Le ultime stagioni della coppia

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È semplice e agli occhi di tutti: gli ultimi cinquant’anni hanno cambiato tantissimo le abitudini degli uomini, la vita stessa, la sua durata, le sue fasi, come un film che s’è fatto più lungo, un dvd zeppo di contenuti extra.



Pochi decenni nella storia possono sembrare un’inezia, invece i fatti ci dicono il contrario e la certezza di quanto siamo diversi rispetto a neppure mezzo secolo indietro (la coscienza di questa evidente accelerazione nell’evoluzione) ci dà un senso di vertigine.
Tanto più se dal passato lo sguardo lo volgiamo poi al futuro.
Le dottoresse Blackburn e Greider e il dottor Szostak si meritano il nobel per i loro studi sui telomeri e l’invecchiamento cellulare. Ci dicono: attenzione, preparatevi, la vita si spingerà ben oltre…
Di questo passo dove andremo a finire? Si chiedevano le nostre nonne. Ma noi no, noi davvero non vorremo porcela ora questa domanda, perché ― diciamolo ― è proprio una domanda da nonne, o da anziani più in generale.
Ecco, in verità il nocciolo della questione (perlomeno dalla questione che ora qui di seguito mi piace sottoporvi) è proprio questo: a questo punto che cosa significa “anziano”. Di fianco a chi lo possiamo scrivere e dire oggi questo aggettivo senza timore di apparire indelicati, sconvenienti?
A metà del secolo scorso, prima dell’accelerazione (scientifica e poi sociale) che abbiamo tutti inteso, immagino che dare a un 55enne dell’anziano fosse ragionevole, in un certo modo anche un segno di rispetto. Ma provateci oggi.
Ai primi del ’900 l’aspettativa di vita era su per giù di 40 anni, oggi si dice sia di 77 per gli uomini, 83 per le donne. Una volta si trattava di traguardi per pochi fortunati, ora l’età adulta e poi la vecchiaia sono mete (tappe) scontate.
1950, nella maggior parte dei casi i sessantenni portano già con se quelli che convenzionalmente riconosciamo come caratteri senili: già appaiono e si comportano come vecchi. Anziani insomma, che il più delle volte non godono affatto di buona salute: la mente li tradisce e non hanno più grandi aspettative, ma è un fatto che accettano, naturalmente, serenamente.
Ora però è tutta un’altra cosa: nei soggetti sani è solo a partire dai 70 che iniziano a mostrarsi i primi veri acciacchi del tempo. Forse solo gli 80 permettono (tollerano) l’uso di quell’aggettivo così greve.
Perciò sono questi ultimi tempi un territorio vergine in questo senso, non v’è cioè possibilità di volgersi al passato per comprendere (imparare) dalla storia (pure recente) quali siano gli atteggiamenti opportuni per affrontare questo tempo della vita (un sessantenne che viva oggi una crisi d’identità ― fisica e sociale, e, credetemi, ce ne sono parecchi― se si guardasse indietro, se confidasse nell’esempio familiare dei suoi nonni, ma pure dei suoi genitori, bè, non farebbe che fomentarla questa crisi ― Ma come? Dovrei starmene in poltrona, alzare la cinta delle braghe, lenti bifocali, a ritagliare buoni sconto, io? Io che dentro mi sento un ancora ragazzino?).
Oggi, nemmeno a dirlo, a vivere questa crisi ― fisica e sociale ― con maggiore intensità sono le donne.
Perché? Perché sono loro a vivere dentro sé le più significative contraddizioni di questa accelerazione dei costumi: in loro, nel corpo e nella mente, il binomio fisico e società incrina il suo equilibro. Parliamo di donne ed età matura: parliamo di post menopausa.

Tra tutte le specie viventi quella umana è la sola a sperimentarla. La quasi totalità delle altre specie femminili non va in menopausa. Che detta più semplicemente suona così: tutte le specie femminili, umana a parte, non sopravvivono all’impossibilità di riprodursi.
In realtà, storia alla mano, l’Homo Sapiens (di genere femminile) per migliaia di anni non è vissuto abbastanza per arrivarci, alla menopausa. La maggior parte delle donne vissute nel mondo perciò neppure l’ha mai conosciuta (sperimentata). Parliamo di storia recente, intendiamoci: in Italia la vita media delle donne nella prima metà del ’900 era di 43 anni, per cui…
Ma oggi? Oggi che la vita media delle donne è di 84 anni? Oggi che ― abbiamo visto ― voltarsi indietro a cercare consiglio nel passato non porta a un bel nulla?
Ebbene, le donne, le signore, dei nostri tempi (di questi tempi) hanno da imparare sulla propria pelle, per prime, come ci si comporta, come si affronta questa nuova importante, a suo modo inesplorata, stagione della vita. E i signori uomini, certo, devono imparare ad adeguarsi.
Il primo passo (fondamentale) per accettarla e viverla è quello di svestirla di ogni connotazione negativa. È la cosa più difficile, credetemi, perché la cultura, la nostra storia, cattolica o meno, fonda il suo essere da sempre sulla famiglia, più precisamente sulla procreazione. Perciò di fatto una donna che non può più generare per la storia tende a significare una donna inutile. Ma, lo ripeto, nel passato, anche in quello recente, la questione non si poneva― detto brutalmente: morivano molto prima perciò non era affar loro.
Oggi, ora, adesso, è bene invece guardare alla menopausa appunto come a un traguardo, come a una conquista dei tempi recenti. Nuova e, ahinoi, senza istruzioni.
Attenzione, parliamo di un momento ricco di significati psicologici e sociali che non può essere affrontato solo in una prospettiva medica. La menopausa ferisce e tante volte abbatte i pilastri stessi dell’identità sessuale femminile (maternità, bellezza, lavoro) così tanto che molto spesso compromette la qualità della vita della donna e della coppia.
Oggi, dopo i cinquanta, il benessere psicofisico dipende fatalmente dalla capacità o meno di ciascuna di noi di ristrutturare la propria identità sessuale. Come? Integrando quei valori (pilastri) che sentiamo sfuggirci di mano via via con qualcosa di più profondo e duraturo, scoprendo in noi una nuova raison d’être.
Francese a parte, non è certo cosa semplice.
Non è facile oggi, voglio dire, se a sessant’anni al nostro fianco, nostro marito, il nostro compagno sente e vede in tv di coetanei imprenditori e politici (uomini potenti in genere ― e badate alla parola: potenti, perché è questo il nodo gordiano), uomini che 50 anni fa sarebbero stati chiamati nonni o vecchietti, vederli concupire, sfoggiare e talvolta addirittura sposare, ragazze, ragazzine (l’età delle loro figlie, se non nipoti), e vedere il nostro uomo marito compagno che sente e vede quel certo potente con l’amante bambina, e poi volge lo sguardo di sfuggita su di noi, e noi intuiamo quanto dietro quello sguardo lui (che magari è perfino più giovane di quei signori che vede in tv), lui in quel momento si stia interrogando su quanto ancora lui stesso potrebbe essere effettivamente potente, e giovane, sì, giovane in definitiva, e no, non è per niente facile voglio dire, in quei momenti non è facile convincersi di quanto la menopausa sia una conquista, una cosa bella, ricca di nuove prospettive, no, affatto, capita invece che noi stesse in un sospiro ci domandiamo, e io? E io, io da quant’è che non sono più potente.
No, francese a parte, non è per niente una cosa semplice.
Ed è qui che succede: che fisico e società incrinano il loro equilibrio. Dove l’accelerazione dei nostri tempi ci ha portato, dove il nostro fisico non ci pare più all’altezza delle istanze che la società c’impone. Come non sentirci inadeguate in un tempo in cui un settant’enne irretito da una vent’enne non è più considerato perlomeno patetico? Come sentirsi adeguate verso il nostro partner coetaneo se il mondo fuori sembra andare da tutt’altra parte? E quindi, molto spesso di questi tempi succede: la crisi succede.

Bè, proviamo a vedere.
Innanzitutto impariamo a comprendere che i nostri compagni non sono tutti come quei potenti che dicevamo. Anzi, quasi mai: il più delle volte quei virgolette potenti, potenti non lo sono affatto, anzi il loro status è spesso patologico, una deviazione sociale e morale dettata probabilmente da gravi traumi e insoddisfazioni giovanili (del genere: per tutta la vita non sono stato capace di piacere a una donna allora accumulo denaro e potere, per poi da vecchio decrepito comprarmela, una donna ― ma, parliamoci chiaro, di potente qui non c’è nulla, qui si parla di sesso senza ombra di sentimento, sesso a pagamento in definitiva, acquistabile tra l’altro a miglior mercato lungo i viali di qualsiasi periferia, senza bisogno di tutta quella fanfara).
Ecco, in ciò che ho appena detto ― un po’ cinicamente ― sta forse uno dei segreti per meglio combatterla la crisi. Avere la maturità di riconoscere dopo i cinquanta quello che è stato, è e sarà il sentimento. Comprendere e compiacersi, voglio dire, del sentimento che al di là del sesso (ma senza escluderlo il sesso, badiamo) siamo stati capaci di costruire insieme all’uomo che ci sta di fianco. E quando lui di sfuggita alla tv ci sembrerà porsi quella stupida questione in merito alla potenza e all’età, allora sorridere, perché basta un niente, una mano appoggiata sulla mano, basta una foto di qualche hanno prima per mostrare di quanta reale potenza insieme siate stati capaci, qualcosa che quegli uomini alla tv che lui crede di invidiare nemmeno si possono sognare, loro, irrimediabilmente soli e irrimediabilmente vecchi, e tanto più passati e avvizziti quando al loro fianco impietosa si mostra la pelle di una ragazzina.
La crisi la vuole insinuare la società (quella che ci sembra andare da tutt’altra parte), ma il fisico, seppure rinfrescato con qualche accorgimento scientifico, fa sempre e comunque il suo naturale corso. Sta a noi accettare questo corso (infischiandocene dei messaggi deviati, i vorrei ma non posso che vediamo alla tv) e per mano (non solo metaforicamente) affrontare una nuova e discretamente duratura stagione, decenni sconosciuti che forse, primi nella storia, potremmo esplorare e far fruttare.
Sono un medico, e dal punto di vista medico e biologico l’unica nota che posso riferire riguarda la profonda differenza tra menopausa e andropausa: una certezza biologicamente precisa e definita nel tempo la prima, indefinita e vaga invece la seconda. Ma è chiaro come qui il punto in essere dipenda da tensioni squisitamente psicologiche, ancorché mediche e biologiche.
Da medico allora, o meglio da sessuologo, m’è dato di osservare nella pratica quotidiana quanto segue.
La conseguenza diretta dell’allungamento della vita è stata senz’altro l’aumento sensibile delle famiglie coniugali nelle ultime età della vita: si è cioè ridotta la percentuale di anziani che vivono da soli.
È perciò in coppia che si devono affrontare una serie di profondi e comuni mutamenti: il ritiro dal lavoro e il pensionamento, la rinuncia presto o tardi ad una vita economicamente attiva, l’uscita di scena dei figli (ora loro economicamente attivi), l’inattesa disponibilità di tempo libero. In due.
Una nuova (nuovissima) stagione di coppia dunque. Che in un certo modo è sì quel famoso tanto atteso meritato riposo, ma che poi tante volte sancisce senza appello quello che forse negli anni in un modo o nell’altro s’era tentato di procrastinare: il faccia a faccia.
E adesso con tutto questo tempo a disposizione di cosa ci occupiamo, se non di noi due?
Succede spesso che i due partner si ritrovino estranei, un mondo da (ri)costruire: abitudini, impegni e relazioni sociali. E certamente, su tutto, l’intimità.
Mio marito mi usa solo per cucinare e rammendare calzini, nient’altro. Mia moglie per me cucina e rammenda, nient’altro.
Sì, il più delle volte c’è bisogno di ricostruire.
“Ritrovare senza figli quello che si era senza figli”.
Carezze dimenticate che a maggior ragione emozioneranno di più, novità. Che poi novità non sono, sono rimandi ai tempi più belli della vita, perciò non potrà che essere straordinario riviverli (e soprattutto riscoprirsi capaci di riviverli). In verità il potenziale passionale di quella che oramai non so se è più il caso di chiamare terza età è dirompente. Basta vincere l’imbarazzo (sì, avete capito bene, l’imbarazzo che come ventenni ci coglierà a sessanta, se non di più, di nuovo ragazzi capaci di rossori e risatine), l’imbarazzo che per se stesso è da sempre un corroborante di passione ed eccitazione. Vivere la sessualità sarà semplice e potente (perché l’esperienza insieme, il bagaglio di sentimento, renderà irrisoria ogni carenza fisica), a patto certo che si sia capaci di iniziare. Sfogliate un vecchio album di fotografie insieme, ho detto.
Questo quanto a sessuologia, quanto a psicologia (con cui poi va a braccetto) basterà sbarazzarsi del senso di inadeguatezza coatto che la società cerca di imporre. Di nuovo, se il vostro uomo rimugina su (im)potenti di cui sente in cronaca provate a carezzarlo e sorridergli: difficilmente non gli sovverrà del vostro sentimento, di quello che è stato, dei figli che avete generato, e poi certo di come li avete generati, e di quando eravate voi i figli. E se lo vedrete arrossire fateglielo notare, che di sangue ancora evidentemente ne ha nelle vene…
In definitiva non ci è dato di consultare nessun prontuario. Come ho già detto, si tratta di una cosa nuova per tutti, la vita di coppia nelle ultime stagioni della vita. E come ogni cosa nuova ha bisogno di rodaggio, diciamo. E le difficoltà, le crisi, saranno sempre all’ordine del giorno.
Tuttavia una cosa mi sento di dirla.
Diffidate di chi buonista viene a dirvi che il sesso non ha età. È falso. Il sesso ha età eccome, molte e differenti. E l’ultima, come quasi per ogni cosa, di solito è sempre la migliore.

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Profilo Autore

Aura Fede

Aura Fede. Siciliana ma ora abita a Treviso. A Padova ha fatto gli studi pre-universitari e universitari. Docente nel corso post-laurea (per psicologi e specialisti ginecologi) di psicoprofilassi ostetrica dell’Università di Padova E' sessuologa clinica (altre a consulente) e Formatore dell'istituto Internazionale di Sessuologia di Firenze diretto dalla prof. Roberta Giommi. Ha frequentato il corso di Mindfulness presso l’AISPA di Milano, autrice di lavori scientifici su vari argomenti legati alla specializzazione. Coautore di volumi sul benessere delle donne e sul benessere dei ragazzi.

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