Perché “manifestarci”

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Goccia a goccia, mobilitazione dopo mobilitazione, rivendichiamo un posto centrale nell’agenda politica per i diritti delle donne.

 

Le disuguaglianze, le discriminazioni, le violenze, il mancato rispetto dei diritti delle donne non vanno mai in vacanza. Questo settembre abbiamo ripreso in mano tante questioni che ci riguardano, ancora tutte lì, nonostante tanti appelli, richiami, manifestazioni, istanze e rivendicazioni. A volte sembra di essere ferme. È ciò che in tante avvertiamo. Eppure noi non ci siamo mai fermate, mai ci siamo rassegnate.

Questa paralisi la si avverte in modo evidente quando parliamo di diritti sessuali e riproduttivi. In tanti ambienti c’è un pericoloso tentativo di riportarci indietro, se ne parla sottovoce, c’è chi richiama questioni che pensavamo ormai assodate, che mettono in discussione la nostra autodeterminazione e il nostro diritto a scegliere.

Anche l’occasione del 28 settembre, Giornata mondiale per l’accesso all’aborto sicuro e legale, non ha portato un movimento massiccio. Ero in manifestazione a Milano, una mobilitazione di Non una di meno. Eravamo in tante e tanti, ma siamo più o meno sempre le stesse persone, degli stessi circuiti di attivismo. Lo devo dire. E devo anche annotare che si trasla sempre un po’ il significato delle mobilitazioni, anziché rimanere attinenti, anche a livello di linguaggio e di parole (qui e qui). Perché se vogliamo inserirci in un contesto internazionale dovremmo comprendere e riportare il senso pieno delle parole: “September 28, the Global Day of Action for Access to Safe and Legal Abortion” e delle battaglie. Adattare le parole al contesto italiano non significa perdere per strada il senso originale delle rivendicazioni. E poi concentriamoci. Altrimenti dal minestrone non trarremo alcun beneficio o passo in avanti. Ho purtroppo una sensazione che non scompare: non riusciamo ad arrivare, non ci arriviamo a tutte le donne. Vogliamo che la nostra salute sia tutelata, questo deve essere chiaro.

Non potevo mancare a una chiamata alla mobilitazione, quanto mai necessaria.

@sforzasimona

@sforzasimona

Conosciamo tutti la situazione italiana. Il 70,7% delle/dei ginecologhe/i e il 48,8% degli/delle anestesiste/i sono obiettrici/obiettori di coscienza. Il 40% degli ospedali non ha un servizio per le IVG, mentre il Ministero della Salute afferma che “su base regionale e, per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore, anche su base sub-regionale, non emergono criticità nei servizi di IVG”, valutando però la presenza dei servizi su base statistica e non su base territoriale. Il ricorso all’aborto farmacologico è solo del 15% , siamo all’ultimo posto in Europa (Francia 57%, Inghilterra 60%, Finlandia 98%, Svezia 90%, Portogallo 65%).

Spendiamo 13 miliardi di euro per pratiche sanitarie inappropriate, come quella del ricovero ospedaliero di 3 giorni previsto (siamo gli unici in Europa) per la somministrazione della Ru486.

Non vengono registrate le richieste di aborto, per cui non abbiamo dati certi, dati che sarebbero necessari anche per avere l’incidenza reale degli aborti che avvengono fuori da quanto previsto dalla legge 194. Conosciamo bene l’inasprimento delle sanzioni per gli aborti “clandestini” lo scorso anno. Conosciamo bene la questione dei contraccettivi ormonali diventati tutti a pagamento. Sull’urgenza di una informazione ad un uso corretto dei contraccettivi d’emergenza dovremmo batterci.

Se fossimo un Paese civile in cui si salvaguarda la salute non permetteremmo lo svuotamento della 194 con le conseguenze che conosciamo. E non faremmo finta di non voler vedere il pericoloso ritorno al fai da te. Dovremmo scendere in piazza in massa, ma siamo sempre troppo poche per arginare un progressivo arretramento.

Conosciamo la situazione lombarda, ma ne parliamo sempre troppo poco.

A volte si ha la sensazione di annaspare nelle rivendicazioni che si accumulano e non si risolvono. Il disastro dei servizi consultoriali pubblici dovrebbe farci sussultare e invece niente. Che non ci siano adeguamenti e aggiornamenti, che non ci siano investimenti e che si preferisca farli morire per sopraggiunta inadeguatezza e abbandono, non ci tange. Che a nessuno sembri strano che non si dotino questi ambulatori di un semplice apparecchio ecografico, è l’amara realtà. Non ci tange. Ha ragione Emma Bonino sulla necessità di fare un “tagliando” alla 194, anche se il clima non è dei più favorevoli e dei più progressisti.

A volte può sembrare assurdo e anacronistico lottare per questioni aperte da decenni. Te ne accorgi quando ne parli. Te ne accorgi che la prevenzione, la consapevolezza, la contraccezione sono questioni marginali. Te ne accorgi quando prepari un cartellone per una manifestazione e sembra un gesto fuori dal tempo, uno spreco di tempo, come se avessi qualche rotella fuori posto. Eppure la preparazione di idee e parole che possano ricoprire un supporto di carta dovrebbe essere una consuetudine e una buona abitudine vista la situazione. Visto come siamo messe. E visto come siamo messe dobbiamo scendere in piazza perché il silenzio ci divora. Così come ci divora il circo che strumentalizza le donne e le loro battaglie.

Quindi non mi viene alcun mal di pancia, non vedo perché non voler cogliere ogni occasione di mobilitazione, non vedo perché sembra quasi come se dovessimo chiedere il permesso a qualcuno, anche tra noi.

Per questo sono andata al presidio del 30 settembre organizzato in 100 città italiane, Riprendiamoci la libertà, dopo l’appello “Avete tolto il senso alle parole” che vi invito a firmare qui.

Susanna Camusso: “Dietro la violenza non c’è il raptus, ma comportamenti radicati, l’idea che la donna non sia una persona libera, ma oggetto”.

Partecipare è far sentire la propria voce in ogni occasione di mobilitazione e a settembre avevo già partecipato al presidio del 12 settembre organizzato dalla Rete Lombarda dei Centri Antiviolenza contro le politiche di Regione Lombardia per i centri antiviolenza.

Il senso delle parole, abusate, triturate, di cui ormai ci giunge solo un riflesso dell’eco originale. Perché se si insinua sempre lo stesso genere di deformazioni, la realtà della violenza sarà sempre normalizzata con successo, derubricata a una qualche “mancanza” di un comportamento delle donne. A furia di destrutturare la violenza e a raccontarla rivittimizzando e colpevolizzando chi la vive sulla propria pelle, ci ritroveremo ferme ancora per molto tempo.

@sforzasimona

@sforzasimona

 

Siamo giunti a classificare uno stupro come “infortunio sul lavoro”. È una responsabilità collettiva, che tutte e tutti ci dobbiamo assumere, in prima persona, senza delegare o sperare che qualcun altro risolva per noi. Purtroppo quando pensiamo di aver toccato il fondo, qualcosa ci riporta ancora più giù.

Ha ragione Maria Andaloro che in suo post su Facebook scriveva qualche giorno fa: “sembriamo fermi, siamo immobili”, se guardiamo cosa accade attorno a noi, alle nostre amiche, sorelle, figlie, donne non ci siamo mossi di molto, qualche passettino, ma subito dopo un passo indietro, che ci riporta a essere bloccati di fronte alla violenza. Ma la violenza ha delle cause e delle origini che conosciamo bene, una sub cultura che abbiamo da tempo smascherato e indagato a fondo. Ora come dice Maria occorre partire o ripartire “Dalla scuola, dai giovani. Dalle case e dalle piazze. Anche virtuali. Ma ri partiamo!”.

Paralizzati o quasi, troppo flebile e lento è stato il passo che abbiamo tenuto in questa battaglia, che invece deve avere un fronte compatto e convinto. Occorre muoversi in modo capillare, scardinando resistenze e sovrastrutture che remano contro lo smantellamento di quella sub-cultura che alimenta violenza e stupri. Vi assicuro che questo tipo di resistenze si annidano in luoghi e contesti inimmaginabili, tra uomini e donne e si traducono in strani comportamenti, inspiegabili prese di distanza, come se non fosse qualcosa che ci riguarda tutti. Ho sempre il sospetto che a questi rifiuti si associ non solo indifferenza, ma anche qualche motivo più profondo di dissociazione da una realtà molto vicina, una sorta di fuga.

Ci è piombata sulla testa la riforma del codice penale, con il nuovo articolo 162 ter che permette la possibilità di monetizzare il reato di stalking a querela di parte rimettibile. E vi sembra una cosa da Paese normale che nonostante l’evidenza qualcuna/o la negasse? Ora ci troviamo a dover inseguire una modifica in coda di legislatura. Ottimo, esattamente come ancora attendiamo gli esiti del monitoraggio promesso da Gennaro Migliore sull’inasprimento delle sanzioni per gli aborti clandestini.

Lavoriamo per non trovarci tra una settimana, tra 1, 5, 10 anni ad assistere a questa cancellazione e annientamento di donne e ragazze. Per Noemi, Nicolina e per tutte le donne che devono essere al centro del nostro impegno e non possono essere dimenticate con un rapido volta pagina di cronaca. Le nostre e le loro vite hanno un valore e occorre riconoscerlo e non rimuoverlo. Perché di rimozione si muore e veniamo cancellate. Di questo si tratta, di un tentativo di cancellazione e di backlash.

Sono stata in silenzio per un po’, sinceramente ho fatto fatica a capire il senso di tante polemiche e di tanti mal di pancia. Uno spreco di energie, con conseguenze dannose per le donne. Ho fatto un esercizio di sottrazione a questo cortocircuito. Sinceramente preferisco convogliare le mie forze altrove. E poi le responsabilità non sono mai di una sola parte.

Così come non mi interessa l’età di chi scende in piazza e mi dispiace sentire montare contrapposizioni quando di fronte abbiamo un disastro. Disastro, scanditelo bene. Io non penso mai a queste cose se scelgo di andare in manifestazione contro la violenza sulle donne o su altri fronti. Né prima, né durante, né dopo. Io ci sono con il mio corpo e le mie idee, ogni qualvolta ci sono da difendere i diritti e pretendere che le cose cambino.

Altrettanto mi dispiace registrare tentativi di spettacolarizzare la violenza, raccontando tutti i minimi dettagli della violenza sostenendo che questo aiuti a cambiare la percezione. Non mi interessa nemmeno il balletto dei numeri, tra chi sostiene un incremento e chi invece una flessione. Anche se fosse anche solo un caso, è della vita di una donna che stiamo parlando. La percezione dello stupro, delle violenze e dei femminicidi non cambia con queste macabre descrizioni e rappresentazioni mediatiche. La gravità non cambia, la gravità la conosciamo bene anche se non tutti vogliono riconoscerla. La situazione e la percezione cambia se si lavora sulla cultura. Ma non a tutti interessa, meglio inseguire particolari voyeuristici e morbosi per generare facili click sulla pelle delle donne. E ora ditemi pure che non capisco niente di giornalismo perché non ho il tesserino.

Ma ricordatevi che da poco la Commissione pari opportunità della Fnsi ha varato il “Manifesto di Venezia” per una corretta informazione contro la violenza sulle donne. Quindi adeguatevi e non fate come per il termine “baby squillo”, ancora ampiamente adoperato nonostante quanto deliberato dal Consiglio dell’Odg.

Ogni tanto ricordiamoci le conseguenze.

@sforzasimona

@sforzasimona

In questo contesto, manifestiamoci anche ogni giorno, sono tutte occasioni benvenute. Personalmente cerco di riempire di senso il mio scendere in piazza insieme ad altr*. Un vero peccato è non capire che l’obiettivo comune, migliorare la condizione di vita delle donne, è l’unica cosa veramente importante. Goccia a goccia, ascoltandosi e fuori dagli orticelli. Siamo tutte sullo stesso piano. Da qui si deve partire, insieme, dal medesimo livello di cui tutte siamo consapevoli. Mobilitiamoci perché ci riguarda, perché non possiamo farne a meno. E ricordiamoci che finché le donne non torneranno centrali nell’azione politica, non solo per rastrellare qualche voto, non andremo da nessuna parte. Fa bene la presidente Boldrini a ricordarcelo:

Le donne devono tornare centrali nell’agenda politica: non sono le donne la “zavorra”, lo è la disuguaglianza.

Buona lotta! Non lasciamo da sole le donne.

 

 

Consiglio di lettura:

L’Italia restituisca alla Convenzione Cedaw il suo giusto senso di Maddalena Robustelli.

 

p.s.

Approfondiamo i motivi per cui da luglio 2015 appena 150 persone hanno usufruito del congedo lavorativo di 90 giorni previsto per le donne che hanno intrapreso un percorso di fuoriuscita da situazioni di violenza. Cerchiamo di capire dove sono gli ostacoli o se c’è una mancanza di informazione su questo diritto. Ne davo notizia qui.

 

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Profilo Autore

simonasforza

Blogger, femminista e attivista politica. Pugliese trapiantata al nord. Equilibrista della vita. Felicemente mamma e moglie. Laureata in scienze politiche, con tesi in filosofia politica. La scrittura e le parole sono sempre state la sua passione: si occupa principalmente di questioni di genere, con particolare attenzione alle tematiche del lavoro, della salute e dei diritti.

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