbe da obiettare che da qualche parte bisognerebbe cominciare e che iniziare dalle nuove generazioni sarebbe l’ideale, ma ci si dimentica che le nuove generazioni sono figlie delle vecchie e che cavare qualcosa da noi genitori falliti è molto difficile. Ovviamente, per questi bambini, le compagne femmine in quanto prive di quello che rende uomo l’uomo, che lo realizza così splendidamente e che gli dà tutte le qualità necessarie all’eccellenza, sono deboli, inferiori, disprezzabili. Non siamo ancora arrivati alla funzione decorativa di esaltazione del maschio, ma temo che non siamo tanto lontani.

    Non siamo lontani nel contesto di una quinta elementare. Nel contesto sociale, invece, siamo già “oltre”. O forse dovrei dire che siamo ancora “prima”. Le donne, mai come ora, sono viste come gradevoli gingilli decorativi, prive di qualità morali o intellettuali che possano dare loro gli stessi diritti rappresentativi e pubblici dei maschi, atte solamente alla riproduzione e al lavoro di cura, in casa, soggette al volere e alla guida del marito che, grazie al proprio organo sessuale, ormai lo sappiamo, è in grado di dirigere la famiglia verso il traguardo: “vai e popola la Terra”.

    La casa editrice AnankeLab ha pubblicato l’anno scorso “Anatomia dell’oppressione”, scritto da due esponenti del movimento Femen, che racconta come le tre principali religioni monoteistiche siano fondate su e perpetrino l’idea che le donne siano disprezzabile carne da riproduzione e basta. Causa primaria di tutte le disgrazie del mondo e assolutamente inferiori rispetto all’uomo. E questo è ben chiaro anche se si osservano le esternazioni in termini femminili che questo governo celodurista sta sfacciatamente portando avanti con la cieca determinazione di un pene in erezione (guarda caso). Prendiamo ad esempio il famigerato ddl Pillon, che mira a impedire il divorzio e a porre nuovamente il padre a capo della famiglia, come signore e padrone della moglie e dei figli. Questo ddl, spiegava ieri sera a Monza la sociologa Carlotta Cossutta, durante un incontro organizzato dal centro antiviolenza CADOM e da Non Una di Meno, ha le sue origini nel family day di Massimo Gandolfini (uno dei massimi esponenti dei pro-life) e nelle idee di Costanza Miriani che portano avanti l’idea profondamente radicata nel cattolicesimo, a partire da San Paolo (non Gesù, Gesù, se lo vogliamo leggere attraverso tutti i documenti e i racconti a lui collegati, era un rivoluzionario femminista), che l’uomo deve essere a capo della donna, così come Dio lo è della Chiesa.

    I maschi bianchi, cattolici ed eterosessuali hanno l’ossessione del pene. Vedono ogni cosa solo in funzione del proprio organo genitale e la classificano come positiva o negativa a seconda dell’effetto che hanno sul pene: si narra che le persone di colore abbiano il pene più grosso dei bianchi? Pollice verso. Guerra ai migranti. L’Islam ha una narrativa erotica di successo cui i nostri tiepidi benpensanti o angelicati poeti non stanno nemmeno accanto? Pene moscio, ops, volevo dire pollice verso. Tutto quello che riguarda l’Islam è da cancellare. Una donna siede in un posto di potere lasciando balenare la pericolosissima idea che in realtà non sia il pene l’origine di ogni qualità? Per carità, deve morire.

    Se la guardiamo bene, la storia dell’umanità così come ci viene raccontata è un susseguirsi di fallocrati intenti a giocare a chi piscia più lontano.

    Lo spiega bene Riane Eisler, nel suo meraviglioso libro “Il calice e la spada” (https://www.dols.it/2018/05/24/letture-e-lettura-atti-di-civilta/): i periodi di maggiore progresso e civiltà nella storia dell’uomo sono legati a una concezione “gilanica” del potere e della società, ovvero l’idea che uomini e donne debbano collaborare e siano ugualmente portatori di diritti e doveri, mentre i periodi più bui, di crisi, sono stati sempre caratterizzati da un modello androcentrico di potere.

    Anche in questo periodo sono le donne le uniche in grado di reagire: il movimento Non Una di Meno riempie le piazze a ogni chiamata. Le manifestazioni in più di 60 città contro il ddl Pillon hanno visto una cospicua partecipazione soprattutto femminile. Greta, la ragazza coraggiosa che sta muovendo il mondo verso la consapevolezza della gravità degli effetti del riscaldamento globale è ovviamente femmina.

    E femmina è anche l’unica persona che ha compiuto un gesto di una forza simbolica enorme contro questo governo: Rossella Muroni (ex presidente di Lega Ambiente, parlamentare LeU) che ha fermato un pullman carico di migranti che stavano per essere letteralmente deportati. E’ stata una donna a farci capire che se è lungo, dritto e duro non è potere: è un problema. E siccome siamo il 51% della popolazione, tutte insieme possiamo risolverlo.

    Smettiamola di guardare a quel modello come unico modello vincente: donne, non lasciamo che a comandare sia un organo genitale. Che sia il cervello. E quello, ormai lo sappiamo, in noi funziona alla grande.

    Donne Donne nonunadi
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    Silvia Rossini

    Che dire di me? Ho la scrittura nel sangue, da sempre. Ho iniziato a inventare storie e poesie quando ero in seconda elementare e non ho mai smesso. La vita non mi ha portata a fare della mia passione la mia professione, ma scrivo. Scrivo per protestare, scrivo per convincere, scrivo per raccontare, scrivo per esprimere la parte di me che nel mio lavoro non emerge (faccio un lavoro "tecnico" e anche piuttosto arido). Sono una lettrice compulsiva perchè credo nel potere arricchente della narrativa e della letteratura.

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