La mia vita come in un romanzo XI

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di Caterina Della Torre

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Ed anche quella vicenda sentimentale si era persa nel tempo e nello spazio. Carlotta aveva fatto presente al suo Hans, la sua smania di viaggiare, realizzarsi professionalmente, essere libera dai vincoli che definissero il suo presente ed un eventuale futuro. Aveva chiesto al ragazzo norvegese di pazientare ancora un po’ e permetterle di cominciare a lavorare da una qualche parte. Per capire cosa volesse dire mantenersi da sola, ma soprattutto essere autonoma nelle sue scelte, nel bene e nel male.

Voleva uscire dalla casa paterna ma non per forza rientrare subito sotto un’altra ala protettrice, quella maritale. Pensava di volere qualcosa di più.

Ed Hans, pur amandola e volendola per sè subito, senza dover attendere anche un solo giorno, le lasciò decidere cosa fosse meglio per lei. Anzi addirittura l’aiutò a trovare un posto a Milano in una società italo-sovietica. Mandò una lettera di presentazione della giovane donna all’ufficio del personale, chiarendo i motivi e le sue carattreistiche professionali.

Fatto sta che Carlotta fu subito chiamata a Milano per un colloquio e confermata per una sostituzione maternità. Meglio che niente, si disse. Dopo mesi di inattività a Napoli nella speranza di trovare un lavoro che non c’era.

Cominciò quindi per la donna la sua nuova vita, quella a cui anelava già da tempo: potere e dover risolvere i propri problemi da sola, senza dover o poter fare appello a nessuno.

Si trasferì a Milano e non trovando un alloggio soddisfacente in breve tempo, andò a stare in un convitto di suore operaie. Sì, proprio suore. Si chiedeva se avrebbe mai pensato che la sua nuova vita sarebbe cominciata in un pensionato di suore. Una camera condivisa con un’altra ragazza come ai tempi dello stage a Mosca, non la infastidiva, anzi forse la presenza di un’altra persona, seppur estranea, la incoraggiava e rassicurava.

Eppure la coabitazione con donne così diverse da lei e dalle amiche che aveva frequentato negli anni del liceo e dell’università, inseriva nella sua vita una nuova variante: gli altri, i diversi da lei, che lavoravano non per pagarsi un viaggio all’estero, ma per vivere. Che si compravano le scarpe al mercato e le borse sulle bancarelle. Che la domenica andavano a passeggiare nei parchi. Che prendevano  in metrò  e i mezzi pubblici, di cui fortunatamente Milano era provvista, perché non avevano l’auto o la moto.

Un mondo in cui la ragazza viziata e smaniosa del nuovo che era in lei veniva continuamente bacchettata dalla sua coscienza stessa. Il suo ”servizio militare” lo chiamava suo padre..

Un ambiente lavorativo nuovo, poi, nel sud di Milano ed un alloggio dove alloggiare (il pensionato delle suore)  nel centro della città. C’era molto da scoprire e conoscere anche in una città italiana.

continua

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