Lavori in corso sulla figura femminile

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 In questa fase in Italia, come sempre quando avvengono svolte epocali, è in atto una riscrittura della figura femminile, ricca di contraddizioni.

di Serena Dinelli

A volte mi chiedo come mi sentirei se oggi fossi una ragazzina. Confusa, probabilmente. Perché, in questa fase, come sempre quando avvengono svolte epocali, è in atto una riscrittura della figura femminile, ricca di contraddizioni.
In Italia in particolare oggi la confusione è massima, coesistono in modo stridente spinte molto diverse. Per far solo qualche esempio, in questi giorni si è svolto a Milano il Salone STEM con una sessione speciale per incoraggiare le ragazze a diventare ingegnere, informatiche, scienziate, inserendosi nella grande trasformazione digitale. Nel logo dell’evento, tra l’altro, campeggiava una faccia di robot femminile.
Esattamente negli stessi giorni è uscita sul Messaggero una intervista del comico Dado: sua figlia è stata perseguitata per mesi con epiteti puttaneschi da un ragazzo abituato a spadroneggiare, che ha finito per aggredire fisicamente anche il padre, Dado. Secondo Dado c’è anche una grande responsabilità dei media: a cominciare dalle popolarissime canzoni rap dove le ragazze sono descritte come gran puttane da ignorare e manipolare a proprio comodo.
Intanto, ancora negli stessi giorni, il governo ha annunciato una riforma fiscale che favorirà le famiglie numerose, quelle dove le donne stanno a casa a fare tanti figli.
E a Milano chi ha organizzato il Salone del Design si è un po’ scordato che esistono ottime designer donne, dimenticando di invitarle a esporre il proprio lavoro.
Cosa potrebbe ricavare da tutto questo una ragazzina? una piccola persona in crescita che si chiede “Chi sono io?”. Ognuna delle notizie allude a vaste implicazioni.
Una donna può essere una scienziata, una donna in carriera, inserirsi in mondi magari tutti maschili.
O può essere invece una gran puttana, da ignorare come essere umano, da usare, a disposizione e non degna di alcun rispetto.
O magari può essere un robot, finalmente privo di attributi sessuali e riproduttivi (o chissà, magari, qualcuno che può essere sostituito da un robot sessuale …).
O ancora può essere una ‘fattrice di figli’ che se ne sta a casa rimettendo in auge la maternità come unico destino femminile.
O può essere una brava professionista, ma spesso largamente invisibile e ignorata.
Insomma, una bella confusione.
Spesso si dice che in Italia il problema delle donne è la mancanza di servizi (che in questa fase ci si sta pure dando da fare a peggiorare con tagli, tagli, tagli). Questo è certo. Ma accanto a questo c’è una questione culturale cruciale: è lo sguardo con cui le donne sono guardate e sono spinte a vedere se stesse. Se la salute e il benessere mentale si fondano anche in un sentimento di coerenza di sé, la questione non è secondaria. E il modo in cui si viene guardate entra potentemente in gioco. Negli sguardi altrui ognuno di noi si rispecchia, trovando conferme e negazioni. E nel guardarsi intorno ognuna trae ispirazioni per sé. E quando si è bambine e giovani questo entra potentemente in gioco nella costruzione del senso di sé.
Intanto le donne, in questa confusione, vanno avanti nella vita. Accanto alle figure di ragazzine stuprate allegramente dal branco, accanto alle donne licenziate perché incinte e così via, ci sono figure come Fabiola Gianotti, direttrice del CERN, come Greta, come Valeria Ocasio o Vandana Shiva e mille altre. In Italia le donne stanno spesso in uno strano bilico. Come Laura Boldrini, già Presidente del Senato e oggetto di aggressioni verbali volgarissime, come la deputata minacciata dal revenge porn, come Laura Sabatini, stranamente scomparsa dal suo ruolo all’ISTAT e così via.

L’incoerenza attraversa anche le vite di chi è già cresciuta in mille situazioni quotidiane: da “che mi metto per il colloquio di lavoro?”, a “spendo i soldi per comprarmi quella costosa crema o per che altro?”, da “Cedo o no a questo ricatto sessuale che mette a rischio il mio lavoro e il mio reddito?” a “ Tengo o no duro nella carriera anche se l’ambiente è orribile e perdo tante cose che mi darebbero gioia?”. Fino alla duplice domanda: “Sono o no contenta di lavorare lasciando a casa i figli?” e “Sono o no contenta di stare a casa con i figli e non lavorare?”. Domande in cui le donne Italiane si rispecchiano spesso le une nelle altre, in un paese dove metà della donne lavora fuori e metà no. Domande che giocano, a volte, anche nel metterle le une contro le altre.

La cosa riguarda le bambine e le ragazze e il loro benessere, e al tempo stesso ha una importanza più generale. Giacché i modi in cui il femminile si autorappresenta ed è rappresentato danno un contributo cruciale a come vediamo il mondo e i nostri rapporti con esso. La questione viene ogni volta ignorata nel suo peso e nella sua importanza: sembra che riguardi solo le donne, e come tale sia irrilevante. Eppure “che cos’è una donna”, come la si guarda, come la si considera, come la si induce a guardare se stessa, tocca corde essenziali e profondissime di una cultura, di una società. Le donne sono la metà dell’umanità e sono quelle da cui tutti nasciamo. E per di più la loro figura da millenni è anche simbolo, metafora, segno e sogno di molte altre cose: la Natura, il nostro rapporto con la vita, con l’infanzia, con la bellezza, con la corporeità e molto altro. Insomma, c’è un vasto lavoro di costruzione culturale da fare e orientare. Vale la pena di spenderci tempo ed energie. Ci riguarda molto da vicino.

 

 

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