Un altro 25 novembre

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Questa data ha un alto valore simbolico. Ci ricorda che tutto il mondo – almeno per un giorno – apparentemente combatte unito contro la violenza sulle donne.

Nei restanti 364 giorni dell’anno, ci sono donne e uomini impegnati nel contrasto quotidiano alla violenza di genere, spesso in assenza di mezzi, risorse economiche e supporto anche solo morale. Il pensiero va ai numerosi, necessari, centri antiviolenza italiani: rifugi e luoghi di ascolto animati dalla volontà e dalla dedizione di operatici formate e piene di dedizione e passione, troppo spesso lasciate sole dalle amministrazioni locali e dai governi nazionali.
Questo post, però, non vuole essere pessimista (anche se del sano realismo fa sempre bene): da qualche giorno si è concluso il G7 delle Pari Opportunità, un’occasione di riflessione e stimolo all’adozione di misure concrete atte all’eliminazione della violenza e all’abbattimento degli spessi muri che minano il raggiungimento della parità. Sì è rilanciato il 1522, numero nazionale per le emergenze legate alla violenza sulle donne, che ha il compito di fornire alle richiedenti indicazioni su strutture socio-sanitarie pubbliche e private del territorio e che assolve al più matematico scopo di mappare le emergenze e creare una rete efficace di monitoraggio e aiuto.
Ovviamente, parliamo di un primo intervento, perché il grande lavoro è in realtà svolto dalle associazioni, dai centri, dagli ospedali e dai consultori: tutti soggetti per lo più abbandonati al proprio destino, il cui grande impegno viene sempre lodato nelle occasioni mondane.
Questo G7 si è concluso poi con la promessa di un piano triennale anti-violenza, mentre la legge di bilancio ha previsto, per l’anno 2018, fondi per un totale di 33,9 milioni di euro da destinare ai centri antiviolenza e alle misure di contrasto alla violenza di genere. Tutto molto positivo, e speriamo non restino solo previsioni.
E quindi eccoci: un altro 25 novembre, carico di aspettative e sogni, ma anche di speranza. Il caso Weinstein ha avuto – nel disgusto generale – il merito di risvegliare lo spirito battagliero di donne che per mesi o anni hanno negato gli abusi subiti, senza mai dimenticarne le ferite. Donne che hanno finalmente trovato il coraggio di denunciare, trasformando in amici quei media troppo spesso severi e carichi di giudizio. Questo 25 novembre è un potenziale spartiacque: può aiutarci a ribadire a gran voce che non solo il bacio senza consenso dato dal principe alla Bella Addormentata è una forma di abuso, e che anche le attenzioni morbose non desiderate lo sono; può servire ad affermare che il bombardamento di battutine a sfondo sessuale sul posto di lavoro non è gradito, e che la denigrazione e le umiliazioni subite da un partner frustrato non sono l’amore che meritiamo.
Non è mai troppo tardi per dire basta alla violenza, alla negazione e alle forme di controllo (e mai come oggi consiglio la lettura di “Donne che amano troppo” di R. Norwood).
Dobbiamo pretendere che questo 25 novembre non sia come gli altri che lo hanno preceduto. Abbiamo il diritto di pretendere che qualcosa cambi, di sentirci parte di una comunità solidale, unita oggi come negli altri giorni dell’anno. E se questo non accadrà presto ci ritroveremo a vivere la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne come il giorno del compleanno o di Natale, quando si sta insieme senza parlare poi di nulla in particolare, perché tanto ci pensano le frivolezze ad occupare il tempo.

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Profilo Autore

26 anni, laureata in Scienze Politiche e di Governo con una tesi sulla tutela comparata dei diritti riproduttivi; ex operatrice volontaria di un centro di primo ascolto per donne vittime di violenza; interessata in particolar modo al tema della violenza domestica (psicologica, sessuale ed economica) e alla tutela del diritto all'interruzione volontaria di gravidanza. In partenza per un anno con il Servizio Volontario Europeo, sognando di diventare operatrice umanitaria.

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