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    Home»Costume e società»Attualità»Torino, la piazza e l’ombra
    Attualità

    Torino, la piazza e l’ombra

    DolsBy Dols02/02/2026Nessun commento6 Mins Read
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    Torino, la piazza e l’ombra: dentro il corteo per Askatasuna, un attimo prima della guerriglia

    C’è un momento, nelle cronache di piazza, in cui tutto cambia senza preavviso. Non è l’urlo, non è la carica, non è la prima vetrina che esplode. È quel secondo sospeso in cui capisci che qualcuno ha già deciso che la giornata finirà male. A Torino è successo così: un corteo nazionale convocato contro la chiusura del centro sociale Askatasuna — una manifestazione annunciata come ampia, partecipata, popolare — si è trasformato in poche ore in un campo di battaglia urbano. E chi c’era lo sa: non è stato un salto improvviso. È stato un passaggio preparato, pianificato, mascherato.

    Io voglio partire da un’immagine. Un fermo immagine rubato pochi istanti prima che il mio telefono venisse oscurato, mentre documentavo ciò che nel corteo in pochissimi stavano facendo lontano dagli occhi di tutti: prepararsi allo scontro.

    Non parlo di tensione generica, di slogan più duri, di qualche spinta. Parlo di un gruppo ristretto, non ben identificato, infiltrato dentro una massa di migliaia e migliaia di persone — un corteo pacifico, colorato, attraversato da famiglie, giovani, militanti, curiosi, cittadini accorsi anche senza appartenenze antagoniste. E dentro quella fiumana, quasi fosse un’operazione chirurgica, qualcuno si attrezzava alla “battaglia”.

    La scena era coperta da una nube di fumogeni attivati con precisione: una cortina utile non a dare colore, ma a occultare. A nascondere movimenti, a schermare volti, a rendere invisibile quello che stava accadendo perfino a chi camminava accanto. Dietro quel fumo non c’era folklore. C’era logistica. E c’era, soprattutto, un’intenzione.

    Della manifestazione si è già scritto molto: le ragioni della convocazione nazionale in difesa degli spazi sociali, la protesta contro un clima montante di repressione e autoritarismo che attraversa il pianeta, la paura concreta che ogni spazio di aggregazione venga lentamente soffocato. E sì, dentro quel corteo c’erano anche persone come me: lontane da posizioni antagoniste “a prescindere”, presenti soprattutto per testimoniare, per osservare, per non lasciare il racconto solo nelle mani dei comunicati e delle tifoserie.

    Poi però c’è il finale. Quello che, come sempre, mangia tutto il resto: gli scontri, gli atti vandalici, il quartiere messo a ferro e fuoco, negozi devastati, dehors divelti, un pezzo di città trasformato in bersaglio. Su questo si è detto tutto: rabbia, sdegno, condanne. E giustamente.

    Ma io voglio raccontare un’altra cosa: la sensazione fisica e mentale del contatto con quelle presenze misteriose che si sono infilate nel corteo e lo hanno praticamente violentato. Perché non si è trattato solo di “violenti” in mezzo ai pacifici. È sembrata un’azione di sabotaggio. Un rovesciamento deliberato del senso stesso della manifestazione. Una mano che stringe e piega il racconto pubblico, fino a trasformare migliaia di persone in comparse di un finale già scritto.

    Mi soffermo su un dettaglio che qualcuno potrebbe liquidare come paranoia o complottismo. È il tono, l’atteggiamento, la postura di una giovane donna ritratta in quella foto scattata un attimo prima che mi venisse oscurato il telefono. Non l’abbigliamento — quello, pur strutturato e da scontro, in certe piazze non sorprende più nessuno — ma il modo di parlare, di guardare, di impartire indicazioni.

    In quell’istante non ho avuto l’impressione di avere davanti una manifestante, nemmeno una militante “dura”. Ho avuto una sensazione più netta, più fredda: quella di trovarmi davanti a una persona avvezza al comando. Toni decisi. Perentori. Quasi professionali. La stessa postura operativa che mi era capitato di percepire davanti all’autorità di figure in divisa: polizia, vigili urbani, forze dell’ordine quando passano dalla presenza alla gestione, dall’osservazione all’ordine.

    È un’impressione, certo. Non è una prova. Ma più ci ripenso, più quell’impressione si consolida e diventa inquietante. Perché in certe manifestazioni il copione si ripete con una costanza che fa paura: una piazza che nasce per rivendicare e finisce per essere raccontata solo come un problema di ordine pubblico; un corteo che diventa il pretesto perfetto per chiudere ancora di più, reprimere ancora di più, stringere ancora di più.

    E allora la domanda si insinua quasi da sola: e se questi “Black Bloc” — o chiunque agisca con quelle modalità — fossero qualcosa di più di una frangia violenta? Se fossero una “quarta colonna”, capace di infiltrarsi e mandare all’aria ogni protesta pacifica, neutralizzandone la forza politica e consegnandola, in poche ore, al tritacarne del discredito?

    A rendere questo sospetto ancora più amaro non sono solo i precedenti storici, non è solo la memoria di Genova, non è solo quel déjà-vu che ritorna ogni volta che la piazza si accende e poi viene schiacciata. A rendere tutto più pesante è il fatto che questa logica — quella della provocazione per legittimare la repressione — è stata perfino teorizzata, detta ad alta voce, rivendicata.

    Lo disse senza troppi giri di parole Francesco Cossiga, ministro dell’Interno e poi presidente della Repubblica, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera nel 2008. Parole che oggi suonano come un manuale di strategia sporca, cinico e spaventoso:

    «Bisognerebbe mandare i poliziotti a menare e arrestare i ragazzi, dopo averli infiltrati»
    «Le manifestazioni pacifiche non servono a nulla.
    Per rendere possibile la repressione, bisogna provocare disordini»
    «Si lascino fare, si infiltrino, si provochino incidenti,
    poi si interviene duramente e l’opinione pubblica sarà d’accordo»
    «Io queste cose le so perché sono stato ministro dell’Interno e presidente del Consiglio»
    — Francesco Cossiga (Intervista Corriere della Sera, 2008)

    Ecco perché quel fumo a Torino, quel gruppo attrezzato, quella calma operativa nel mezzo di migliaia di persone pacifiche, non può essere archiviato come semplice “deriva di una minoranza”. Perché se la violenza è un’interruzione, allora è un incidente. Ma se la violenza arriva come un dispositivo, come una leva, come un interruttore che scatta sempre nello stesso modo, allora diventa qualcos’altro: una tecnica.

    Ed è lì che il corteo muore due volte.

    Muore quando viene devastato nelle strade, trasformato in guerriglia, trascinato nel fango.
    E muore quando viene riscritto a posteriori: non più come difesa di spazi, diritti, libertà, ma come minaccia, come problema, come nemico.

    Torino, quel giorno, è stata questo: una piazza piena di vita e ragioni, e dentro di essa un’ombra che si muoveva con precisione. Un’ombra capace di rubare a migliaia di persone il diritto di manifestare. E di consegnare a chi comanda la narrazione perfetta per chiudere ogni discussione con una sola parola: ordine.

    P.L.


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