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    Dol's Magazine
    Home»Pari opportunità»Ulech / Troia
    Pari opportunità

    Ulech / Troia

    Cristina ObberBy Cristina Obber28/05/2013Updated:20/06/20141 commento4 Mins Read
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    di Cristina Obber

    Amani El Nasif e io abbiamo partecipato a Torino all’incontro Potere alla parola, pensato e realizzato da Se non ora quando Torino e Amnesty International, condotto da Loredana Lipperini.

    Abbiamo scelto una doppia parola, Ulech, come dicevano ad Amani in quel villaggio, in Siria, e Troia, come diciamo in Italia.

    In questi mesi ho incontrato tanti ragazzi e tante ragazze nelle scuole, e Troia è ahinoi una parola che ricorre nel linguaggio quotidiano e inconsapevole che minimizza e sottovaluta il male che può fare la violenza verbale.

    Che non è lontana come spesso si pensa dalla violenza dello stupro e del femminicidio.

    Troia fa male.
    Fa male a tutte le donne, fa male alle ragazze.
    Le ragazze temono quella parola, è il simbolo di un’umiliazione che ferisce, logora e incupisce.

    Se ti etichettano così, andare a scuola diventa un inferno, quell’etichetta ti rimane appiccicata in fronte e cominci a credere di essere sbagliata.

    Troia è una parola violenta, che non solo limita la nostra libertà sessuale, ma ci umilia, è un dito puntato sulla nostra intimità, un’intimità ai nostri occhi di donne a volte ancora sconosciuta.

    Troia è una parola che porta con sè una colpa.
    Una colpa che facciamo nostra.

    Ulech! Gridavano ad Amani, perche non accettava la sottomissione, nè dell’anima nè del corpo.
    Ma soprattutto perchè quel corpo voleva un altro uomo.
    Quando ci dicono Troia, non disprezzano il sesso, ma condannano che nel sesso esprimiamo la nostra scelta, la nostra libertà, il nostro desiderio, il nostro piacere.

    E questo accade in Siria come a Palermo, come a Torino. A 15 come a 40 anni, come a 70.

    Magari tra adulti la parola troia si dice di meno, ma si pensa in egual misura.

    Se un uomo ha una relazione al di fuori della sua relazione stabile, tra amiche e amici si parlerà di una sbandata, di un momento di debolezza. Figli e figlie ne soffriranno, ma si sforzeranno di accettarlo. La compagna ne soffrirà ma cercherà di capire, e probabilmente perdonerà. Magari partendo da sé, da ciò che avrebbe potuto fare od essere affinché ciò non accadesse.

    Se una donna ha una relazione al di fuori della sua relazione stabile, amici e amiche difficilmente non cadranno nella tentazione del giudizio, per sentirsi migliori. Difficilmente si parlerà di una sbandata, piuttosto di una rivelazione. Figli e figlie ne soffriranno, difficilmente lo accetteranno. Forse alzeranno uno scudo, uno scudo severo, che allontana, che infligge una ulteriore pena. Il compagno ne soffrirà, ma difficilmente si chiederà dove ha sbagliato, che cosa avrebbe potuto fare per non farlo accadere. Probabilmente si sentirà ferito nell’ orgoglio ancor prima che al cuore. E difficilmente perdonerà senza pretendere una lenta e logorante espiazione.

    Anche per gli uomini c’è la disapprovazione, ma l’umiliazione è riservata a noi donne, a qualsiasi età e in qualsiasi contesto.

    Se viviamo in un piccolo paese o in una cittadina di provincia, dove tutti e tutte si conoscono, almeno di vista, andare al lavoro o a fare la spesa sarà come per una ragazzina andare a scuola, con l’etichetta che non ti si stacca di dosso.
    E allora anche tu, donna adulta, cominci a credere di essere sbagliata.
    Ma cosa c’è di sbagliato nell’essere una donna, una ragazza, che ama, che desidera, che sceglie?

    Se questo è essere Troia, allora vorrei che fossimo tutte troie. Tanto quanto lo sono i maschi.
    Perchè non poter essere prima di tutto persone?

    A volte una parola è un patto non scritto, è una lama che separa.
    Separa uomini e donne, separa donne tra le donne.

    Troia è una parola degli uomini, di un certo tipo di uomini.
    Davvero vogliamo continuare a dirci le cose a modo loro?

    Proviamo ad inventarcelo un modo diverso.
    Nelle cose che ci diciamo, in ciò che pensiamo, anche nelle cose che ci scriviamo in un sms, in un tweet, o sulla bacheca di facebook.
    Non pensiamo che il mondo cambi se non cambiamo qualcosa partendo da noi.
    E non diciamo ormai. Aboliamo anche la parola ORMAI dal nostro vocabolario. Noi possiamo cambiare, sempre.
    Re-impariamo ad ascoltare le parole, ancor prima di pronunciarle.

    Per questo mi è piaciuto molto partecipare e respirare quello che è stato Potere alla parola.

    Perchè possiamo davvero farci meno male,
    possiamo volerci più bene,
    partendo dalle parole.

     

    dal blog Nonlofacciopiu.net

    Troia / Ulech
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    Cristina Obber
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    Cristina Obber è nata a Bassano del Grappa il 9 novembre 1964. Iscritta all’ Ordine dei giornalisti, ha collaborato per cinque anni con un quotidiano vicentino. Nel 2008 ha pubblicato “Amiche e ortiche” con Baldini Castoldi Dalai, affresco dolce-amaro dell’amicizia al femminile. Nel 2012 ha pubblicato un libro sulla violenza sessuale, "Non lo faccio più" ed. Unicopli che ha dato vita ad un progetto scuole e al blog nonlofacciopiu.net. Nel 2013 ha pubblicato per Piemme editore il libro Siria mon amour, storia vera di una 16enne italo-siriana che si è ribellata ad un matrimonio combinato. Nel biennio 2009-2010 ha pubblicato con Attilio Fraccaro editore “Primi baci” e “Balilla e piccole italiane”, due libri in cui ha raccolto ricordi del primo bacio e ricordi del mondo della scuola nella prima metà del novecento. Collabora con Dol’s, il sito delle donne on line da svariati anni. Si occupa di tematiche legate ai diritti. Il 25 novembre 2011, giornata internazionale contro la violenza sulla donna, esce il suo primo e-book dal titolo La ricompensa (edito da Emma books), che si apre con una citazione di Lenny Bruce: La verità è ciò che è, non ciò che dovrebbe essere. Il suo ultimo libro è ''L'altra parte di me’’, edito da Piemme, una storia d’amore tra adolescenti lesbiche.

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    1 commento

    1. caterina-torre-hp
      Caterina Della Torre on 29/05/2013 07:33

      Brava Cristina, hai toccato il tasto giusto nel modo giusto:(

      Reply
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