L’Oriente occidentale III

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I riti kichwa della popolazione vengono conservati e tramandati gelosamente insieme alla coltivazione del cacao : infatti l’Ecuador ne è uno dei principali produttori  a livello internazionale.

di Eleonora Vino

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Prima che le donne si radunino in gruppi, chiamati minga, per le attività destinate allo sfalcio delle erbacce, alla semina e al raccolto sia dei prodotti stagionali sia di quelli coltivati in una piccola serra costruita con l’aiuto di alcuni volontari, e prima che gli uomini si dedichino a lavori manuali di scorticamento e lavorazione del legno e di fibre naturali per, ad esempio, l’intessitura e la creazione di cesti, mentre altri partono presto alla volta delle città per consegnare legna o prodotti artigianali e gastronomici, le famiglie, ognuna nella propria abitazione, compiono un rituale intrattenimento, per loro essenziale e non procrastinabile: la waysa upina, che letteralmente significa la consumazione di guayusa. La guayusa è una pianta tipicamente amazzonica, cresce spontaneamente in Ecuador, Bolivia, Colombia e Perù. Nella tradizione culinaria e rituale delle popolazioni kichwa, questa foglia è emblema della convivialità e della forza mentale e fisica. Le prime testimonianze sull’uso e la consumazione di tale foglia risalgono all’epoca precolombiana sotto forma di decotto; avendo proprietà eccitanti e tracce di caffeina, gli autoctoni se ne servivano per la veglia notturna contro eventuali attacchi nemici. Nel tempo l’uso di questa pianta, bollita all’incirca per 20 minuti in una pentola, su del fuoco alimentato a legna ottenendo di conseguenza un infuso, simile al tè, ma più propriamente parente del mate argentino, si è radicato nei costumi delle famiglie kichwa, data l’abbondanza di piantagioni spontanee e anche coltivate dalle comunità stesse. La tradizione vuole che ci si incontri prima dell’alba attorno al fuoco, solitamente sono le donne a preparare l’infuso, e una volta pronto ci si riunisce attorno al calderone; una scodella ruota e giunge ad ogni partecipante che la passa al suo vicino una volta finita. La consumazione è affiancata dal cuento de sueños, vale a dire dal racconto dei sogni della notte appena trascorsa che vengono interpretati dal più anziano. L’interpretazione contiene, non solo una spiegazione psicologica, ma finanche previsioni sui giorni a venire dettate dalla simbologia onirica con accorgimenti qualora queste premonizioni fossero temibili. Io ad esempio sognai un’esplosione e mi fu detto che l’indomani sarebbe piovuto, se la bomba fosse stata disinnescata la pioggia non sarebbe scesa.

Questa esperienza viene riproposta tra le esperienze turistiche offerte ai forestieri. Una volta terminato il rito, nonostante sia ancora molto presto, non si torna a dormire, gli adulti si dedicano al lavoro e i bambini si dirigono a piedi verso le scuole. La guayusa accompagnata con chicha de yuca, ovvero una zuppa densa e sostanziosa di yuca o altri frutti e vegetali, come il mais e i chontaduros, sostituisce la nostra colazione a base di cornetto e cappuccino. La guayusa è il loro sostituto del caffè, ha un odore molto intenso e le proprietà eccitanti ed energetiche sono effettivamente riscontrabili, la sua assunzione elimina gli ultimi residui del sonno e sedimenta una reattività mentale e muscolare.

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Da quando la comunità svolge e gestisce oltre le consuete e quotidiane attività, l’attività turistica, alle usuali abitudini si sono aggiunti impegni che variano in base alla richiesta turistica: preparazione dei pasti, spese in città per acquistare prodotti alimentari sufficienti, a seconda delle necessità, per le dimostrazioni culturali, musicali e gastronomiche. A questo riguardo occorre dire che l’Ecuador è uno dei principali produttori di cacao a livello internazionale, importanti ditte italiane, tra cui la Novi, ma anche aziende locali come la Pacari si riforniscono di cacao ecuadoregno nella cui produzione i membri delle comunità giocano un ruolo fondamentale. Il lavoro più duro e necessario è svolto dai contadini che coltivano piantagioni di cacao aspettandone la maturazione e l’essicamento delle fave, per poi lavorarle nei processi di macinazione. Lungo le autostrade è possibile scorgere fave di cacao esposte al sole sul ciglio della strada per la totale assenza di fasci di ombra, così da ottenere un’essicazione più rapida ed omogenea. Sacha waysa, al momento, si limita alla produzione per la comunità e alla preparazione di cioccolato miscelato con altri ingredienti per la degustazione offerta ai turisti. Vengono sbucciati semi già essiccati che saranno tostati e trasferiti successivamente in un macinino manuale per la prima fase di tritatura, a questa polvere aggiungono, per insaporire e dare consistenza al composto, latte in polvere e zucchero di canna che verranno nuovamente macinati prima di essere addensati con un infuso di erba luisa e passati in pentola per la cottura della miscela. Frattanto si mettono ad abbrustolire dei maduro, una delle tante varietà di banana, annoverata tra le più dolciastre, almeno rispetto al platano verde consumato e utilizzato invece per pietanze salate, che saranno servite a fine dimostrazione come accompagnamento alla miscela di cacao.

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Durante la mattinata, dopo i lavori agricoli ci si dedica alla pulizia delle cabanas che ospitano i turisti e di tutto quanto sia utile per un soggiorno completo e confortevole. Le popolazioni indigene vantano di una grande competenza artigianale, ogni provincia ha il suo punto forte in un settore specifico di produzione. Gli otavalos, gli abitanti della regione serrana, la Sierra, sono dei tessitori e falegnami straordinari. I kichwa invece sono riconosciuti per la manifattura del legno e di fibre vegetali e per la produzione di gioielli con semi di frutta e altre materie prime, corde estratte dai filamenti delle foglie e lavorate minuziosamente, sono le donne che si occupano, nella comunità 9 de junio, della lavorazione di bracciali, collane ed orecchini. A questa attività vi si dedicano collettivamente nei punti di ritrovo, come il comedor, situato all’ingresso della comunità che funge da reception e anche da sala pranzo, alle cui spalle si trova la cucina, attrezzata e spaziosa, o individualmente ognuna nelle proprie abitazioni. Ago, filo e perline per intessere orecchini variopinti dalle forme più svariate e ancora cordini intrecciati, dipinti con colorazioni naturali e arricchiti da semini di diverse forme e dimensioni. Oltre all’artigianato da bigiotteria , in comunità vengono prodotti utensili da caccia e da pesca, così come si usavano una volta e come, ancora oggi, vengono utilizzati : lance, archi con frecce, coltelli affilati, arnesi per la pesca lavorati con precisione nell’intaglio dei disegni, del legno per estrarne la forma immaginata e nella levigazione della materia prima. Un lavoro impeccabile senza l’utilizzo di alcun macchinario meccanico, solo mani e attrezzi da cassetta. I cesti sono altrettanto perfetti, e la rapidità nella lavorazione è impressionante, potrebbero intrecciare i filamenti di fibra ad occhi chiusi. Mi hanno preso benevolmente in giro per l’impaccio e la lentezza nel cercare di dare un mio contributo alla catena di produzione, avrò completato solo due manici per due cesti ogni mezz’ora. La danza invece consiste in una coreografia promiscua, in cui anche qui, i ruoli di uomini e donne sono stabiliti e differenziati; i musicisti con chitarra e percussioni iniziano l’esibizione musicale che si tramuta in danza con l’entrata laterale di due file parallele di donne che scuotono a destra e a sinistra le cosiddette cuya, scodelle in legno per la preparazione di tutte le varietà di chicha e per il contenimento della guayusa, come se quel movimento e la possessione di quell’oggetto simboleggiasse il loro ruolo materno, casalingo e premuroso all’interno della comunità, dopo essere avanzate ed aver diramato le file in un cerchio entrano gli uomini impugnando delle lance che a ritmo di musica vengono sollevate in alto e riportate verso il basso, anche qui per inserire gli uomini nel loro ruolo di cacciatori e difensori della comunità.

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Donne kichwa alle prese con la danza tipica

Non suscita dubbi la motivazione per cui la gente abituata alla vita di aggregazione comunitaria nella foresta non riuscirebbe e né le sfiora minimamente il pensiero di trasferirsi in città. Il rapporto che hanno con la natura è di fusione e appartenenza, i campi e le foreste sono la loro casa, lo dicono i piedi che in alcune circostanze restano scalzi, i capelli fatti asciugare al vento, la conoscenza dettagliata di ogni proprietà medica e lenitiva delle piante medicinali, la libertà con cui trattano i cani che hanno padroni e al tempo stesso girovagano dove vogliono per tutta la giornata senza collari, né guinzagli, le credenze per cui l’ambiente ha una sorta di spirito a sé stante, la venerazione che spetta agli elementi della natura, più forte e tollerante dell’attuale religione cattolica inculcata dai missionari e che ha la presunzione di divinizzare un’entità suprema intangibile.

Soffiava un vento fresco, la temperatura era più bassa e l’orologio segnava le quattro di mattina. Aspettavo il mio taxi in condivisione per rientrare a Quito, mentre, dopo i saluti compiutisi la sera precedente la comunità forse si apprestava a destarsi dai letti per preparare la guayusa e abbozzare verbalmente l’andamento della giornata lavorativa che si prospettava davanti; io intanto promettevo a me stessa che sarei tornata in quel posto magico e ancorato su un fondale senza tempo e che avrei raccontato di loro. Non che fossi diventata un’antropologa, ma quella breve esperienza mi ha dato le basi per capire qualcosa che già intuivo, la civilizzazione è termine assai ambiguo e non risiede di certo nell’adattarsi ad un modello sociale uguale a quello predominante, al contrario, è proprio la violazione delle regole di una società, seppure più piccola ed isolata a negare la definizione di civilizzazione poiché agisce con  irriverenza, prepotenza ed egoismo economico e sociale. Sentivo l’acciottolio dovuto alle ruote scorrere sulla strada sterrata e con i fanali puntati negli occhi, prima di salire pensai: e se non fossero arrivati i missionari?

 

eleonora-vinoAutrice – Eleonora Vino nasce a Bari il 23 aprile 1993, ma si trasferisce non appena compiuti i diciott’anni nella metropoli milanese per frequentare l’Università degli studi di Milano iscrivendosi all’indirizzo di lingue e letterature straniere. Approfondisce nel contesto universitario lo studio delle lingue spagnola e francese con le rispettive letterature. È amante dei viaggi, della storia dei popoli, e di molte discipline artistiche, prima fra tutte la fotografia di cui affinerà le conoscenze partecipando ad un corso base e sperimentando da autodidatta con una reflex. Ama inoltre la letteratura ed è appassionata di scrittura poetica e narrativa, ha partecipato ad alcuni premi letterari vedendo pubblicata una sua poesia nell’antologia “tra un fiore colto e l’altro donato” pubblicata in occasione dell’omonimo concorso edito dalla casa editrice Aletti. Ha lavorato come guida turistica nel centro di Bari e di Milano e attualmente aspetta di poter proseguire gli studi universitari per specializzarsi in Lingue per la comunicazione e cooperazione internazionale. È affascinata e interessata all’ambito sociale, desiderando un giorno di poter collaborare con enti e realtà che si occupino di servizi alle fasce più deboli  della società, specie in argome
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Dols

Dols è sempre stato uno spazio per dialogare tra donne, ultimamente anche tra uomini e donne. Infatti da qualche anno alla voce delle collaboratrici si è unita anche quella degli omologhi maschi e ciò è servito e non rinchiudere le nostre conoscenze in un recinto chiuso. Quindi sotto la voce dols (la redazione di dols) troverete anche la mano e la voce degli uomini che collaborando con noi ci aiuterà a non essere autoreferenziali e ad aprire la nostra conoscenza di un mondo che è sempre più www, cioè women wide windows. I nomi delle collaboratrici e collaboratori non facenti parte della redazione sono evidenziati a fianco del titolo dell’articolo, così come il nome di colei e colui che ci ha inviato la segnalazione. La Redazione

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