Il teatro di Elena Guerrini e la toponomastica femminile

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Ho amato molto il teatro. Ora quella magia è scomparsa. E’ ritornata guardando  Elena Guerrini a Torino la sera dell’8 marzo.

di Loretta Junck

Ho amato molto il teatro. C’è stato un periodo della mia vita in cui bastava si alzasse il sipario (a quei tempi si usava ancora) per sentire un’emozione fortissima. A Torino negli anni ’70 c’era il Cabaret Voltaire che faceva teatro d’avanguardia e ogni tanto arrivavano compagnie straniere a offrire spettacoli epocali. La MaMa di New York, al Teatro Nuovo, fu una meteora: ricordo vagamente un testo di Euripide, in greco antico, mi sembra, ma so di sicuro che a teatro non ho mai più sentito usare la voce in quel modo. Al Carignano venne il Berliner Ensemble, con un Brecht insuperabile. Esperienze fondamentali per la ragazza che ero.
Ora quella magia è scomparsa, e ho quasi smesso di andare a teatro perché il più delle volte gli spettacoli dello Stabile mi annoiano e mi è anche capitato di addormentarmici, sulle comode poltroncine di velluto rosso, cullata da una soporifera istituzionalità.

polnta-mimosaPer questo “Vie delle donne”, che ho avuto l’occasione di vedere a Torino la sera dell’8 marzo, testo e interpretazione di Elena Guerrini, presso le Raffinerie Sociali di via Fagnano, è stato una sorpresa. Una gran bella sorpresa.
Ho conosciuto Elena Guerrini un paio d’anni fa. Aveva portato a Torino uno spezzone di spettacolo – ma lei giustamente rifiuta questa definizione per il suo teatro, e preferisce che si parli di “narrazione” o di “affabulazione” – e recitava in una sala di via Garibaldi, nel centro città. La narrazione era intitolata “Bella tutta! I miei grassi giorni felici” ed era un monologo contro gli stereotipi femminili: un teatro profondamente politico, di idee, come il grande teatro è sempre stato e deve essere. Anche allora la sala non era quella di un vero teatro e davanti alla scena improvvisata (uno spazio ricavato in una grande stanza e delimitato solo da alcuni oggetti posti qua e là) c’era un pubblico piccolo ma qualificato e attento. Non sapevo nulla dell’autrice-attrice Elena Guerrini, ma non feci fatica a riconoscere la qualità della recitazione e il valore del testo. E così alla fine della performance mi avvicinai a lei e le lasciai un mio biglietto da visita. Non avrei mai immaginato, allora, l’importanza di quel piccolo gesto, e nemmeno che il logo di Toponomastica femminile sul bigliettino, quella freccia bianca con sopra il cerchio rosso da cui pende la croce, avrebbe indicato a Elena dove indirizzare il suo lavoro in futuro.
Perché “Via delle donne” parla di noi, del progetto di Toponomastica femminile, di Maria Pia Ercolini fondatrice del gruppo nato nel gennaio del 2012 a Roma e poi diffusosi in tutta Italia, in Europa e anche oltre. Parla di quelle donne che hanno lasciato un segno, tanto da essere ricordate con una targa, come Alfonsina Strada, la prima donna a partecipare al Giro d’Italia, o come Santa Marina, la santa travestita da uomo patrona di Venezia, oppure come Giuseppina Pizzigoni, che all’inizio del ‘900, da sola, senza mezzi ma con tanta determinazione creò a Milano la sua scuola e la chiamò “La Rinnovata”. Ma parla anche di quelle che pur avendo fatto cose egregie non sono ricordate nelle intitolazioni stradali, come Rosa Genoni, Annie Londonderry e altre. Parla insomma delle donne, della loro forza e della loro passione. E lo fa con l’impeto travolgente e l’ironia spiazzante che sono i segni distintivi delle affabulazioni di Elena Guerrini. A Siviglia, nel Congresso del Gruppo di ricerca internazionale “Escritoras y escrituras”, Fabio Contu, esperto di teatro e studi di genere, ha definito questo teatro come una “sistematica sovversione di tutti i canoni”, perché Guerrini ribalta il rapporto con il pubblico e lo coinvolge, chiedendogli per esempio di far partire le musiche con gli smartphone (“tanto qui si sente bene”) o di riprendere l’azione scenica (“Qualcuno può farmi delle foto? Mi hanno chiesto di allegare a un bando foto e video di uno spettacolo inedito”) e persino di illuminarla con le torce dei telefonini. L’indubbio fascino di queste narrazioni consiste proprio in questo loro essere vive, e trasgressive, e stimolanti. Nessun rischio di addormentarsi, con il teatro di Elena Guerrini, anche se rimane in scena da sola per più di un’ora, e da sola scrive i testi (“sono una scrittrice – ama dire – non una scritturata”), decide quali oggetti deve avere intorno, quali immagini proiettare, fa tutto lei insieme al suo pubblico.
Elena mi ha detto che tornerà in Piemonte il 16 giugno, per il Festival La Fabbrica delle Idee di Racconigi, e porterà “Vie delle donne”, la sua ultima narr-azione, nella sala del Consiglio comunale. Perché il Consiglio comunale? Perché “è la sede dove presentare politiche necessarie e universali, come quelle legate alla toponomastica femminile, in questo caso narrando storie, intrecciando tre vite che sono paradigmatiche di più universi femminili” e perché “da qui potrà partire il cambiamento all’interno della città”.
Bello combattere questa battaglia insieme a lei.

 

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