La Signora Harris va a Parigi

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La Signora Harris va a Parigi, il film diretto da Anthony Fabian, è l’adattamento dell’omonimo romanzo di Paul Gallico.

di Adriana Moltedo

Un piccolo film sull’utopia del quotidiano con Lesley Manville, tra favola e dramma, racconta il sogno della indomita Signora Harris, quello di possedere un abito firmato Christian Dior.

Nella Londra degli anni ’50 racconta la storia di una donna delle pulizie rimasta vedova, che finisce per innamorarsi di un abito di alta moda di Dior fino a essere ossessionata dal vestito. Decisa ad averne uno uguale, la donna si mette in viaggio alla volta di Parigi.

Questo viaggio non cambierà solo la sua visione del mondo, ma anche il futuro stesso della Maison Dior

Nel cast del film sono presenti Lesley Manville, Isabelle Huppert, Jason Isaacs e Alba Baptista.

La signora Harris va a Parigi ed è un buon film all’americana nella grande cura di scenografie e costumi d’epoca.

La protagonista, grazie all’interpretazione di Lesley Manville, è l’incarnazione di sani valori, in modo romanzesco come avviene sempre in questo genere di film.

Grazie al suo umorismo, alla sua grande gentilezza ed apertura mentale, Mrs. Harris è molto apprezzata dalla piccola comunità in cui vive.

Un discorso sull’evoluzione della moda e del mercato di massa, alla fine degli anni Cinquanta, fornisce un contesto storico apprezzabile.

Ada Harris (Lesley Manville) ha con ritardo la conferma di essere rimasta vedova di guerra. Finisce per lei un’epoca, ma il suo buon cuore e le sue capacità di risparmio le permettono di esaudire un suo sogno: volare a Parigi per comprare un vestito violetto di Christian Dior.

Qui la sua bassa estrazione si scontra con le regole della maison, incarnate dalla direttrice Claudine Isabelle Huppert, gli incontri con una modella in crisi Pamela, e con un romantico marchese, Lambert Wilson, le permetteranno di recuperare la sua corretta scala di valori.

Più che una donna, Ada è l’equilibrio incarnato, che non a caso unisce mondi agli antipodi, aprendo gli occhi a quasi tutte le persone che incontra, ed è in grado anche di svelare involontariamente i caratteri reali della gente, sotto la facciata. Citazioni filosofiche nei dialoghi rendono esplicita quest’interpretazione.

In realtà però c’è una chiave di lettura in più che impreziosisce il film, perché Ada è il simbolo di un cambiamento epocale nella cultura di massa: la rivendicazione di un benessere, di un tempo libero da dedicare al bello, da parte del proletariato, che nel film si vede scioperare per rivendicare i propri diritti.

L’apparizione di Ada avvia la necessità della riproducibilità di un abito firmato, poco prima esclusiva “opera d’arte”.

È la concessione del bello al più ampio pubblico possibile: è il tema sorridente che regge La signora Harris va a Parigi

Si tratti di un viaggio a Parigi, di un abito di Dior o dell’invito di un marchese, non viene mai messo in dubbio nel film che la finestra su questa bellezza possa essere un’illusione. Il punto è che tutti abbiamo diritto a quell’illusione.

Negli anni Cinquanta, infatti, Christian Dior realizzava, nel suo atelier di Parigi, abiti esclusivi confezionati a mano, a misura di clienti selezionate, ricche ed esigenti.

Solo per una serie di fortunate ed alterne vicende Mrs. Harris accederà all’atelier di Dior, poiché nemmeno il denaro contante che portava con sé nella borsa avvolto in un elastico sarebbe stato sufficiente ad acquistare lo ‘status’ adeguato a partecipare a una sfilata.

Ma proprio in quel periodo, a poco a poco, per stare al passo coi tempi ed evitare la crisi finanziaria, anche Dior iniziava ad aprirsi alla moda del prêt-à-porter, e non più esclusivamente di alta sartoria: per quanto ‘volgare’, il denaro guadagnato col lavoro dalle persone ‘normali’ aiuterà i grandi stilisti a sopravvivere e tutta l’economia a rimettersi in moto.

Il film, grazie alla sagace penna di Paul Gallico, svela la vita ed i sogni della gente comune nella cornice storica della ‘ricostruzione’ post-bellica, tra le rovine ancora presenti e il desiderio di dimenticare la guerra.

Adriana Moltedo
Giornalista, esperta di Comunicazione politico-istituzionale per le Pari Opportunità, esperta di cinematografia con studi al CSC Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma.
Curatrice editoriale.

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