Dipingeva come un uomo

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Anton Giulio Bragaglia, che di Deiva fu amico sincero ed estimatore, arrivò a definirla «un ottimo cervello maschio» che «dipingeva come un uomo», una “modernissima colorista

di Barbara Belotti

Alla pittrice eugubina Deiva Terradura De Angelis è stata intitolata una via a San Mariano, comune in provincia di Perugia. Roma, la città della sua vita professionale e artistica, fino ad ora non le ha dedicato alcuna strada. Nel maggio del 2014 Toponomastica femminile ha inoltrato all’Ufficio Toponomastico della capitale la richiesta di una intitolazione in ricordo di Deiva, purtroppo rifiutata.

Deiva de Angelis. AutoritrattoIl testo è tratto dalla sezione “memorie” del sito www.toponomasticafemminile.com

Una vita piena di misteri quella di Deiva Terradura. Di lei non ci sono notizie anagrafiche certe. Nulla nei registri delle nascite né in quelli dei battesimi; nulla di certo neanche sul giorno della morte, né una tomba che ricordi il suo nome.

Il cognome Terradura, ereditato dalla madre, sembra riassumere tutte le difficoltà di una vita fatta di fatica e sacrifici. Il suo luogo di nascita è probabilmente Farneto , un borgo non lontano da Perugia; nacque nel 1885 e la mancanza di un atto di registrazione fa presumere che la sua nascita sia stata taciuta. Le sue furono povere origini contadine e Deiva parve subito destinata ad una vita con poche prospettive, quelle del lavoro duro accompagnato dall’arte di arrangiarsi per sopravvivere; fu, al contrario, una ragazza desiderosa di riscrivere il proprio destino.

Non sappiamo quando la giovane lasciò la casa in cui era nata per recarsi a Roma e vendere le violette a Piazza di Spagna, come facevano molte ragazze di bella presenza sperando di farsi notare da un artista e diventare modelle. Riuscì, non si sa quando, ad essere ingaggiata dal pittore William Walcot che la fece posare per i suoi lavori.

Deiva de Angelis. Villa Strohl Fern in autunno1920.bassa risolAnton Giulio Bragaglia ricorda, in un articolo del 1925, che la scoperta delle doti artistiche di Deiva fu assolutamente casuale: «Walcot, che viveva a Roma, si attardava un giorno in pose su pose, non riuscendo a finire un suo quadro, il cui soggetto era proprio Deiva con una sua compagna modella. Difficile da ritrarre era quell’amica! Ma il pittore uscì per un momento e Deiva preso il carbone terminò la figura della compagna. Quando Walcot, tornando, vide, restò come trasognato. Da quel giorno Deiva fu pittrice.»

Secondo quanto scrive Franco Cremonese in un articolo del 1960, nel 1903 William Walcot e Deiva partirono insieme per un viaggio in Europa durante il quale la giovane ebbe modo di visitare importanti musei, osservare da vicino le opere di grandi maestri europei e impossessarsi della forza del colore.

Al rientro a Roma, la sua vita cambiò ancora. Sposò l’avvocato De Angelis, ma anche in questo caso dei documenti non resta traccia; una sola cosa è certa: con il nome di Deiva De Angelis – e non più Terradura – nel 1913 fece il suo esordio nel mondo artistico romano.

Tra il marzo e il giugno di quell’anno, infatti, si tenne la prima Esposizione Internazionale d’arte della “Secessione” al Palazzo delle Esposizioni. Alla mostra furono esposte opere di avanguardia, come quelle di Matisse e Van Dongen, e composizioni come quelle di Manet, Monet, Renoir, meno recenti ma comunque significative per lo scenario italiano e per tutti coloro che intendevano opporsi al linguaggio accademico. La vetrina era importante e Deiva espose il dipinto Studio d’uomo. Partecipò anche alle altre manifestazioni della Secessione, fino all’ultima edizione, quella del 1916.

Conobbe nel ’14 Cipriano Efisio Oppo, giovane pittore legato a Villa Strohl-Fern, luogo di elezione per molti artisti dell’ambiente secessionista romano. Il clima umano e lavorativo era vivace e intenso, Deiva continuò a consolidare la sua ricerca cromatica non lontana dalle ricerche dello Spirituale nell’Arte di Kandinskij, come scrisse Oppo:

Deiva de angelis, case. bassa risol“Si è sempre tentato di stabilire tra i colori e la musica un certo secreto di corrispondenze espressive. […] Fra la natura (non l’astrazione) vista pittoricamente nelle sue essenziali necessità e lo stato d’animo creato dalla tavolozza come dalla tastiera di un piano, con tutti i suoi toni alti e bassi, vivi e cupi, si stabiliscono dei rapporti, delle armonie che spogliate da ogni altra ricerca di solidità costruttiva e di presa di possesso del soggetto, possono essere occasioni di raffinatissime gioie pittoriche. Un tentativo del genere è quello di Deiva De Angelis.”

Con Oppo visse un’intensa relazione, affettiva e professionale, fino al 1918 quando la coppia, dopo un periodo di convivenza nello studio nel parco di Villa Strohl-Fern, si separò. Deiva era rimasta incinta e probabilmente decise di abortire dopo che il suo compagno, già proiettato verso una importante carriera di artista e di critico, non volle proseguire il legame.

Anton Giulio Bragaglia, che di Deiva fu amico sincero ed estimatore, arrivò a definirla «un ottimo cervello maschio» che «dipingeva come un uomo», una “modernissima colorista” che seppe dichiarare al mondo artistico romano “la sua vigorosa schiettezza di artista indelebilmente”.

Il suo ruolo di protagonista era difficile da far accettare al mondo artistico della capitale, dominato soprattutto da uomini; eppure, come ricorda sempre Bragaglia, “ci fu un tempo che non pochi pittori maschi (e reputati) la imitavano”.

Alla fine degli anni Dieci il talento della pittrice era al culmine. Partecipò alla Mostra d’arte giovanile negli ambienti della Casina Valadier al Pincio, una collettiva organizzata in modo autonomo da chi si era formato all’interno del movimento secessionista romano. Altre donne esposero insieme a lei, Pasquarosa, Leonetta Cecchi Pieraccini, Matilde Festa Piacentini; le sue opere riuscivano a trasmettere «quel favorevole gioco di colori, di quel disegno armonioso, pieno di energia e di sicura evidenza» che ormai i critici avevano imparato a riconoscere.

Sempre più saldo divenne il rapporto professionale e umano con Anton Giulio Bragaglia, che ricorda ancora: “Confesso che a me stesso la guida di Deiva ha giovato enormemente: le osservazioni di mestiere ch’ella mi indicava, m’hanno scoperto il sistema di critica vero; che è il più moderno oggi ed è anche il più antico”. La prima personale della pittrice si tenne nel 1920 proprio nella Casa d’Arte Bragaglia e vide riuniti oltre quaranta lavori. Nello stesso anno cominciò la collaborazione con la prestigiosa rivista Cronache d’Attualità, legata alla Casa d’Arte, e Deiva pubblicò alcuni disegni che illustravano le liriche e le poesie di Arturo Onofri; questo impegno si protrasse in seguito con altre illustrazioni della pittrice in cui si evidenziava un tratto veloce e incisivo.
La carriera di Deiva De Angelis proseguì con successive mostre significative: le Biennali romane del ’21, del ‘23 e del ’25, altre collettive nella Casa d’Arte di Bragaglia, l’Exposition Internationale d’Art Moderne a Ginevra, fra il dicembre 1920 e il gennaio 1921, in occasione del convegno della Società delle Nazioni.
La solitudine la accompagnò per molti tratti della vita, nonostante lo scambio artistico e culturale con numerose persone e gli amori vissuti. Essere pittrice comportava rinunce, prevedeva ostacoli, determinava una celebrità effimera raggiunta attraverso percorsi tortuosi. Il suo destino, difficile fin dalla nascita, continuò ad accompagnarla e la aggredì con una malattia che non lasciò scampo: un tumore, forse all’intestino, che la fece soffrire molto e che la divorò in breve tempo. Deiva fu costretta a vendere – o meglio svendere – i suoi quadri per comprare le medicine che, se non riuscirono a combattere il cancro, le diedero un po’ di tregua dal dolore. Morì nel 1925, poco tempo dopo aver esposto alla Terza Biennale Romana – Mostra Internazionale di Belle Arti.
Anche per la morte non esistono documenti, venne tumulata in un loculo pagato dallo Stato del quale non si ebbero presto più notizie. Deiva è passata nella storia e nell’arte della capitale come “una meteora”, un lampo folgorante del quale rimangono poche tracce. La dispersione dei suoi lavori ha creato – e tuttora crea – ostacoli nel lavoro di ricerca.

 

 

 

 

 

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