Svestirsi degli stereotipi e dei ruoli di genere

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E’ necessario si comprenda cosa sono gli stereotipi di genere, come si costruiscono e perché è così importante intervenire sin dalle prime fasi di vita.

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Negli ipermercati e nei negozi di giocattoli spesso ci imbattiamo in colonne di prodotti segmentati per genere, ce ne accorgiamo con un semplice colpo d’occhio, colonne visibilmente colorate in maniera tipica per genere, con giocattoli spesso rigorosamente ordinati sulla base del destinatario ideale di genere. Addirittura c’è chi demarca nettamente i reparti Bambini/Bambine.
Vorrei spiegare alcuni concetti brevemente, semplicemente, affinché si comprenda cosa sono gli stereotipi di genere, come si costruiscono e perché è così importante intervenire sin dalle prime fasi di vita. Perché non è così scontato e non si tratta delle solite elucubrazioni da femministe.
Il genere è una costruzione socio-culturale, una serie di comportamenti indotti dalla comunità alla quale l’individuo appartiene e dalla cultura in cui è immerso. Questa costruzione attribuisce ad ognuno dei due sessi caratteristiche e capacità diverse. Una serie di caratteri che cambiano a seconda del periodo storico, dalla morale, della società. Insomma ciò che definisce regole e comportamenti “maschili” e “femminili” ha inizio sin dalla prima infanzia, tanti piccoli tasselli di genere che contribuiscono a formare l’identità di genere.
Tutto può iniziare da piccolissimi, quando ci viene chiesto di essere conformi a un ideale, di maschio o di femmina, quando si avvertono i primi tentativi di segregazione per genere. L’uso dei colori, rosa per le bambine, azzurro per i bambini, è solo uno dei tasselli che di fatto creano una gabbia. Non è un problema di colore, ma di cosa c’è dietro l’uso dei colori, di cosa veicolano, di cosa sono impregnati. Quando si commercializzano libri come “Parole per Bimbe e Parole per Bimbi”, si compie un’operazione dalle ricadute non proprio innocue: come se lo sviluppo del linguaggio dovesse avvenire separatamente, come se fosse necessario sviluppare differenti qualità, orientamenti, lessico in funzione di ruoli, qualità, capacità e caratteristiche che da adulti dovranno essere ben distinte.
Vestiti, giochi e giocattoli, attività e libri separati, differenziati per genere diventano l’humus di una cultura che separa e crea stereotipi che diventano sempre più difficili da cancellare. Nel caso ci si voglia discostare da questi schemi culturali, si correrà il rischio di essere visti come una anomalia. Invece, occorrerebbe incoraggiare sin da piccoli ad avere gusti e interessi autonomi, non indotti da una aspettativa sociale, che classifica in un determinato modo e che si attende comportamenti e idee stereotipate.
Vi racconto un aneddoto: qualche tempo fa ero in un negozio di scarpe con mia figlia e una signora sconosciuta si è intromessa (non era una commessa), suggerendo a mia figlia un paio di scarpe rosa. Mia figlia ha risposto che il rosa non le piaceva, le preferiva bianche o color arancio.
La signora ha iniziato un discorso non richiesto, stupendosi dei gusti di mia figlia, “com’è possibile che non ti piaccia il rosa, le bambine vogliono tutto rosa!” Avrei voluto risponderle: “si faccia i colori suoi”, poi ho optato per una versione più educata.
Ho interrotto l’intermezzo della signora, sostenendo i gusti di mia figlia e dicendo che per fortuna abbiamo gusti diversi.
Ecco, gusti, desideri, aspirazioni diverse, sapersi esprimere fuori dalla massa, da desideri e ideali indotti.
Educare i bambini in modo conforme a ciò che sono le attese in base al genere di appartenenza impedisce che abbiano uno sviluppo autonomo, autentico, libero, in grado di esprimere la personalità e le capacità di ciascun individuo. Le sovrastrutture culturali determinano di fatto la costruzione di gabbie di genere, stereotipi che dal colore poi si riversano in ruoli codificati, separati, funzioni sociali diverse. L’attenzione a non imporre forme di segregazione per genere è essenziale perché poi ciascuno possa scegliere come essere, superando la dicotomia donna-natura-emotività-intuizione-bellezza-dolcezza-remissività-debolezza-dipendenza, uomo-ragione-forza-indipendenza-virilità-intelligenza-aggressività, lasciando che ciascuno possa crescere esprimendosi appieno e in totale libertà.
Questo poi richiama il problema della rappresentazione delle bambine e delle donne. Resteremo fermi e impantanati nelle gabbie di genere se non cambierà e non si amplierà il modo in cui vengono raccontate, rappresentate le figure femminili, fuori dagli stereotipi, se non racconteremo che una bambina può aspirare alle stesse cose di un bambino, che non esistono mestieri da uomini e mestieri da donne, che non ci sono giochi da maschi e da femmine, che non ci sono comportamenti che si addicono a un genere piuttosto che all’altro, che i compiti di cura vanno condivisi, che non ci sono ruoli separati per genere, che ciascuno deve essere libero di esprimere se stesso indipendentemente da ciò che la broda culturale in cui è immerso gli richiede.
Dobbiamo smontare gli stereotipi affinché tutti si sentano liberi di diventare ciò che desiderano, di fare il lavoro e gli studi che più ci interessano, di avere pari opportunità, di vedere le differenze come una ricchezza, di avere ruoli non fissi e codificati, stratificati in secoli di patriarcato, elementi ben analizzati dagli antropologi e dagli studi di genere. Il maschile e il femminile, ciò che è conforme ad un immaginario codificato, sono il prodotto della cultura dominante e dei rapporti di potere, degli squilibri di genere.
Ogni stereotipo reca con sé delle radici storiche e culturali ben precise, da conoscere, analizzare, comprendere, per intervenire laddove si sono creati e perché.
Quando bambini e bambine vivono immersi in culture che tendono a tenere distinti la ragione e l’emozione, la mente dal corpo, il sé dalle relazioni, e quando queste separazioni ineriscono all’identità di genere e ai ruoli che ci si attende da ciascun individuo, essi si sentiranno in un certo senso a vivere dissociandosi dagli aspetti di sé che li collocherebbero “fuori norma”, come maschi o come femmine. Fino a conformarsi per “essere come dovrei essere”. Come se ci fosse una sorta di iniziazione al patriarcato, condizionata dal genere e rafforzata dall’esclusione e dell’umiliazione, come sostiene Carol Gilligan.
Questo crea un grande pericolo, la perdita di sé, temporanea o permanente. Quello che nella nostra adolescenza aveva una importanza enorme era l’appartenenza a un gruppo di amici, e spesso per poter essere adatt* ci siamo trovati a confrontarci con ciò che di noi poteva o meno essere accettabile o crearci qualche problema. Abbiamo rischiato di perdere la nostra voce e la nostra capacità di essere noi stessi, di smarrire il nostro sé, a furia di smussare o di apparire conformi.
Riuscire a vedere chi è Jane veramente, affinché possa essere ciò che desidera, al di là di rappresentazioni stereotipate e fisse, al di là di aspettative preconfezionate e attese, nei media e nei libri scolastici. Qui un video del Geena Davis Institute che illustra bene la questione:

Ampliamo gli orizzonti delle prossime generazioni, scriviamo un racconto a ruoli e prospettive aperte e libere.
Spiegando che l’unica vera via di fuga da una vita “al guinzaglio degli stereotipi e dei ruoli precostituiti di genere” è non smettere mai di usare la propria testa, leggere tanto e domandarsi sempre il perché delle cose, per sapere dove ci si trova, per sapere chi si è davvero.
Anche il linguaggio può aiutare in questo senso, se si inizia ad adoperarlo in modo diverso e consapevole. Qui un mio vecchio pezzo in merito.
Ogni società elabora, mantiene e tramanda i suoi stereotipi attraverso vari canali, strumenti, il linguaggio in primis.

Gli stereotipi consentono agli individui appartenenti a una comunità sociale di orientarsi e di mantenere un rapporto coerente con essa e di comprendersi a vicenda. Ma contribuiscono allo stesso modo a immobilizzare la società, cristallizzandola in una cultura e in valori che difficilmente vengono messi in discussione e che pertanto non permettono di mutare, perdurano da una generazione all’altra.

I concetti di mascolinità e femminilità, categorie codificate dal contesto sociale, sono generalizzazioni e modelli ideali, cosa si addice a un comportamento maschile e femminile, un bavaglio che viene trasmesso attraverso le “agenzie di socializzazione”, quali la famiglia, la scuola, media e comunità religiose. Una cultura diffusa che permea le nostre vite.
Il contrasto alle discriminazioni di genere e l’educazione alla parità partono sin da quando si è piccoli. Gli adulti quando si rapportano con i più piccoli devono riuscire a mettere da parte gli stereotipi di genere e la cultura assorbita nel corso della loro vita, “svestendosi” di questo fardello.
Quindi, ben venga la decisione di Coop Lombardia di ritirare alcuni libri che veicolano stereotipi e ruoli di genere. http://www.affaritaliani.it/milano/rete_altri_animali/rosa-per-bimbe-azzurro-per-bimbi-coop-lombardia-stereotipi-di-genere-443651.html?refresh_ce
Destrutturare gli stereotipi è importante perché significa comprendere appieno le origini delle discriminazioni, passo necessario per liberarci dalle gabbie che ci dicono non solo come siamo, ma come dovremmo essere sulla base del genere, ingenerando aspettative e imponendoci ruoli.
Questo per secoli ha contribuito ad attribuire alla donna un dominio sil mondo interno e privato, delle relazioni e della sfera emotiva, mentre agli uomini si è destinato un dominio sul mondo esterno, produttivo, pubblico. Questo ci porta a ragionare sulla divisione sessuale del lavoro, tra lavoro riproduttivo, invisibile, non riconosciuto, non retribuito e lavoro produttivo, retribuito, garantito, socialmente riconosciuto e valorizzato. Una divisione che purtroppo non riesce ancora a trovare una soluzione per riequilibrare i pesi e i ruoli. Per questo è importante ragionare e investire in politiche di conciliazione e di condivisione.

Per approfondire l’identità di genere qui un mio articolo.

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Profilo Autore

simonasforza

Blogger, femminista e attivista politica. Pugliese trapiantata al nord. Equilibrista della vita. Felicemente mamma e moglie. Laureata in scienze politiche, con tesi in filosofia politica. La scrittura e le parole sono sempre state la sua passione: si occupa principalmente di questioni di genere, con particolare attenzione alle tematiche del lavoro, della salute e dei diritti.

6 commenti

  1. il genere maschile o femminile non è costruzione culturale, i ruoli di genere sì. Ci sono tanti modi di essere maschi e femmine quanti sono gli uomini e le donne nel mondo, modi più statisticamente frequenti e meno frequenti ma tutti genuini e da rispettare

    • simonasforza

      Il sesso di una persona è costituito dal corredo genetico, un insieme di caratteri biologici, fisici e anatomici che producono il binarismo maschio/femmina.
      Il genere si costruisce mediante la cultura, le abitudini sociali, le tradizioni, la storia, che incentivano comportamenti spesso stereotipati. Il genere è qualcosa di fluido, un percorso, un processo che attraversa l’intera esistenza.
      https://simonasforza.wordpress.com/2014/10/24/doing-gender/

      • l’identità di genere non è imposta dalla cultura, anche in una cultura diversa da questa io sarei un uomo e lei una donna. Quello che cambia è il ruolo di genere, quel che va fatto è spiegare che un uomo è tale sia coi capelli corti che coi capelli corti,è tale se fa il casalingo o l’astronauta, idem per le donne

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