L’aborto in Cile, il punto della situazione

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Si è risvegliata la lotta per l’ottenimento di un diritto che – seppur parziale – risulta fondamentale, nel tempo e nello spazio.

A luglio di quest’anno, molte donne avevano marciato lungo le strade di Santiago protestando contro l’impossibilità di accedere all’interruzione volontaria di gravidanza, penalizzata in ogni caso, e contro il blocco in Parlamento dell’ambizioso progetto di legge che intende legittimare la procedura almeno in tre casi. Si è quindi risvegliata la lotta per l’ottenimento di un diritto che – seppur parziale – risulta fondamentale, nel tempo e nello spazio.
Il sogno alimentato da questa battaglia si è tradotto, lo scorso 2 agosto, in approvazione della legge che depenalizza in parte l’aborto. Vale la pena di capire perché questa vittoria è così importante, e cosa potrebbe significare per le donne cilene poter finalmente accedere all’aborto in modo sicuro e legale.

In primo luogo, si tratta di una grande vittoria politica: la penalizzazione dell’aborto era stata introdotta sul finire degli anni Settanta, con la dittatura di Pinochet, dopo una fase di generale tolleranza e legalizzazione della procedura avviata nel 1931, anche se solo per motivi clinici; la discussione si è poi riaccesa con l’arrivo di Michelle Bachelet, politica da sempre sostenitrice di un welfare vicino alle donne e che ha ricoperto il ruolo di direttrice esecutiva di UNWomen per tre anni, fino al 2013: il tema dell’aborto era stato centrale durante la sua campagna elettorale, il che fa di questa legge un traguardo raggiunto e una promessa mantenuta. Resta chiaramente da vedere come si evolverà la questione ora che il Tribunale Costituzionale del Cile ha ammesso il ricorso delle opposizioni per incostituzionalità della legge, da discutere il 16, il 17 e il 18 di agosto.

In secondo luogo, la depenalizzazione dell’aborto è un successo rispetto alle tante denunce da sempre mosse a livello internazionale in merito agli alti tassi di mortalità femminile a seguito di aborti clandestini. Il Cile è membro – ormai poco orgoglioso – del gruppo di paesi totalmente sprovvisti di una legislazione in materia di IVG, insieme ad esponenti di spicco quali El Salvador, Santa Sede e Malta e questo ha inciso in modo eclatante sul numero di unsafe abortions praticati nel paese: quando non è possibile emigrare in Stati vicini e più aperti, come l’Argentina (che, precisiamo, consente l’aborto limitatamente al rischio di vita della gestante o stupro), si ricorre al fai-da-te con risultati allarmanti, tra cui infezioni, emorragie e danni fisici permanenti.
Come cambierebbe quindi la vita delle donne cilene con l’applicazione – termine non casuale, dato che l’approvazione risolve il problema solo in parte – della suddetta legge?
Il presupposto del progetto di legge è bilanciare, nel contesto di uno Stato laico, il costituzionale diritto alla tutela del concepito con il diritto alla protezione della salute femminile, in particolar modo se si tratta di una gestante, sia da un punto di vista fisico che psicologico. La volontà è quella di consentire l’interruzione volontaria di gravidanza in tre casi specifici: 1) stupro; 2) patologia fetale che determini incompatibilità con la vita extrauterina; 3) rischio di vita per la gestante, il tutto nella garanzia del rispetto del diritto della donna di scegliere in autonomia se diventare madre o no. Va rilevato che, oltre a favorire l’autodeterminazione della donna, questo progetto di legge può contestualmente essere d’aiuto al sistema sanitario, appesantito dalla responsabilità di denunciare casi di ospedalizzazione da interruzione volontaria di gravidanza e dai costi d’intervento legati alle conseguenze dei numerosi aborti clandestini (solo nel 2012 sono stati contati dal Ministero della Salute 54 casi di morti legate alla gestazione, nel 40% dei quali erano presenti patologie collaterali che hanno aumentato il rischio di morte nella donna). Per non parlare del numero di nascituri affetti da patologie incompatibili con la vita. Se questa legge si accompagnasse ad un Piano mirato a favorire una cultura della prevenzione e della pianificazione familiare consapevole, il Cile potrebbe intraprendere una strada di reale cura della salute femminile e dei rapporti intimi e familiari.
Un treno che difficilmente potrebbe ripassare.
Non ci resta che attendere l’esito del ricorso presso il Tribunale Costituzionale con speranza e ottimismo.

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Profilo Autore

Nata in Puglia venticinque anni fa, vivo in provincia di Milano dal 2009. Conseguita la maturità classica, ho proseguito gli studi nel ramo delle Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Milano. Dal 2014 al 2016 ho collaborato in veste di operatrice volontaria con un centro di primo ascolto per donne vittime di violenza nel sud di Milano. Mi occupo principalmente di diritti riproduttivi, in particolar modo di accesso all'aborto, e di violenza sulle donne.

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