Verso l’obiezione di struttura, una pericolosa deriva

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Il nostro paese sta scivolando verso la totale inosservanza della Legge 194/1978.

Il testo della normativa, senz’altro non esente da difetti, sulla carta sembrerebbe bilanciare in modo equo la necessità di garantire alla donna l’accesso alla procedura di interruzione volontaria di gravidanza con la tutela del diritto all’obiezione di coscienza. Tuttavia, le diverse realtà territoriali mostrano il totale squilibrio generatosi nel corso di questi anni: il Molise si è aggiudicato il primo posto del podio con una percentuale di obiettori del 93% circa[1], mentre al secondo e al terzo posto si sono piazzate rispettivamente Trentino Alto Adige e Basilicata con dati non molto dissimili.
Una festa per i pro-life, ma al tempo stesso un’atroce sconfitta per lo Stato civile.

L’art. 9 della Legge 194 è chiaro: l’obiezione di coscienza consente ai medici e al personale sanitario di astenersi soltanto da quelle attività strettamente e specificamente dirette a determinare l’interruzione di gravidanza, e sono tenuti a dare comunicazione della propria scelta entro un mese dal conseguimento dell’abilitazione o dall’assunzione da parte dell’ente, con l’inconveniente che – una volta assunti e determinata la propria posizione – non si possa costringere uno di loro a non obiettare al fine di garantire il rispetto della legge.  Al contempo, il medesimo articolo prevede che l’obiezione di coscienza non debba applicarsi in caso di rischio di vita per la gestante, e sembrerebbe – almeno in teoria – garantire l’accesso alla pratica in ogni struttura pubblica.
In teoria, appunto. Nella realtà non è così semplice: in primo luogo, come si può tutelare l’interruzione volontaria di gravidanza se non si pone un tetto al numero di obiettori all’interno della struttura? È evidente come l’art. 9 sia debole nel disporre strumenti atti alla tutela di questo diritto, non ostacolando in alcun modo la proliferazione degli obiettori. In secondo luogo, alcuni casi di cronaca testimoniano come giovani donne siano morte più per le conseguenze degli aborti – non prontamente arginate dal personale medico sanitario – che per gli aborti stessi, il che costringe a riflettere sui confini, talvolta violati, dell’obiezione di coscienza. In terzo luogo, regioni un tempo virtuose come la Lombardia, oggi vedono aumentare i consultori confessionali (da 87 a 101 dal 2012 al 2017, secondo studi condotti dall’Associazione Ginecologi Territoriali “Agite”) che offrono servizi di consulenza e di mediazione familiare per arginare casi di IVG e privare le donne di essenziali informazioni a tutela del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza.

Quarto punto, effetto collaterale, è la ghettizzazione dei pochi e preziosi medici, infermieri e anestesisti non obiettori, oberati di lavoro e spesso limitati nelle possibilità di carriera (elemento ribadito nell’Istanza 91/2013 presentata dalla CGIL al Comitato Europeo per i Diritti Sociali).
La conseguenza fondamentale di questa pericolosa deriva è l’affermarsi di quella che a tutti gli effetti è un’obiezione di struttura, che coinvolge interi enti ospedalieri e consultori in luogo di un’obiezione legata a singoli individui. Occorre riflettere attentamente sull’illiceità di tale fenomeno, che somiglia sempre più ad un sabotaggio della Legge 194/1978.
Quali le soluzioni? Indubbiamente indire concorsi ad hoc per assumere personale non obiettore è una strada percorribile oltre che necessaria, e non è criticabile, dal momento che non esiste una normativa che garantisca una presenza minima di non obiettori per struttura. Vi sono poi alcune piccole azioni già messe in campo che attendono solo di essere potenziate: diffondere una corretta educazione sessuale fondata sulla prevenzione delle gravidanze indesiderate; garantire un ricorso libero e regolamentato ai contraccettivi di emergenza; consentire alle donne di accedere a tutte le informazioni di cui hanno bisogno per tutelare al meglio la propria salute riproduttiva, rilanciando il ruolo primario dei consultori laici su base locale; supportare l’adolescenza con progetti mirati all’interno delle scuole; e infine rispettare e valorizzare la scelta di tutti quei medici e operatori sanitari che, a tutela delle donne, hanno intrapreso la difficile strada della non obiezione, incontrando lungo la via discriminazioni e minori possibilità di avanzamento professionale.

[1] Si fa riferimento ai dati pubblicati dal Ministero della Salute nel 2016.

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Profilo Autore

Nata in Puglia venticinque anni fa, vivo in provincia di Milano dal 2009. Conseguita la maturità classica, ho proseguito gli studi nel ramo delle Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Milano. Dal 2014 al 2016 ho collaborato in veste di operatrice volontaria con un centro di primo ascolto per donne vittime di violenza nel sud di Milano. Mi occupo principalmente di diritti riproduttivi, in particolar modo di accesso all'aborto, e di violenza sulle donne.

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