Donne e genitorialità, una materia complessa

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Senza dubbio alcune storie danno un’idea della complessità dell’essere genitori: si crea una tensione fra quello che si crede di dover essere e ciò che in concreto si diventa.

Non sono madre, non posso neanche immaginare cosa voglia dire esserlo. Ho sentito dire una volta, forse guardando un film, che se sai prenderti cura di una pianta sei pronto a responsabilità più grandi, sei pronto a vivere da solo, a sposarti, a condividere l’esistenza con qualcuno, e – perché no – a mettere al mondo un figlio. In tutta onestà, più passa il tempo e più mi rendo conto che la storia della piantina non regge. Ci sono compiti, nella vita, che superano ogni nostra aspettativa di complessità. Penso che essere genitori sia uno di quelli. E ritengo che sia molto facile perdersi, provare una sensazione di inadeguatezza. La paura di non essere all’altezza, di sbagliare. E sbagliare può, ahimè, capitare.
Penso ad un recente fatto di cronaca: ad Arezzo una bambina di 1 anno è stata dimenticata in auto e recuperata senza vita dopo circa cinque o sei ore. La madre era distrutta, e molti hanno commentato la vicenda sostenendo come sia impossibile dimenticare di accompagnare il proprio figlio all’asilo, andare a lavoro e non avere neanche per un attimo la sensazione di non aver fatto qualcosa. Un paio di giorni fa a Teramo, invece, è stata tirata fuori da un’auto una bambina rimasta bloccata al suo interno. Un piccolo incidente, certo, ma chissà che spavento per la nonna coinvolta nell’episodio.
In merito al primo caso, si è riacceso il dibattito sull’ “amnesia dissociativa transitoria”. Si tratta di una perdita di memoria momentanea che induce chiunque ne sia colpito a credere di aver fatto qualcosa che in realtà non è stata fatta. E la verità che poco si racconta è che può succedere proprio a tutti. Nessuno escluso. Si possono solo prendere accorgimenti per ridurre le probabilità che un fatto del genere si verifichi.

Senza dubbio alcune storie danno un’idea della complessità dell’essere genitori: si crea una tensione fra quello che si crede di dover essere e ciò che in concreto si diventa. Situazioni di stress, alterazioni ormonali e i grandi cambiamenti conseguenti a maternità e paternità sembrano poi essere alla base della “depressione post partum”. Grazie ad alcuni studi condotti dalla Michigan State University e dall’Université di Rennes si è scoperto che le aree del cervello che vengono maggiormente sollecitate in alcune neo mamme o in donne in stato di gravidanza sono quelle adibite alla regolazione dello stress e ai processi sensoriali, consentendo così di differenziare questa forma depressiva da tutte le altre. Diversa dalla depressione, ma altrettanto rischiosa, è la malinconia che può colpire i neogenitori, fenomeno conosciuto come “baby blues”: tende a manifestarsi nei giorni immediatamente successivi al parto e generalmente si esaurisce nel giro di un paio di settimane spontaneamente, salvo i casi in cui da semplice malinconia si passa alla depressione.

Vi sono infine situazioni che sembrano esulare da qualsiasi difficoltà momentanea, e che riconducono ad una negazione della maternità e del famoso istinto materno (ed eterno sarà il dibattito sull’esistenza biologica di questo istinto: esiste o è un’invenzione nata solo per imbrigliare la donna nella rete della propria capacità riproduttiva?). L’infanticidio è una di quelle situazioni. Donne che rifiutano la genitorialità, rifiutano le difficoltà e scelgono di riappropriarsi (o almeno così credono) della vita che avevano precedentemente. Ancora una volta, dare un giudizio sembrerebbe apparentemente facile: sono pronta a scommettere che molti urlerebbero al trattamento sanitario obbligatorio, alla gogna e alla vergogna, alla violenza fisica per eliminare il peccato. La nostra società non può perdonare un fatto del genere, ma –  seppur lenta – la giustizia fa spesso il suo corso con diligenza e spetta solo al tribunale dare una sentenza proporzionata e adeguata rispetto al reato. Cosa dobbiamo fare noi altri? Dobbiamo iniziare seriamente ad interrogarci sulla diffusione di questi fenomeni e sulle loro cause: sarà forse che la maternità viene tanto promossa ma poco tutelata? Sarà forse che non siamo ancora riusciti a garantire ad una mamma che – una volta avuto un figlio – non smetterà di essere anche donna? Non abbiamo relegato troppo a lungo la maternità ad un isolamento coatto, e le madri ad una solitudine incomprensibile?

Non dobbiamo stupirci della fragilità che si accompagna al momento della nascita. L’errore più grande che possiamo commettere è quello di concentrarci sul superfluo trascurando le basi: non dico che la qualità dei pannolini sia dettaglio di poco conto, ma che stare accanto alla neomamma può rappresentare la strada migliore per garantire al neonato un futuro sereno e sicuro.

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Profilo Autore

Nata in Puglia venticinque anni fa, vivo in provincia di Milano dal 2009. Conseguita la maturità classica, ho proseguito gli studi nel ramo delle Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Milano. Dal 2014 al 2016 ho collaborato in veste di operatrice volontaria con un centro di primo ascolto per donne vittime di violenza nel sud di Milano. Mi occupo principalmente di diritti riproduttivi, in particolar modo di accesso all'aborto, e di violenza sulle donne.

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