Scimmie al Governo?

0

Forse si: non vedono, non sentono e non parlano.

Vi ricordate le tre scimmiette?
Non quelle sacre: Mizaru che si copre gli occhi per non vedere il male, Kikazaru che si copre le orecchie per non sentirlo e neanche Iwazaru, che si copre la bocca per non parlare del male. Quelle appartengono al misticismo orientale.
Le omonime scimmiette occidentali, quelle da cui ci hanno messo in guardia gli adulti nella nostra formazione adolescenziale sono altre.
Esse simboleggiano ormai da sempre la nostra cattiva cultura e rappresentano (dunque erroneamente) l’ignavia, il qualunquismo, l’indifferenza, l’ignoranza o la volontà di compiere alcunché.

Tre scimmiette che loro malgrado, si sono adattate perfettamente a rappresentare e a simboleggiare allegoricamente la situazione politica italiana. Il sottrarsi di essa dalle responsabilità e dal giudizio.
Un messaggio inviato e adattato alla vita moderna in una società incerta, incoraggiata alla resa, consigliata a non vedere e non ascoltare le ingiustizie.
Lasciando che nella vita quotidiana di ciascuno s’insinuasse l’omertà del lasciare fare, del non fare e di non parlarne.
“Non immischiatevi”, “Non metterti nei guai” fu ed è il passaparola, dai genitori in poi. Basta imparare ad accettare le ingiustizie con indifferenza e zappare il proprio orticello.
Noi gli agricoltori, noi la società.
Che vuol dire uomini, donne, bambini, anziani, portatori di handicap ecc. e tutti, con le proprie differenze, portatori d’istanze a cui dare riposte. La società siamo noi, invisibili alle scimmiette che non vedono, nostre le richieste inascoltate, di ciascuno le differenze ignorate.

Per questo è importante oggi battere il ferro e suonare il tamburo.
Noi, persone di genere femminile, illuminate da luci morbide nell’arte, accudenti e materne in ogni rappresentazione, morbide alcove di guerrieri stanchi forse dobbiamo riflettere come non mai sul somigliare inversamente alle scimmiette.
Guardare facendo in modo di essere viste, chiedere e pretendere di essere ascoltate, prestare attenzione e farsi sentire.
Perché troppe volte non abbiamo voluto vedere come non eravamo considerate, non abbiamo sentito l’ironia della cattiva cultura di genere, non abbiamo gridato abbastanza.
Ci riferiamo ancora esasperatamente alla storia passata del femminismo quando oggi serve combattere diversamente e scientificamente. Per aprire una nuova partita le regole vanno studiate e finalizzate alla vincita.
Dunque che aspettiamo?

CONDIVIDI

Profilo Autore

Marta Ajò

Marta Ajò, scrittrice, giornalista dal 1981 (tessera nr.69160). Fondatrice e direttrice del Portale delle Donne: www.donneierioggiedomani.it (2005/2017). Direttrice responsabile della collana editoriale Donne Ieri Oggi e Domani-KKIEN Publisghing International. Ha scritto: "Viaggio in terza classe", Nilde Iotti, raccontata in "Le italiane", "Un tè al cimitero", "Il trasloco", "La donna nel socialismo Italiano tra cronaca e storia 1892-1978; ha curato “Matera 2019. Gli Stati Generali delle donne sono in movimento”, "Guida ai diritti delle donne immigrate", "Donna, Immigrazione, Lavoro - Il lavoro nel mezzogiorno tra marginalità e risorse", "Donne e Lavoro”. Nel 1997 ha progettato la realizzazione del primo sito web della "Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità" della Presidenza del Consiglio dei Ministri per il quale è stata Editor/content manager fino al 2004. Dal 2000 al 2003, Project manager e direttrice responsabile del sito www.lantia.it, un portale di informazione cinematografica. Per la sua attività giornalistica e di scrittrice ha vinto diversi premi. Prima di passare al giornalismo è stata: Consigliere circoscrizionale del Comune di Roma, Vice Presidente del Comitato di parità presso il Ministero del Lavoro, Presidente del Comitato di parità presso il Ministero degli Affari Esteri e Consigliere regionale di parità presso l'Ufficio del lavoro della Regione Lazio.

Lascia un commento


sei + = 15