Donne che scelgono la non maternità

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L’Italia è uno dei paesi al mondo in cui la percentuale di donne che non vogliono avere figli per scelta stia crescendo di più. Ma non tutte le donne vogliono essere madri.

Circa due anni fa il ministero della Salute a avuto l’infelice idea, per cui è stato riempito di critiche, di indire il “Fertility Day”, una giornata per sensibilizzare le italiane e gli italiani sulle cattive abitudini che possono portare all’infertilità.

Una tra le numerose ragioni per cui l’iniziativa è stata criticata è l’insensibilità di alcuni messaggi della campagna e del suo stile comunicativo verso alcune categorie di donne: quelle che non possono avere figli e quelle che non ne vogliono avere.
La campagna di informazione invitava ”tutti” i cittadini a fare figli vista la preoccupante (dal punto di vista economico-pensionistico) decrescita demografica italiana.
Risultava chiaro che gli organizzatori dalla campagna non avevano tenuto in conto né le motivazioni per cui le donne (e anche gli uomini) non vogliono o non possono avere figli né il fatto che l’Italia è uno dei paesi al mondo in cui la percentuale di donne che non vogliono avere figli per scelta stia crescendo di più.
Secondo i dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) raccolti tra il 2005 e il 2010 quasi un quarto delle donne italiane nate nel 1965 è arrivata verso la fine dell’età fertile senza avere figli. Negli Stati Uniti la percentuale si ferma al 14 per cento, in Francia al 10 per cento.

Le motivazioni per cui sempre più donne scelgono di non avere figli sono moltissime, spesso molto personali e profonde, ma nonostante questo la società continua a esercitare una forte pressione sulle donne per quanto riguarda la maternità.
L’idea che la massima felicità per una donna e la sua realizzazione dipendano dalla maternità sembra purtroppo ancora molto radicata e molte persone non riescono a concepire che ci possa essere femminilità senza maternità.
Senza figli, non maternità è una scelta che pare portare il segno meno e proprio per questa natura negativa appare a molti/e , anche agli occhi di donne che la compiono, come una non scelta, una scelta meno libera dell’altra.
(Eleonora Cirant)
Come se scegliere la maternità non fosse sempre condizionato, come se tutte le scelte che facciamo fossero un atto unico e non un compromesso, una mediazione.
La società ha da sempre cercato il controllo della fertilità e oggi questo controllo passa dalla cruna dell’ago e diventa scelta soggettiva (la soggettività è una scelta recente).
È importante parlare di scelta nella maternità perché oggi come non mai si mostra ambivalente.
Da un lato qualcosa che possiamo scegliere in virtù del cammino storico realizzato dalle donne occidentali.
Dall’altro qualcosa che non possiamo non scegliere, pena l’esclusione dal mondo della madri, un mondo legittimato e legittimante da un punto di vista, sociale, psichico, politico, storico, simbolico eccetera.
La negazione della maternità non è un’esperienza nuova, ma certo lo è oggi per la sua incidenza numerica e la sua manifestazione come scelta personale.

Cultura e riproduzione
L’importanza che la nostra cultura dà ancora oggi alla maternità come componente imprescindibile dell’identità sessuale non può essere sottovalutata soprattutto perché la Chiesa Cattolica, che costituisce il referente etico della maggior parte degli italiani, condanna pesantemente non solo l’aborto, ma anche la contraccezione farmacologica e meccanica, e pone la procreazione al tra i primi scopi del matrimonio.
Benchè oggi le coppie senza figli siano accettate dalla nostra cultura, l’aver contratto un vincolo di matrimonio di per sé costituisce un “obbligo sociale e familiare “ a mettere al mondo un figlio .
Oggi nell’era post-moderna, post-ideologica, post-femminista, pochi oserebbero criticare, a voce alta, una donna per il fatto che non è anche madre.
Oggi nel nostro civilizzato mondo si dialoga.
Ma le nostre capacità di dialogo soprattutto su questi temi risultano piuttosto scarse.
Nessuno critica, ma tutti danno “buoni consigli” sotto forma di opinioni.
Se difronte ad una critica ci difendiamo con un meccanismo primordiale automatico che ci accomuna al regno animale (attacco-difesa),
la reazione è più complessa di fronte ad un consiglio.
Il porsi nell’ottica del confronto non basta per riuscire a dialogare davvero.(Citran)
La spiegazione da parte di una donna del perché della scelta di non maternità sembra suscitare sensazioni sgradevoli nelle donne con figli.
L’affermazione di libertà della prima sembra vivere nella mancanza di libertà dell’altra.
È un aut-aut che scaturisce dall’essere o non essere, e si cade nella trappola del dover stabilire chi ottiene il maggior punteggio di libertà.
Ma la liberalizzazione sessuale ha sì abbattuto muri, rovesciato tabù e quant’altro, ma ha pure detto a tutte qualcosa di pericolosamente democratico, cio beh, ora siete libere, fate un po’ quello che vi pare.
Ecco, le ragazze, fanno il grande salto e libere e orgogliose iniziano a dire, urlare, cose come io sono mia!
E soprattutto cose come il corpo è mio e me lo gestisco io.
Ecco, oggi siete libere di fare un po’ quello che vi pare con il vostro corpo.
Ma la libertà (o l’anarchia), badiamo, non sono facili da maneggiare.
Indagare il rapporto delle donne con la maternità significa indagare sia alle forme di organizzazione dell’inconscio, sia a quelle della società e dell’economia
Prescrizioni sociali da un lato e vincoli biologici dall’altro hanno fatto si che la psicologia femminile,
a grandi linee, sia stata al servizio del progetto bio-sociale (la maternità) da cui dipende.

Il ruolo della donna è stato sempre in equilibrio instabile tra il ruolo materno (biologico-sociale ) e quello sessuale (libertà di scelta).
La psicoanalista Deutsch parla di un “inevitabile conflitto tra interessi individuali e interessi della specie”.
Sottolinea ancora la D. la maternità non è tutta la storia della donna, la possibilità di conciliarla con impulsi e desideri diversi, non cancellano la frustrazione che il compromesso comporta.
Ma non ogni donna ha un’attitudine alla maternità.
Che esista un “istinto materno” in ogni singola donna è un arbitrio sociale.
Per quasi tutti i popoli antichi la maternità era l’obbligo di pressoché ogni donna, di solito facilitato da modelli sociali.
Rifiutare la maternità era dunque una colpa “civica” oltre che “religiosa”.
Oggi, anche nell’Occidente moderno, da quando i valori legati alla famiglia e alla maternità sono stati “naturalizzati” (cioè interpretati come “naturali”), si ritiene che l’impulso psicologico alla maternità risponda ad una norma biologica, cioè che sia un “istinto”.
Di conseguenza, le donne che non avvertono in se stesse questo “istinto” vengono percepite come psichicamente “anormali”, cioè affette da una “perversione” morale o affettiva.(Nicola Ghezzani)

D’altra parte, se la maternità fosse un istinto biologico universale, tutte le donne sentirebbero un identico impulso a restare incinte, a partorire e ad accudire con amore il proprio bambino.
Ma non è così.
Mentre ogni bambino, per istinto, gira il viso verso il seno o il biberon per nutrirsi, non ogni donna desidera restare incinta, partorire e accudire un figlio.
Con ogni evidenza, esiste una quantità di donne che non desiderano avere figli né vogliono accudirli, anche se percependo questo desiderio negativo e questa incapacità spesso si vergognano e si sentono in colpa.
Ogni donna nasce con una personalità distinta, e come tale ha la facoltà di scegliere, secondo la sua natura psicologica (caratteriale), se avere un figlio oppure no.
Possiamo fare due esempi per capire quanto il cosiddetto istinto materno non sia affatto una caratteristica scontata di tutte le donne.
Nei periodi in cui la mortalità infantile era molto alta, l’attaccamento materno al bambino era molto più basso e i casi di abbandono e infanticidio più alti.
Inoltre i bambini venivano lasciati spesso alle balie e quando era difficile mantenerli erano mandati negli orfanotrofi o a lavorare, perché l’idea della sacralità dell’infanzia ancora non esisteva.
Lo storico Lawrence Stone a riguardo ha notato come in quei periodi in Inghilterra fosse persino pratica comune dare il nome di un fratello ormai morto al nuovo nato.
Il secondo esempio è molto più recente ed è raccontato dalla scrittrice Jessica Valenti nel suo libro Why Have Kids.
Nel 2008 lo stato americano del Nebraska depenalizzò l’abbandono dei bambini da parte dei genitori sperando che si riducesse il numero di infanticidi.
La misura però ebbe un risultato inaspettato dovuto al fatto che nel formulare la legge non si era messa un’età massima per cui si poteva lasciare il proprio figlio in una struttura pubblica senza subire conseguenze legali: prima che la legge fosse modificata vennero abbandonati moltissimi bambini e ragazzi, ventidue dei quali maggiori di 13 anni.
Non è che le sensazioni che indichiamo con l’espressione “istinto materno” non siano vere o profonde per chi li prova: è che sono un costrutto della nostra società e non una nostra caratteristica biologica
La filosofa francese Élisabeth Badinter ha ricostruito l’evoluzione storica del concetto di istinto materno in molti dei suoi libri: in Mamme cattivissime? La madre perfetta non esiste  riassume cosa pensare delle teorie secondo cui esiste un istinto materno biologico con la semplice frase:
“Non bastano gli ormoni per fare una buona madre!”.
nel post-moderno (futuro prossimo) non ci si aspetta dalle donne che diventino madri ( come dagli uomini che diventino padri); si chiede a entrambi che sappiano discernere il significato di generare da quello di allevare e educare.
Nel post-moderno le madri non si sentano messe in discussione dalle non madri e viceversa.
Madri e non madri non devono stabilire chi è più libera dell’altra, ma insieme cercare di cambiare ciò che le rende infelici.
Nel post-moderno tutte si chiedono come la collettività possa prendersi cura dei bambini in modo sistematico, efficiente, economico, vantaggioso.
Nel post-moderno chi governa la cosa pubblica si preoccupa di sostenere non le mamme ma i bambini e le bambine come titolari di diritti.
Nel post-moderno una donna deve vivere felice la gravidanza, il puerperio e il legame unico che la unisce al neonato senza confinarla nell’ambiente domestico e non la condanni ad un destino di badante finchè morte non li separi.
Nel post-moderno si abolisca insieme all’ideologia anche l’istinto di maternità, causa di tante sofferenze e di sensi di colpa tramandati da madre in figlia nei secoli.
Nel post-moderno la colpa non è sempre della madre come non tutti sono i suoi meriti.

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Profilo Autore

Aura Fede

Aura Fede. Siciliana ma ora abita a Treviso. A Padova ha fatto gli studi pre-universitari e universitari. Docente nel corso post-laurea (per psicologi e specialisti ginecologi) di psicoprofilassi ostetrica dell’Università di Padova E' sessuologa clinica (altre a consulente) e Formatore dell'istituto Internazionale di Sessuologia di Firenze diretto dalla prof. Roberta Giommi. Ha frequentato il corso di Mindfulness presso l’AISPA di Milano, autrice di lavori scientifici su vari argomenti legati alla specializzazione. Coautore di volumi sul benessere delle donne e sul benessere dei ragazzi.

1 commento

  1. Tutto giustissimo! Per troppi secoli siamo state vittime di questo obbligo, moltissime donne indubbiamente desiderano i bambini ma per quelle che non si sentono tagliate per esser madri la vita diventa un insieme di domande indiscrete… quando fai un bambino? E quando mi dai un nipotino? E voglio vedere la carrozzina… E altre amenità… Personalmente posso portare la mia esperienza, non ho mai desiderato figli se non a livello “romantico”, pensare che belli i bimbi coi loro vestitini colorati mentre giocano a palla… Ma il lato più pratico e quotidiano della maternità … Bbrrr!!! Scansati proprio!!! E sto realizzando un obiettivo di creazione artistica per me molto importante a livello spirituale e mentale… È quello il mio destino!

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