Femminicidio, uccidere per poche briciole?

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Passando in rassegna i casi che giornali e programmi televisivi hanno quasi quotidianamente raccontato, dall’inizio del 2017 le donne uccise sono state più di 20, attenendosi ad un conteggio parziale.

Si sa, quando si parla di violenza sulle donne e stalking, avere dati certi è quanto di più difficile si possa fare, considerato l’elevato sommerso. Negli ultimi giorni la lunga scia di sangue si è allungata con la morte di Maria Archetta Mennella, 38 anni, assassinata dall’ex marito dopo il vano tentativo di ripartire da zero con una nuova vita. Lei lo aveva ospitato per qualche giorno nella propria casa, mentre i figli erano via per le vacanze, e lui per tutta risposta l’ha uccisa, geloso o – meglio – ossessionato dalla ex moglie. Perché, senza giri di parole, di gelosia e di amore qui non c’è traccia. L’unico senso che spinge a compiere un’azione del genere è quello del possesso, l’incapacità di lasciar andare, di comprendere che quando una storia è chiusa lo è davvero e definitivamente.

Come se non ciò non bastasse, un paio di giorni fa si è scoperto che la giovane Erika Preti, donna di 28 anni, non è caduta vittima inconsapevole di un ladro che aveva scelto di derubare lei e il compagno, bensì è stata brutalmente e assurdamente assassinata proprio dal fidanzato che – dopo un mese di interrogatori e pressione mediatica – ha finito col confessare tutto. E ho scritto “assurdamente” perché pare che il movente sia stato “qualche briciola sul tavolo”. Sembrerebbe che la ragazza, dopo aver preparato dei panini in vista di una gita, abbia “rimproverato” il fidanzato di non aver ripulito il tavolo dalle briciole, e che lui abbia risposto pugnalandola. Noi non potremo mai ascoltare la versione di Erika, non potremo mai sapere cosa davvero abbia scatenato una tale reazione. Possiamo solo limitarci ad ascoltare, basiti, una storia del genere. Ebbene sì, nel 2017 si muore per una piccola osservazione mal digerita dal proprio partner. È questa la realtà che vogliamo accettare? Penso di no, ma è l’evidente segnale – che ancora si fatica a cogliere, anche nel mondo politico – di un cambiamento culturale che non è più rinviabile. La morte di ognuna di queste donne è il simbolo di una società che si ripiega su se stessa rifiutando il cambiamento. La morte di queste donne è una ferita che continuamente si riapre dopo vani tentativi di richiuderla con del nastro adesivo. Invocare l’inasprimento delle pene è quasi nulla se non si interviene con puntuali misure a sostegno dei centri antiviolenza e delle piccole realtà locali che prestano primo soccorso alle donne vittime di violenza, ed è poi il nulla se ad esso non si affianca un lavoro forte di rinnovamento culturale.
E non possiamo permetterci di dire “sono stanca di ripeterlo”. È così, e dobbiamo crederci fino a che non vedremo questo cambiamento realizzarsi.

 

 

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Profilo Autore

Nata in Puglia venticinque anni fa, vivo in provincia di Milano dal 2009. Conseguita la maturità classica, ho proseguito gli studi nel ramo delle Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Milano. Dal 2014 al 2016 ho collaborato in veste di operatrice volontaria con un centro di primo ascolto per donne vittime di violenza nel sud di Milano. Mi occupo principalmente di diritti riproduttivi, in particolar modo di accesso all'aborto, e di violenza sulle donne.

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