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    Home»Costume e società»Cultura»Libri»Leggere non stanca mai»Tre libri – tre stili
    Leggere non stanca mai

    Tre libri – tre stili

    Gina SoraceBy Gina Sorace04/09/2019Updated:04/09/2019Nessun commento5 Mins Read
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    Libri diversisissimi per tutti i palati ma che possono piacere a molti. Da BananaYashimoto a Nicci French passando per le rose di De Tommaso

    bananaBanana Yoshimoto
    Kitchen.
    I giapponesi? Sanno tutto!
    Sanno proprio vivere, ed anche soffrire, sanno farlo decisamente bene.
    Nella loro lingua “marito” si dice “otto” e le donne sposate intuiscono il motivo…(un marito ne vale quanto otto. Non è un complimento…)
    Insomma è un popolo guida, sa vivere, basta imitarli per stare al mondo con dignità.
    Cosa troverete in romanzo? La tipica ossessione per il pulito, la cucina è il luogo di completamento, deve essere limpida.
    Come i colletti perfettamente inanimati e stirati di IQ84 di Hakamura, ricordate?
    Qui la storia è di pulizia anche interiore, si fanno i conti con il lutto, con la compostezza, con il pianto che rimane emotivamente nel condotto lacrimale e scoppia per entropia.
    L’importante è che non si divarichi.
    Ci vuole compostezza.
    Ad andarsene un uomo trasformato in donna dalla vita e dall’ascolto della propria natura.
    Chi resta deve fare i conti con un silenzio fisico deleterio. La persona non c’è, occupava uno spazio ora è tutto da ristrutturare.
    Per fortuna esiste una dimensione di onirica speranza che ci insegna a non cascare nel tranello: la morte non esiste, essa è solo un’altro spazio da dove qualcuno, compatibilmente con i suoi impegni, viene a consolarci con un saluto.
    Tra l’attesa di quel saluto ed il prossimo solo un composto silenzio.
    Un appunto di contorno: in questa edizione la trascrizione è in Hepburn, a mio avviso la tecnica migliore per trasporre hiragana e katagana; la postfazione è tipicamente occidentale, rumorosa e decorata come solo i giornalisti scoppiettanti sanno realizzare. La firma è di Giorgio Amitrano.
    Voto 9

    de-giovanniMaurizio de Giovanni
    Dodici rose a Settembre.
    Sellerio.
    Novità editoriale!!!
    Lo scrittore “napulitan” inaugura la nuova serie capitanata dalla dottoressa Settembre, assistente sociale con due seni meravigliosi al contrario di tutto il resto.
    A notarli un supercorteggiato e superfidanzato ginecologo, sputato preciso a un famoso divo di Hollywood.
    Il ginecologo e l’assistente sociale ricevono una richiesta di aiuto da parte di una bambina che sostiene che suo padre ucciderà la madre.
    Contemporaneamente si susseguono 6 omicidi.
    Ogni vittima ha ricevuto 12 rose ed è stata uccisa mentre era in altre faccende affaccendata.
    De Giovanni è proprio “nu fij endrocc’ “, sapete perché? Voi siete lì a scovare il colpevole e sentite, di sicuro lo sentite, con accento napoletano “Gargiu’ a toss è stizzos” per almeno 10 volte in tutto il romanzo.
    E, durante le indagini, vi si struttureranno addominali ferrei quando leggerete che un commesso del Vomero viene picchiato dalla moglie due volte al giorno sistematicamente dopo i pasti.
    E quando seguite tutto il filo rosso del giallo riderete di gusto a leggere di soggetti etichettati senza premura, “bass, chiatt e colorat.”
    Ma la regina è lei: Concetta, la madre della Settembre.
    Crudele, senza filtri, amante del sesso e poco della figlia.
    La accusa con esilarante insensibilità di essersi separata, che non troverà mai più nessuno e poi tornerà ad occuparsi della nemica, la badante moldava “zoccola come tutte le moldavi strappamariti”. Si assume le responsabilità di ciò che dice, io mi dissocio.
    Un romanzo, insomma, di un comico viscerale, se non fosse per le prime 10 pagine, anonime e con una grande schermaglia FORSE da parte dell’editor: non c’era alcuna napoletanità, sembrava scritto da Carofiglio a quattro mani con Camilleri.
    Poi è esploso il de Giovanni, quello che da lassù sta facendo ridere pure De Crescenzo.
    Altro difettuccio: a tratti un po’ inverosimile e tendente a Faletti nella creazione del pathos.
    Ma quando uno scrittore è napoletano “a sta maniera” va letto e applaudito.
    Voto 8.

     

    frenchNicci French Una stanza nel buio.
    Quando ci si immerge nelle pagine di un thriller, la paura è sempre la stessa: imbattersi nel solito cliché serial thriller-vittima-corda che cede- finale con bacio a schiocco.
    Avevo paura durante la lettura, ma non temete, è andato tutto come…imprevisto!
    Le prime sessanta pagine puntano allo stomaco e vi faranno vivere al buio, bendati come Abbie, vittima di un uomo che la nutre con i rifiuti e la accompagna verso la morte con romantica agonia.
    Sono pagine di pathos, senza dubbio, ma dopo averlo letto “Lucky” della Selby nulla mi fa paura e tutto mi sembrava forzato se comparato con quel romanzo.
    In Lucky la Selby, conosciuta per “Le ceneri di Angela” raccontava in tredici pagine ogni secondo dello stupro subito.
    Qui la French è mediamente convincente. Poi, si va al cuore del thriller, e sembra di leggere il target tanto caro a “La ragazza del treno”, chi può credere ad una ragazza alcolizzata, e, a detta di qualche schizzinoso, pure disturbata?
    La French vi cattura in quella classica episiotomia tra innocentisti e colpevolisti dove nulla è sicuro ed ognuno è maestro.
    Abbie dovrà lottare contro l’amnesia, la solitudine, la paura, l’emarginazione.
    Il finale? Finalmente ex-stra-ordinario, si stravolge la normale struttura del thriller, si schiaffeggia il saccente lettore, si lecca un po’ di umanità.
    E…sì…compare il tanto sdoganato “dinoccolato” insieme alle solite tipiche pizze fredde e al the’ ghiacciato, ma alla French si perdona tutto.
    Voto 10 e si va in direzione…giallo grottesco!

     

     

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    Gina Sorace

    Gina Sorace nata a Bari nel 1980, si laurea a 22 anni in giurisprudenza per poi proseguire con studi classici ed ingegnieristici. Parla fluentemente 17 lingue e il suo sogno è conseguire la laurea in scienze religiose. Vive per leggere e anche un po’ il contrario. Ha scritto 4 libri

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