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    Home»Costume e società»Cultura»Film»The dead don’t hurt
    Film

    The dead don’t hurt

    Erica ArosioBy Erica Arosio23/10/2024Updated:25/10/2024Nessun commento4 Mins Read
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    un film di Viggo Mortensen

     con Viggo Mortensen e Vicky Krieps

    Dal 24 ottobre nelle sale

    Del cinema western c’è tutto: i paesaggi rocciosi, il villaggio con le casette basse, in legno, il saloon col bancone dove un barman di poche parole serve i liquori. Gli uomini non si tolgono mai il cappello e giocano a carte, quando non sparano. Il sindaco è corrotto, il proprietario terriero pensa solo ai suoi interessi, il  prepotente di ottusa ferocia semina il terrore, i bambini sono costretti a crescere in fretta. E poi ci sono i cavalli, i fucili, uno sceriffo onesto e la guerra civile in lontananza col suo richiamo.

    Però il secondo film da regista di Viggo Mortensen ha qualcosa che nella stragrande maggioranza del cinema western viene ignorato: una magnifica protagonista femminile, moderna, eppure immersa nella sua epoca, una donna volitiva, fiera, raccontata rifuggendo da forzate attualizzazioni. Niente femminismo d’accatto, solo una storia limpida servita da una scrittura (sempre Viggo) essenziale e potente. Insomma, applausi a scena aperta: che magnifico film!

    Sono stati uccisi cinque uomini, il colpevole sembra essere l’ubriacone del paese, un giovanotto mite in perenne caccia di guai. Il sindaco con una masnada di compari va dallo sceriffo a denunciare il fatto. Capiamo subito che niente funziona, che la corruzione dilaga e che l’uomo finito col cappio al collo, dopo un affrettato processo, è innocente. Ma è la legge del West e contrastarla è complicato, anche per uno sceriffo perbene.

    I tasselli della vicenda si compongono a poco a poco, in un avanti e indietro nel tempo con una costruzione narrativa che costringe (meno male che qualche volta ancora succede) lo spettatore a una piccola fatica per districarsi.

    Veniamo così a conoscere la bellissima storia d’amore fra Olsen, immigrato di origine danese, e Vivienne, immigrata canadese francofona: i due si incontrano al porto di San Francisco e non si lasciano più, costruendo una relazione solida e romantica. Lui legge ed è un po’ poeta, lei sa un sacco di cose e soprattutto sa cosa vuole, lui costruisce un fienile, lei ama i fiori e trasforma la terra intorno al podere dove sono andati a vivere in un giardino.

    Lei non si accontenta di stare in casa e si mette a lavorare al saloon, secondo l’uomo è inutile ma rispetta la sua indipendenza. Troppo bello per continuare, nel Far west nessuno riesce a vivere per sempre felice e contento.

    Infuria la guerra civile, Olsen, uomo retto che crede nei valori americani, si arruola. Vivienne non è d’accordo, ma ancora una volta i due si rispettano. A questo punto il film spicca il volo, perché il regista non segue l’uomo che va al fronte ma si concentra su quello che accade alla donna che resta. E il vecchio West, lo si sa, non è gentile con le donne sole e anche le più forti, le più intelligenti, le più orgogliose, non riescono a salvarsi dall’arroganza e dai soprusi maschili.

    Non voglio raccontare la trama, perché vale la pena scoprirla guardando il film, che riesce a trovare un equilibrio perfetto. I dialoghi sono asciutti e credibili, l’alchimia fra Viggo Mortensen e Vicky Kripes (la ricordate ne Il filo nascosto?) è tangibile, intrisa di una sensualità contemporanea che trova una sua dimensione anche nell’America di metà Ottocento. C’è spazio anche per qualche suggestione fiabesca, con antichi cavalieri e bambine che credono nei miracoli e, nonostante questi ingredienti inusuali, l’impianto tradizionale resta intatto, perché tutto si amalgama alla perfezione.

    Ma il cuore vero della storia è una maternità subita e rivendicata, ribelle e amorevole incorniciata in un’analisi delicata di sentimenti contrastanti, al maschile e al femminile.

    Viggo Mortensen dice di essersi ispirato alla madre scomparsa per il personaggio di Vivienne. Una madre che poco anzi nulla aveva a che fare col vecchio West ma a cui un figlio non poteva dedicare un omaggio più emozionante e affettuoso.

    western
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    Erica Arosio

    Erica Arosio, milanese, una laurea in filosofia, giornalista, scrittrice, critico cinematografico, è mamma di due figli meravigliosi, Mimosa e Leono. è stata a lungo responsabile delle sezioni cultura e spettacolo del settimanale «Gioia» e ha curato per vari anni la rubrica cinema di «Radio Popolare». Autrice di una biografia su Marilyn (1989 Multiplo, poi 2013 Feltrinelli Real cinema, in cofanetto con il dvd «Love, Marilyn»), ha collaborato a varie testate, fra cui «la Repubblica» e «Il Giorno». Nel 2012 esce il suo primo romanzo, “L’uomo sbagliato” (La Tartaruga, poi Baldini & Castoldi, 2014). Con Giorgio Maimone scrive una serie di gialli ambientati nella Milano degli anni 50 e 60: “Vertigine” (Baldini & Castoldi, 2013), “Non mi dire chi sei”, “Cinemascope” , “Juke-box” e il racconto “Autarchia” nell’antologia “Ritratto dell’investigatore da piccolo” (tutti per Tea), “Macerie” (2022, Mursia), “Mannequin” (2023, Mursia) Sempre con Giorgio Maimone ha scritto “L’Amour Gourmet” (Mondadori, 2014), un romanzo sentimentale ambientato nella Milano degli anni Ottanta, il mémoire sul ’68 “A rincorrere il vento” (2018, Morellini) e i gialli ambientati in Liguria “Delitti all’ombra dell’ultimo sole” (2020, Frilli) e “La lista di Adele” (2021, Frilli). A gennaio 2024 è uscita l’audioserie originale Faccia d’angelo, storia di Felice Maniero e della mala del Brenta, disponibile sulle principali piattaforme. E’ autrice di ”Carne e nuvole” (Morellini, 2018) una raccolta di 101 racconti brevi e della favola ”La bambina che dipingeva le foglie” (Albe edizioni, 2019). Ha pubblicato diversi racconti in antologie collettive ed è fra gli autori in Delitti di lago 3, 4 e 5 (Morellini editore).

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