I cinque passi IV

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di Cristiana Iannotta

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Non ho voglia di leggere, non ci riesco. Avrei voglia di uscire sotto la pioggia ora che si è fatta più insistente, invece apro solo un po’ la finestra che porta sul terrazzo ed esco quel poco che mi consente di non bagnarmi ma di cogliere appieno l’aria fresca sul mio viso. Sento la pelle respirare, tirare a causa dello sbalzo di temperatura e sono pronta a godere di quel vento bagnato e profumato di primavera che mi da una sferzata di energia.
Sapessi quanto è bello l’odore della pioggia. Che non è, come tutti quanti credono, quello della terra bagnata, tutt’altro: l’odore della pioggia lo senti prima che l’acqua tocchi il suolo, porta con sé fragranza di aria lontana e di umidità impalpabile. Dopo, ti arriva alle narici quello pungente della terra e dei suoi umori.
Sono preoccupata per quello che sarà di noi. Tra poco deciderò, dovrò farlo, se potrò essere in grado di prendermi cura di te come una qualsiasi altra mamma.
Ma come è una “qualsiasi” mamma? Non è forse chi ama senza riserve, chi sta accanto con pudore, chi cerca di insegnare a crescere nell’onestà, nella sicurezza. Non è forse chi prova a camminare nella vita, mano nella mano con una piccola guida?
Io potrò descriverti la vita come meglio l’ho capita, potrò insegnarti che anche la più grande difficoltà si può affrontare con relativa serenità, non avendo paura di chiedere aiuto. Su questo non dirò parole vuote, non saranno parole buttate al vento, al contrario: la mia stessa vita potrà essere un esempio per te. Se vuoi te la racconto. Anche se non vuoi, sono tua madre e tu, per il momento, hai il diritto di sapere.
Ho conosciuto tuo padre alla scuola per non vedenti di questa città. Da piccola mi sono sempre rifiutata di andare, non avevo alcuna intenzione di farmi trattare da cieca. Ma lo ero. Lo sono. E fin quando non mi sono decisa a varcare il cancello dell’istituto lo sono stata per tutti, anche per me stessa, in fondo al mio essere. Ero cieca dentro. Ora è soltanto un difetto fisico. Avevo bisogno di aiuto per cercare di conquistare appieno la mia indipendenza di essere umano. Ce l’ho fatta. Non ti nascondo che non è stato facile imparare presto ciò che veniva insegnato con metodo: tutte le attività quotidiane da svolgere senza più l’aiuto di nessuno. Vestirmi, lavarmi e cucinare da sola sono stati dei grandi e meravigliosi traguardi. Riconoscere il denaro e comperare un vestito, anche. Fidarmi degli altri, degli sconosciuti, è uno scoglio che non ho ancora superato del tutto, ci sto ancora lavorando, ma spero di poter riuscire, un giorno, anche in questo.
Imparare il braille è stato difficile, come anche camminare da sola avendo come punto di riferimento il numero dei miei passi per arrivare a destinazione. I primi anni ho usato le scarpe da ginnastica per non sentire, oltre al rumore dei miei tacchi sull’asfalto: tic, tic, anche la cadenza del mio handicap: toc. Tic, tic, toc. Tic, tic, toc. Il bastone, bianco mi hanno sempre detto. Bianco come il mondo, come l’essere, come il tutto, dal momento che vivo nel buio perenne. Poi mi sono abituata anche a questo nuovo amico, ho rimesso i tacchi massimo cinque centimetri, restituendo ai miei piedi la funzione importante di sostegno, di radice, di stabilità. È molto importante la stabilità per me: poter contare su dei sostegni validi nel corso della mia giornata è fondamentale. Ora mi muovo in casa con sicurezza; con Luca, tuo padre, abbiamo studiato un arredamento che possa facilitare i miei movimenti, anche quando sono da sola. L’unica cosa che non faccio è andare ad aprire alla porta, ci pensano Luca e la signora Alda per me.
Il mio dubbio è questo: tu sarai sano?
Potrai usare i tuoi occhi per me?

<<continua>>

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