Le coincidenze di Marta

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Era una mattina euforica. Il solito appuntamento a Milano stavolta era diverso, era l’ultimo. La ferita al seno si era chiusa.

di Fabrizia Lorusso

Era una mattina euforica.  Il solito appuntamento a Milano stavolta era diverso, era l’ultimo. La ferita al seno si era chiusa. Nessuna traccia di quell’odore di morte e betadine che l’aveva nauseata per mesi.
Basta, era finita. Tutto questo meritava un vestito rosso, gli occhi ben truccati, il rossetto: era la vita ad aspettarla e Marta voleva che la trovasse bella.
Un abbraccio con Michela, l’infermiera di quei lunghi mesi, prima di salire sullo sgabello messo a terra davanti al lettino che, in quel momento, valeva come il podio dopo la maratona, la gara più dura ma anche quella più vera. Via il cerotto e silenzio.
Gli occhi di Michela si chiudono insieme alla bocca; sembrano stretti in una morsa di dolore che Marta ha il terrore le rimbalzi addosso. E infatti arriva. Potente.
“Ci sono due buchini. Aspettiamo che arrivi Stefano”.

Quella frase comincia a rimbombarle dentro come se dentro non ci fosse più nulla. Sbatte a destra e a sinistra dalla mente al cuore, dallo stomaco alle gambe, dalle mani agli occhi pieni come catini. In alto, vede le solite luci tonde deformarsi tra le lacrime. Dentro, sente un’altra voce, maschile stavolta, che la riporta indietro di anni e dice “il cuore non batte più”.
Lei: ci sono due buchini; lui: il cuore non batte più.

Più forte. Lei: ci sono due buchini; lui: il cuore non batte più.
Ancora più forte. Lei: ci sono due buchini; lui: il cuore non batte più.
Due dolori, un solo dolore. Aveva sognato la fine di un incubo; aveva sognato la vita di un figlio. Aveva perso tempo a sognare due volte.
I punti a crudo per chiudere i due buchi; il raschiamento per togliere il suo bambino. La punizione per essersi illusa.
Quel giorno Marta ci ha messo quarantacinque minuti per trovare il coraggio di tornare a casa. Ci metterà una vita a rinunciare a quella maternità mancata.
Ha imparato così a far finta che ogni volta sia l’ultimo dolore. Ha imparato in silenzio a sopravvivere ogni volta, da sola, alla vita. Dura.

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