Mia – terza parte

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di Simone Togneri

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 Mia sanguinò di nuovo la notte. Fu svegliata dal sangue che pulsava sotto le bende della mano fasciata. Nella penombra della sua stanza da letto sollevò la mano e la osservò. Il sangue nero che aveva sempre sentito scorrere nelle sue vene spingeva per uscire, con una tale forza che Mia fu certa che la mano stesse per esplodere. Si tirò a sedere, strappo le bende, allargò i punti di sutura e lasciò uscire il sangue. Lo lasciò scivolare lungo l’avambraccio fino al gomito, e poi sulle lenzuola bianche, una macchia che nella penombra sembrava petrolio. “La mia parte di sangue marcio” sussurrò Mia. Dopo si sentì leggera, sollevata come se si fosse tolta un sasso dalla pancia, e riuscì perfino a dormire bene.

La madre la trovò in una pozza di sangue la mattina dopo. Il medico disse che le erano saltati i punti, tutti, e anche se per lui era una cosa insolita, non svelò il sospetto che la ragazza se li fosse strappati via da sola. Lo tenne per sé. Forse perché non ne era sicuro e non voleva creare falsi allarmi, forse perché alla fine non era un suo problema; forse perché non sarebbe cambiato nulla. Comunque fosse, di motivi per tacere ne aveva più di uno. Del resto, ne avevano tutti.
Mia si tagliò di nuovo il giorno dopo, a scuola, con un coccio di vetro. Un taglio alla mano che non voleva saperne di smettere di sanguinare. Di quel taglio oggi è rimasta una cicatrice sfrangiata. E si tagliò anche il giorno dopo, e quello dopo ancora. Tagli più piccoli, di cui nessuno si accorgeva perché le bastava tenere in mano un fazzoletto, ma bastavano a lei per sentirsi meglio. Aveva bisogno di sentire il sangue che usciva dal suo corpo. Solo così il suo essere ritrovava l’equilibrio. Piccole ferite, poco sangue. E giorno dopo giorno cominciavano a non bastare più. Bisognava andare un po’ più a fondo. Non le piaceva tagliarsi con il vetro, perché non ne aveva il pieno controllo. A volte Mia voleva solo incidere la pelle e il vetro invece penetrava giù a fondo, altre voleva scendere in profondità e otteneva solo di martoriarsi la pelle senza scalfirla. Così Mia provò il metallo e scoprì che le lame facevano quello che lei voleva. Senza discutere. Rispondevano alla sua volontà con precisione: se lei voleva una ferita lunga e superficiale, le bastava fare poca pressione e mantenere dritto il polso. Se invece voleva più sangue, le bastava spingere un po’ di più. Le obbedivano docili e riuscivano a darle un nuovo tipo di piacere: quello del controllo.

E docili diventano anche gli uomini, se solo lei lo vuole. Lo aveva capito un giorno di un anno prima. Di rado tornava da scuola a piedi, di solito usava l’autobus, ma quel giorno c’era il sole e il caldo le aveva fatto venire la voglia di camminare. Ché tanto a casa, che arrivasse una o sei ore dopo, non faceva differenza. Avrebbe trovato ad aspettarla una madre ubriaca che le avrebbe vomitato addosso solo rabbia. La macchina aveva accostato quasi senza fare rumore. Una bella macchina, di quelle grandi come ce l’hanno quelli che hanno i soldi. L’uomo alla guida era sulla cinquantina. Avrebbe potuto essere suo padre. Ma non lo era. Lo sapeva lei e lo sapeva anche lui. Non che cambiasse molto, aveva concluso Mia osservandolo. Era uno di quelli che sembravano avere il mondo in mano, un mondo che erano pronti a regalare per una scopata. Sguardo profondo, dritto negli occhi, labbra umide di saliva mentre le chiedeva cosa ci facesse una ragazzina come lei da sola in quella zona. Lei gli aveva risposto, d’istinto, che poteva farci qualunque cosa e aveva lasciato nell’aria la conclusione della frase che pressappoco poteva suonare tu voglia fare.

<<continua>>

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