Rapito

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NON POSSUMOS

di Adriana Moltedo

“Una storia che non centra niente con la mia vita ma centra.”- Marco Bellocchio, ispirato al libro di Daniele Scalise Il caso Mortara, è la vera storia del bambino ebreo Edgardo Mortara, rapito dal papa.

Bellocchio, il primo degli italiani in cartellone a Cannes, con  «Rapito», è stato accolto al Grand Theatre Lumière con 9’di applausi. 

“Il rapimento di Edgardo Mortara . ha dichiarato il regista,-  è un delitto contro una famiglia tranquilla, agiata, della Bologna ancora sotto l’autorità del Papa-Re. Ma in quegli anni in Europa si respirava  un’aria di libertà, si affermavano i principi liberali e per questo il rapimento di Edgardo è figlio della disperata volontà di un’autorità agonizzante che contrattacca, come spesso accade nei regimi totalitari”.

“Spero solo che la gente vada al cinema a vedere il film”-ha inoltre detto il regista- che sta vivendo un’entusiasmante seconda giovinezza. «Merito di mia moglie, Francesca Calvelli, e dei miei figli» sorride. «E anche della mia curiosità. C’è chi fa un film all’anno lavorando in modo compulsivo, consapevole che non siamo eterni e il tempo prima o poi finirà. Io no, mi appassiono solo a cose che mi coinvolgono profondamente. L’età ha i suoi svantaggi, ma l’esperienza aiuta a vedere meglio”, ha dichiarato.

Dal rapimento di Aldo Moro per mano delle Br, al rapimento di un bambino da parte del tribunale dell’Inquisizione- “Sebbene si tratti di piani diversi, i due casi possono essere accomunati dalla cecità dei dogmi, quello ideologico del brigatismo e quello religioso delle gerarchie vaticane. “Non possumus”, dice il Papa nel film, chi è cristiano lo è per sempre.- Afferma Bellocchio – Conosco bene questa rigidità, ha fatto parte della mia educazione cattolica dove niente era messo in discussione. C’erano i peccati mortali, il sacrilegio, la scomunica che spaventava moltissimo noi bambini, ricordo che nel 48 i comunisti erano scomunicati. Oggi Papa Francesco mette in discussione l’apparato, anche sui divorziati, sugli omosessuali, cerca di aprirsi al mondo, guardando al futuro».

Edgardo Mortara che nel 1858 a Bologna, per volere di Pio IX, fu sottratto alla famiglia dopo che una domestica lo aveva segretamente battezzato per evitargli il limbo.

Portato con la forza in un collegio cattolico crebbe sotto il ferreo controllo dell’ultimo Papa Re e dopo la breccia di Porta Pia scelse di diventare predicatore rompendo ogni legame con la famiglia d’origine.

Ma fu vera conversione, quella di Mortara? «Per gli ebrei assolutamente no, fu una violenza estrema su un bambino di sette anni. Ma qui entra in ballo il mistero: perché, una volta libero, Edgardo scelse di restare fedele al Papa. In più, pagò la conversione con la vita, ammalandosi, cercando di convertire gli altri senza riuscirci. È una questione affascinante e insondabile. Io non giudico, mi fermo qui». In una delle scene più potenti del film, il bambino sogna di togliere i chiodi dalle mani e dai piedi di Gesù Crocifisso: «L’idea era che non fosse del tutto domato. C’era qualcosa che si rivoltava nel suo animo, Edgardo vorrebbe togliere i chiodi per mettere d’accordo i genitori e il Papa. Ho pensato a certe scene di un vecchio film, “Marcellino pane e vino”, dove la fedeltà al cattolicesimo era più franchista. Qui c’è un desiderio dialettico di salvare gli uni e l’altro». 

Steven Spielberg da circa dieci anni ha in mente di realizzare il suo “The Kidnapping of Edgardo Mortara” di cui esiste già una sceneggiatura di Tony Kushner tratta dal saggio di David Israel Kertzer del 1998 (Prigioniero del Papa Re). 

L’incasso del primo giorno, dice Paolo Del Brocco, sarà devoluto agli alluvionati dell’Emilia Romagna.

moltedo-film

Adriana Moltedo

Giornalista, esperta di Comunicazione politico-istituzionale per le Pari Opportunità, esperta di cinematografia con studi al CSC Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma.

Curatrice editoriale.

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