Chi giustifica la scienza?

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I disegni criminali contro l’umanità richiedono una base sociale estesa, ideali e valori: se la scienza fosse strumentalizzata per diventare uno di questi?

Questa mattina la mia rassegna stampa è partita con un articolo segnalato da Roberta Villa sulle ragioni nascoste del male. L’interessante analisi proposta da Daniela Ovadia (qui il suo articolo) affronta il tema della supposta malvagità che si cela dietro ogni leader politico che si renda responsabile di crimini contro l’umanità. Qual è il meccanismo con cui realizza il suo disegno criminale, perché incontra sostenitori.

Non serve essere mostri per cedere ad azioni tanto odiose, commenta saggiamente la Ovadia. Condivido il suo punto di vista. Del resto sarebbe fin troppo semplicistico ricollegare la psicopatologia di un unico individuo ai periodi più bui della storia collettiva di interi popoli. Perché il progetto si realizzi, intanto, è necessario che questi convinca un numero significativo di proseliti dell’efficacia delle sue proposte. In secondo luogo che dia loro un’ottima motivazione per appoggiarle. Qualcosa che rappresenti per la cittadinanza un vantaggio tale da superare l’orrore per le atrocità. Ecco perché i capi di Stato in procinto ad aderire ad una guerra non nominano preziose risorse minerarie racchiuse in giacimenti contesi, né interessi economici da tutelare. L’idea di inviare le proprie truppe, di sacrificare giovani vite, di massacrare interi villaggi abitati da civili inermi appare ancora più ripugnante agli occhi dei cittadini quando a legittimare tutto ciò è il vil danaro. Il fine giustifica i mezzi, ma chi giustifica il fine? Per spingere le persone a credere nell’utilità dei conflitti armati, della prepotenza esercitata contro un altro popolo che, sulla carta, ha pari dignità del proprio, è necessario uno strumento più sofisticato. Ecco allora manifestarsi il sacro vessillo della fede religiosa, gli ideali politici che saremmo irresponsabili a non difendere, la giustizia sociale calpestata. Questi sono gli strumenti usati dai trascinatori di folle intenti ad esercitare quello che la maggior parte di noi inquadra come male. E’ su questa base che, in una fase successiva, dopo avere aderito all’ideologia ed avere sottoscritto con essa un legame indissolubile, i militanti vivono l’impossibilità di sottrarsi agli ordini superiori, configurando il “principio di autorità” di cui acutamente scrive la Ovadia.

Mi permetto di aggiungere che, a mio parere, nella stessa mente del capo scatta un processo identificativo. Egli si sente realmente investito di un potere superiore, se volete qualcosa di simile all’arcaica ed archetipica figura del sovrano legittimato dall’entità divina che ha furoreggiato nell’antichità (anche relativamente recente) per secoli. Solo questo contatto con un livello superiore può giustificare le gesta anti-umane, la convinzione di essere portatore di valori irrinunciabili cui è necessario obbedire, per il bene stesso dell’umanità. E’ capovolgendo i fronti che si può fare breccia nelle coscienze, invertendo la posizione reciproca di bene e male che si possono convogliare energie e sentimenti che appariranno distruttivi solo più tardi, in conseguenze delle scellerate ripercussioni sulla società e sul genere umano.

Nel proprio lento ma inesorabile processo di inquinamento dell’opinione pubblica su ciò che è bene e ciò che è male, nel rimescolamento dei concetti e nella traslazione dei punti di vista, il leader non può incontrare i soli favori di un’élite, ma ha necessità di un supporto esteso proveniente da una base sociale allargata. Per questo parla (come sentiamo spesso ripetere a proposito della demagogia di certe parti politiche) alla “pancia” delle persone, alla loro componente più ancestrale, quella su cui si fa più presa quando si citano ideali e valori. Nell’eterogeneità culturale ed economica, è sempre possibile individuare un sottoinsieme “tale che”, un luogo dei punti nei quali l’interferenza fra gli individui sia più che virtuale. In questo concetto leggo contenuti molto familiari. Anche la pseudoscienza, o meglio coloro che la strumentalizzano per ottenere vantaggi che nulla hanno a che vedere con la scienza, si muovono seguendo queste modalità. Fanno leva sull’ignoranza (nel senso letterale del non sapere, del non occuparsi di scienza in maniera specifica e professionale), sulle credenze, sulle paure che ci accomunano, che non riconoscono differenze sociali o stratificazioni culturali. E le alimentano con il sospetto, favorendo la circolazione di notizie che intensifichino il dubbio della cittadinanza nei confronti delle soluzioni proposte dalla scienza. Quello che sta accadendo con i vaccini. Per certi più generali aspetti, quello che avviene in questi giorni negli Stati Uniti, dove negli ultimi anni, invece, sembrava che la cultura scientifica fosse dominante, anche grazie agli ingenti investimenti in essa confluiti nel corso dell’amministrazione Obama. Invece, a sorpresa, l’ombra dell’inversione di tendenza si profila all’orizzonte. Più che un’onda, un’ondata, di antivaccinismo, di creazionismo, di dottrine che sostengono la planarità della Terra. Concetti che tutti siamo pronti a definire medievali, ma che serpeggiano, oggi, in un Paese progredito e tecnologicamente avanzato. Proprio là, dove è nata Brain Initiative, colossale progetto che ha l’obiettivo di promuovere gli studi sul cervello per trovare una cura alle patologie neurodegenerative. Dove un Vicepresidente si è fatto patrocinatore di Cancer Moonshot, iniziativa epocale volta all’elaborazione di una scienza integrata, una rete di grants da quasi due miliardi di dollari che coinvolge oncologia, genetica e tecnologia digitale al fine di supportare lo sviluppo della medicina personalizzata.

Ragionando intorno al tema dei finanziamenti, da molti invocati come deterrente contro il fiorire delle dottrine che si oppongono alla scienza, in virtù della loro capacità di promozione della cultura del progresso, non siamo in grado di fornire una spiegazione all’enorme incoerenza del paradosso americano. Se questa teoria può provare, in parte, ragione di esistenza da noi, dove i fondi destinati alla ricerca scientifico-tecnologica sono oggettivamente insufficienti, applicata oltreoceano rivela la sua misera invalidità.

Forse dovremmo estendere il campo di osservazione e ripercorrere la storia così come si risale la corrente di un fiume, ripescando qua e là contenuti utili a spiegare il fenomeno dell’ignoranza scientifica cosciente, della volontà precisa di abbandonarsi all’empirismo. Troveremmo germi di riflessione attorno cui costruire ragionamenti più organici. La scienza, di per sé, non può macchiarsi di crimini. Non ha responsabilità. Ma gli uomini che l’hanno strumentalizzata per farlo ne hanno. Pensiamo alla bomba atomica sganciata dall’Enola Gay (o forse sarebbe meglio dire dagli uomini che lo pilotavano, anch’essi vittime del principio di autorità) su Hiroshima. Ai fisici che hanno collaborato perché Progetto Manhattan avesse successo. Ai chimici coinvolti nella sciagurata sintesi di gas napalm da destinare allo sterminio dei vietnamiti nascosti nell’ombra delle foreste tropicali. Ai disastri nucleari evitabili, da Chernobyl a Fukushima. Alla sfiducia nel progresso che tutto ciò deve avere contribuito a creare, alle radici dell’avversione della gente nei confronti dell’energia nucleare, della chimica. Al potere che può conferire il controllo sull’innovazione scientifico-tecnologica, se rimane dominio di pochi (a loro volta controllati) e non patrimonio di tutti. Mi riferisco, tanto per citare un esempio, alla possibilità attuale di intervenire sul genoma umano modificandolo per selezionare una super razza, tramite una procedura semplice, veloce ed economica come CRISPR. Non è questo uno strumento di guerra di potenza anche superiore, per le conseguenze che potrebbe avere per l’umanità, alle guerre che siamo abituati a combattere?

Siamo tutti molto orgogliosi di citare le circostanze in cui la scienza è stata utile all’umanità, ma dimentichiamo i tristi eventi che la scienza ha contribuito a originare. In realtà, siamo bravi a piegare la scienza alle nostre necessità. Alcuni leader lo sono più del dovuto. E quando acciuffano il potere, raggiungendolo in maniera democratica, cosa ci resta da fare se non controllare che il posizionamento del nostro personale segnalatore bene/male sia sempre corretto?

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Profilo Autore

Monica Torriani

Laureata in Farmacia a indirizzo farmacologico e abilitata alla professione, con certificazione Cambridge della lingua inglese. Ha conseguito un diploma in aromaterapia. Per 16 anni ha fatto la casalinga, senza tuttavia smettere di studiare. Cresciuti i quattro figli, ha raccolto alcune riflessioni personali sulla figura attuale di chi si occupa esclusivamente della famiglia in un libro: “Creazione di Valore e Dipendenza Economica”, che ne evidenzia gli aspetti di modernità. Nel 2016 ha ideato e aperto un blog scientifico che segue personalmente. WELLNESS4GOOD http://wellness4good.eu/ racconta di come l’innovazione impatti sulla nostra salute e, attraverso il suo linguaggio divulgativo, di come la scienza sia patrimonio di tutti.

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