Salute femminile e prevenzione: il caso Zika

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Negli ultimi due anni si è spesso parlato – con toni non poco allarmistici – della diffusione del virus Zika, trasportato dall’inconsapevole zanzara Aedes in diverse aree dell’America Latina, e in modo particolare in Brasile, Colombia, Panama e in misura minore negli Stati Uniti.

Qualche giorno fa proprio questi ultimi hanno annunciato, tramite l’Istituto Nazionale Statunitense per le Allergie e le Malattie Infettive, l’avvio della sperimentazione di un vaccino anti-Zika su individui provenienti da zone ad alto rischio, e molto avranno di certo contribuito le evidenze scientifiche e statistiche che hanno rivelato come il 10% delle donne affette dal virus abbiano messo al mondo figli colpiti da difetti congeniti. La stessa ricerca ha poi evidenziato come nell’80% dei casi non si siano presentati segni evidenti del virus nelle donne in stato di gravidanza, e questo nonostante spesso Zika sia stato associato a febbre, congiuntiviti, stanchezza e mal di testa.
Deve fare molto riflettere come questa situazione non abbia minimamente scalfito la granitica tradizione latino americana di tutela del concepito, a scapito della salvaguardia della salute sessuale, fisica e psicologica della donne. Le donne di El Salvador, ad esempio, hanno spesso dovuto scegliere tra maternità e 50 anni di carcere, e in generale gli inviti dell’ONU a consentire l’interruzione volontaria di gravidanza nelle aree a rischio sono stati per lo più ignorati, con conseguenze drammatiche:

1) l’incremento degli aborti clandestini e non sicuri in un territorio già gravemente colpito da alta mortalità materna;
2) una crescente sfiducia delle donne nelle istituzioni, che non riescono a garantire loro quei servizi di assistenza prenatale e successiva al parto fondamentali per supportarle nella gestione dell’organizzazione familiare, soprattutto quando uno o più figli sono affetti da forme di disabilità fisica e/o mentale;
3) la secondarietà della salute riproduttiva delle donne.

Il tutto si traduce in incalcolabili costi a carico della sanità pubblica e dello Stato: lo United Nations Development Program ha stimato una spesa tra gli 7 e i 18 miliardi di dollari per il contenimento delle conseguenze negative di una pessima campagna di prevenzione della diffusione del virus Zika in America Latina.

Dunque, quali insegnamenti possiamo trarre da questa situazione? In primo luogo, è fondamentale favorire lo sviluppo di una cultura della prevenzione, perché – sì – il virus Zika è sessualmente trasmissibile come molte altre malattie note, e molto più di quanto si fosse portati a credere inizialmente. L’uso coerente di contraccettivi come il preservativo può aiutare una donna molto più di qualsiasi discorso politico: l’autotutela, in questo caso come in altri, è il primo passo verso l’emancipazione della donna da un contesto socio-culturale poco solidale. Non vi è dubbio che spesso la maternità sia cercata, ma in caso di stupro o di rapporto coniugale non desiderato l’utilizzo di un contraccettivo può salvare la donna da un destino incerto e rischioso.

La World Health Organization, nel delineare le linee guida per limitare la trasmissione sessuale del virus, ha richiesto che i paesi coinvolti avviassero una campagna di informazione sui rischi e sulle conseguenze derivanti da Zika, favorendo la distribuzione di metodi contraccettivi e la libertà di scegliere quali di essi utilizzare. Ed ecco che emerge come in molti casi per la donna non vi sia “libertà” di scelta. Vivere in luoghi isolati, lontani dai centri abitati, in una famiglia già numerosa e con molteplici responsabilità sulle spalle può ostacolare la possibilità di vivere liberamente e serenamente la sessualità. Le giovani non sono sufficientemente aiutate nel contesto scolastico; l’aborto è avversato, e qualche volta giudicato al pari di un omicidio; le condizioni igienico-sanitarie spesso complicano la situazione.
Noi, lontani – apparentemente – da tutto questo, dovremmo imparare da situazioni del genere. La nostra salute riproduttiva è costantemente messa in pericolo da stili di vita sbagliati e da poca attenzione al tema della prevenzione. E commetteremmo un tremendo errore se pensassimo che colpire con importanti tagli i programmi di prevenzione voglia dire risparmiare: nel lungo periodo, politiche poco lungimiranti ci porterebbero a spendere più di quanto avremmo voluto.
In sostanza, non dobbiamo mai dare per scontate le grandi conquiste in tema di diritto riproduttivo ed emancipazione sociale: ogni epoca storica, in forme differenti, ci pone di fronte al dovere di auto-proteggerci, soprattutto quando lo Stato mette in campo deboli strumenti di tutela.
Il virus Zika è solo un esempio, la metafora di quello che accade quando si è poco attenti alla protezione della sfera sessuale e alla prevenzione di malattie trasmissibili, ma è anche e soprattutto lo specchio di una realtà, che molto spesso tende ad ignorare la legittima pretesa di una donna a vedere tutelata la propria vita intima, che desideri o meno la maternità.

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Profilo Autore

Nata in Puglia venticinque anni fa, vivo in provincia di Milano dal 2009. Conseguita la maturità classica, ho proseguito gli studi nel ramo delle Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Milano. Dal 2014 al 2016 ho collaborato in veste di operatrice volontaria con un centro di primo ascolto per donne vittime di violenza nel sud di Milano. Mi occupo principalmente di diritti riproduttivi, in particolar modo di accesso all'aborto, e di violenza sulle donne.

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