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    Home»Pari opportunità»Dire donna non è dire madre
    Pari opportunità

    Dire donna non è dire madre

    DolsBy Dols10/05/2012Updated:22/06/20144 commenti5 Mins Read
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    di Virginia Odoardi da linkiesta

     .. ma affermarlo sa di sovversivo

    La maternità come potenziale della donna, non peculiarità insita nel sesso femminile.

    L’Italia non è un paese per madri: ad affermarlo è il Rapporto sullo stato delle madri nel mondo di Save the Children, che ha bocciato il nostro Paese come un luogo in cui le donne non ricevono assistenza e tutela adeguata da rendere facilmente programmabile una potenziale maternità.

    Proprio in questi giorni, prima di conoscere i dati inquietanti del Rapporto, proponevo sulla mia pagina Facebook un dibattito tra ‘amici’ circa la mia avversione all’equivalenza donna=mamma (o peggio ancora donna ‘se e solo se’ mamma) poiché avversavo l’idea che l’istinto materno sia una peculiarità insita nel sesso femminile. Immagino, infatti, la maternità come una potenzialità della donna, non come condizione obbligatoria legata a un processo biologico, volto come mi è stato fatto notare, al mantenimento della specie.

    Essendo entrata in media res nelle mie elucubrazioni mentali, cerco di dare un ordine logico alle considerazioni che vorrei proporvi: ha senso dire che una donna non sia completa senza un figlio? E ancora, le difficoltà che connotano la vita di una donna in Italia, possono essere ridotte alla difficoltà, oggettiva e comprovata, di mettere in atto un eventuale desiderio di maternità?
    Ho letto considerazioni di uomini che, riassumendo (anche se il riassunto è spesso forviante), giudicano immatura la donna che decida, a seguito di considerazioni circa la propria predisposizione, di non fare figli. Ma, possiamo accusarla di egoismo se non si sente in grado di abnegarsi? E, dato il mutare dei tempi, possiamo negarle la possibilità di far coesistere maternità e autodeterminazione, senza che la si continui a bollare come madre snaturata?

    Pensavo che le categorizzazioni fossero cosa obsoleta, ma mi sbagliavo. Leggendo i commenti di persone erudite e intelligenti, è chiaro che persistano delle categorie astratte che stentano a scomparire.
    La donna o è bella e superficiale (spesso rifatta, palestrata e abbandona-figli alla baby sitter di turno) o è dimessa, lavoratrice, ma comunque abbandona-figli al nido (visto come più popolare). Altrimenti, diventa un mostro senza sentimenti che assume le connotazioni maschili del tycoon, diventando figura mitologica dal corpo di donna e cuore di uomo.

    Possibile che non si riesca a decostruire una società che si fonda su stereotipi e categorie?
    I dati del Rapporto purtroppo dimostrano che la donna soffre di una ghettizzazione lavorativa e sociale che la conduce a perseguire scelte obbligate su quale habitus adottare: la madre o la donna in carriera (che assume spesso una connotazione ironico-dispregiativa) o la ‘sex symbol frutta soldi’. Il suo corpo viene frammentato in parti, che poi retoricamente parlando, la rappresentano nella sua interezza. Il linguaggio che narra il suo corpo abusa della figura retorica della sineddoche, la parte per il tutto: a volte un seno mozzafiato (come nel caso di Denise Milani) e altre un utero-incubatrice. E’ quello che il narratore vede in lei, ma che lei stessa, nello specchio non riconosce. Ricorda le donne di Picasso: molte sfaccettature in un unico corpo, che l’osservatore, però, non riconosce come ‘multifunzionale’ e che rifiuta possa appartenere a più ‘categorie’ simultaneamente.

    Nonostante le battaglie civili, il retroscena culturale che ha generato immagini stereotipate esiste e persiste. La donna assume i ruoli che la visione patriarcale le ha concesso: da immacolata genitrice a giocattolo sessuale, mera pedina o strumento procreativo o di piacere. Persiste, altresì, una visione che tutela il sesso maschile nella libertà di autodeterminarsi senza pagare il conto: ci si è mai interrogati seriamente sul fatto per cui non esista una sinonimia linguistica tra uomo e padre? Perché si concede all’uomo la libertà responsabile di decidere di diventare padre, in base alle sue predisposizioni, senza giudicarlo se considera se stesso inadatto alla paternità?

    La maternità è sì un’esperienza unica, è vero che un figlio arricchisce la vita, la cambia e la stravolge, ma non tutte le persone sono attirate da questa ricchezza e, quando faremo cadere l’ipocrisia, capiremo che privarsi di una potenzialità non è egoismo, ma gesto responsabile e generoso nei confronti dell’eventuale vita di un bambino.

    Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/women-must-go/dire-donna-non-e-dire-madre-ma-affermarlo-sa-di-sovversivo#ixzz1uTmjpQtL

    Virginia Odoardi – Laureata in Lingue per la Comunicazione Internazionale, con una tesi in Sociologia del Territorio sui matrimoni imposti nelle comunità immigrate di seconda generazione in Italia e Gran Bretagna. Collabora come freelance con diverse testate giornalistiche. Ha un blog in cui affronta il tema di genere a tutto tondo, anche a livello internazionale e in lingua straniera (Womenmustgoon.wordpress.com). Lo stesso blog, esclusivamente in lingua italiana, è presente tra i blog de Linkiesta.it (http://www.linkiesta.it/blogs/women-must-go). Scrive anche per dols.it. Interessata alla sociologia dei fenomeni migratori, ha approfondito lo studio di tematiche di genere e delle politiche di integrazione, frequentando il corso relativo al progetto “Ricerca azione partecipata sulle vittime della tratta degli esseri umani, dei crimini d’onore e dei matrimoni forzati in seno alle comunità immigrate africane e dell’Europa dell’Est”, finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Daphne.ureata in Lingue per la Comunicazione Internazionale, all’Università L.U.M.S. A. di Roma, con una tesi in Sociologia del Territorio sui matrimoni imposti nelle comunità immigrate di seconda generazione in Italia e Gran Bretagna. Collabora come freelance con diverse testate giornalistiche. Interessata alla sociologia dei fenomeni migratori, ha approfondito lo studio di tematiche di genere e delle politiche di integrazione.

    maternità
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    Dols

    Dols è sempre stato uno spazio per dialogare tra donne, ultimamente anche tra uomini e donne. Infatti da qualche anno alla voce delle collaboratrici si è unita anche quella degli omologhi maschi e ciò è servito e non rinchiudere le nostre conoscenze in un recinto chiuso. Quindi sotto la voce dols (la redazione di dols) troverete anche la mano e la voce degli uomini che collaborando con noi ci aiuterà a non essere autoreferenziali e ad aprire la nostra conoscenza di un mondo che è sempre più www, cioè women wide windows. I nomi delle collaboratrici e collaboratori non facenti parte della redazione sono evidenziati a fianco del titolo dell’articolo, così come il nome di colei e colui che ci ha inviato la segnalazione. La Redazione

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    4 commenti

    1. isabella deiana on 11/05/2012 02:55

      Bellissimo articolo, molto interessante, sono completamente d’accordo! Grazie e complimenti!!!Lo posto sulla mia pagina e lo manderò a pagine di gruppi di donne!

      Reply
    2. Alessandra Rossi on 11/05/2012 08:48

      Concordo in pieno! Sono una mamma che sino ai 30 anni non sentiva affatto il bisogno di diventarlo. Ho anche affrontato un’interruzione di gravidanza perché proprio non volevo essere responsabile della vita di un bambino. Non è stata una bella esperienza, ma era preferibile al far nascere una creatura non desiderata.

      Poi, a 30 anni… Non ho mai capito e non voglio neanche stare a scervellarmi per comprendere le ragioni di questa svolta, ma rimasi di nuovo incinta, stavolta non solo biologicamente. La notizia mi rese felice, tutto di me si apprestò ad accogliere questa nuova vita.
      Il mio compagno di allora non era d’accordo. Mi lasciò dopo 3 anni di relazione.

      Ma la voce dentro di me era più forte di lui e del fallimento di questo rapporto. Così adesso esiste Marcello (col mio cognome), un ragazzone di 21 anni dal grande cuore e dall’intelligenza viva e curiosa. Se c’è lui, c’è sempre anche un libro nelle vicinanze :).

      Questa breve testimonianza per dire alle donne: ascoltate voi stesse e nessun altro! Anche nel mondo animale vi sono femmine niente affatto deputate alla continuazione della specie… Figuriamoci fra noi “pensanti”, dove oltre alle differenze biologiche vi sono anche differenze di scelte culturali, in cui una donna può trovare estrema completezza anche dedicandosi soltanto alla filosofia.

      Essere madre è anche un modo di vivere. Essere “madre” è creare, elargire, supportare, confortare… Conosco tante donne che riescono a dare tutto questo senza mai essere state incinte e le trovo magnifiche.

      Reply
    3. Angela Scaglione on 11/05/2012 08:56

      E’ vero; non è sufficiente essere donna per dimostrarsi madre a tutti gli effetti. Ho lavorato a contatto dei bambini e ho potuto constatare una molteplicità di “mamme” e posso assicurare che questo ruolo,è molto spesso, sopravvalutato. Molte mamme preferiscono delegare, affidare qualche volta,accollare ad altri la crescita e l’ educazione dei propri figli scaricando e magari pagando, l’onere e il fastidio che un bambino le comporta.

      Reply
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      Dols on 11/05/2012 11:11

      Caterina Della Torre
      Anche io ho da raccontare la mia storia. Non ho mai desiderato aver figli fino a quando mio marito prima di chiedermi di sposarmi mi disse facciamo un figlio. Non facciamo all’amore (adesso direbbero fare sesso). La cosa mi meravigliò e sorprese che un uomo moderno, pensasse prima ai figli che al suo egoistico bene personale. E mi feci convincere…facilmente. E’ stata un’esperienza bellissima avere un figlio, adesso mi intenerisco davanti ad ogni bambino, anche se sono sicura non rinuncerei mai a lavorare se non per motivi gravi.

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