di Kleber Mendonça Filho
con Wagner Moura, Maria Fernanda Candido, Gabriel Leone
nelle sale dal 29 gennaio
Il Sudamerica è stato (ed è) funestato da una lunga sequela di regimi dittatoriali che sono stati raccontati in tanti film, sia girati da chi in quei paesi abitava (il recente Io sono ancora qui) che realizzati negli Stati Uniti (uno per tutti Missing di Costa Gavras, con un superbo Jack Lemmon) o in Europa (Garage Olimpo).

Il bellissimo L’Agente segreto ha qualcosa di particolare che ne fa un caso a sé. Prima di tutto la regia. Disinvolta e anarchica, molto autoriale, debitrice di un certo cinema europeo di serie B, persino dai nostri sgangherati poliziotteschi degli anni Settanta apprezzati anche da Quentin Tarantino.
La ricostruzione degli anni Settanta è magnifica con una fotografia sgranata dai colori acidi, come sovraesposti, le immagini hanno un che di “sporco” come se fossero recuperate da vecchi Super8 trovati in qualche cantina. Spicca poi un certo gusto per il genere, con derive black comedy alla fratelli Coen come nella sequenza a inizio film in cui il protagonista approda in una stazione di servizio dove campeggiano i piedi di un cadavere che non c’è stato ancora il tempo di seppellire. E poi anche la polizia è stata impegnata in altro.

Siamo calamitati dalle immagini e dalla storia sospesa, sappiamo ben poco dei personaggi in campo e fatichiamo a orizzontarci. Tutto è un po’ confuso. Perché quell’uomo sta fuggendo? E da che cosa?
Poi familiarizziamo col protagonista, Marcelo, esperto di tecnologia, con un passato universitario. La presenza del regime dittatoriale è sfumata, affiora nei dettagli, ma non succede niente di così clamoroso da metterci in allarme, però il malessere sotterraneo si intensifica.

Potremmo anche trovarci dalle parti di I tre giorni del Condor, con un Robert Redford brasiliano inguaiato in un complotto più grande di lui, vittima predestinata di qualcosa di cui non ha mai avuto contezza
Perché mai è in pericolo? Davvero deve rifugiarsi all’estero? E chi sono quelle persone vicine al regime con cui sembra in buoni rapporti?

Man mano che la storia prosegue entrano in gioco personaggi secondari, tutti delineati con estrema cura. La rete dei buoni si amplia, ma anche quella dei cattivi. C’è una donna anziana che fuma continuamente e che ospita a casa perseguitati di passaggio di cui ancora una volta ignoriamo la storia e il passato. Certo, in quel Paese nessuno può abbassare la guardia.

Ci sono poliziotti delinquenti che sembrano usciti da un film di Scorsese vecchia maniera tutti presi dal lavoro sporco. Ma davvero sono agli ordini del fantomatico regime o non sarà piuttosto che le dittature favoriscono il sadismo dei singoli al di là degli ordini?
Il fatto che Marcelo arrivi a Recife proprio nella settimana del Carnevale, un periodo in cui le regole si affievoliscono, contribuisce a rendere la situazione senza rete.

Sullo sfondo il ricordo di un grande amore sfortunato, una città filmata magnificamente e poi senza nessuna pesantezza ideologica e con la purezza di uno sguardo limpido arriva il monito sul dovere della memoria, sulla necessità di conoscere il passato anche quando rischia di mettere sottosopra un consolidato presente.
Un film profondamente politico e d’autore, con una linea narrativa spezzata, sorprendente e originale. Un film in lizza agli Oscar, a cui sarebbe doveroso riconoscere almeno un premio.
