di Johannes Roberts
con Chris Pratt, Rebecca Ferguson, Kali Reis, Annabelle Wallis, Chris Sullivan e Kylie Rogers
nelle sale dal 29 gennaio
Ci sono persone che non sopportano gli horror. Però, dai, non sono tutti uguali. Ci sono horror supertrash inzuppati di sangue, con effettacci così eccessivi che diventano tremendi o divertenti; ci sono i peggiori, almeno per me, quelli che scatenano troppa ansia. Infine (lo so, la lista sarebbe più lunga) ci sono gli horror artigianali e creativi, i miei preferiti.

Ben lo metterei in quest’ultima categoria, perché è un film dalle molteplici qualità.
Lo schema è classico: un gruppo di adolescenti che finisce nei guai. Del resto in ogni horror che si rispetti sono proprio gli adolescenti ad avere la peggio.

L’ambientazione è d’atmosfera: le Hawaii, non quelle soleggiate e verdi di Magnum PI, ma le isole inquadrate nella loro dimensione più cupa, con scogliere a dirupo sull’oceano in burrasca, ville isolate e una notte che sembra non finire mai.
Tre ragazze che sorridono troppo (mai prudente in un horror) arrivano nella villa di una di loro, Lucy, rampolla di una ricca famiglia americana. Nella bella casa a strapiombo sull’oceano ci sono il padre, scrittore di successo (ma sordomuto) e la sorella minore. Con loro, a tutti gli effetti uno di famiglia, uno scimpanzé, Ben, salvato dalla madre che studiava i primati e che è morta da poco. Ben è stato adottato e cresciuto come la mascotte di famiglia. Molto intelligente, sa comunicare cliccando su una tastiera sonora ed esprimendosi con il linguaggio dei segni.

Potrebbe essere l’inizio di una bella vacanza, peccato che Ben, morso da una mangusta, contragga la rabbia. E impazzisca. Il simpatico scimpanzé si trasforma in una belva assassina.
I codici del genere horror sono rispettati, la creatura si deforma e sembra quasi ingigantirsi, gli ospiti della villa vengono aggrediti e soprattutto le due sorelle faticano a capire che il loro compagno di giochi sia diventato pericoloso. Come può la mansuetudine prendere i colori della ferocia? Le sorelle non vogliono crederci e la sceneggiatura rende interessante questo contrasto anche da un punto di vista psicologico.

Sembra un film di un’altra epoca, con unità di tempo, luogo e azione, perché la tragedia si consuma nello spazio di una notte. Le relazioni fra le vittime evolvono e anche i ragazzi conosciuti in aeroporto che arrivano alla villa convinti di passare la più bella delle serate, rendono più intricata la situazione.
Come nei migliori film, ogni spiraglio di salvezza, dal telefono ritrovato all’arrivo di chi può sistemare le cose, naufraga inesorabilmente. Restano solo l’isolamento, il crescere progressivo della minaccia e l’incubo della creatura impazzita.

Gli effetti speciali fanno ricorso al buon vecchio artigianato, con scarso ricorso al digitale. Vengono infatti utilizzati pupazzi e stunt performer che imprimono parecchio realismo alle sequenze. Niente scade nel ridicolo e anzi la figura del padre, limitato dal suo handicap comunicativo, raggiunge livelli quasi nobili.
Insomma, se vi piacciono i buoni vecchi horror, sono sicura che lo apprezzerete.
