SCACCO ALLE LIBERTÀ

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QUI NON EST MECUM, CONTRA ME EST. SCACCO ALLE LIBERTÀ.

di Nadia Verdile

È costata morte e dolore, passione e paura. Si chiama Costituzione della Repubblica italiana e, figlia dell’antifascismo, di tutti i colori, tranne nero, è il nostro faro, luce di civiltà. A qualcuno non piace, avremmo dovuto saperlo perché i segnali c’erano tutti, da molto tempo, ma abbiamo atteso, abbiamo sperato, abbiamo creduto che non fosse possibile.

Abbiamo cincischiato, perso tempo sui social, abbiamo protestato e commentato lasciando il senso di responsabilità ai post in rete. Errore, gravissimo errore il nostro. Abbiamo lasciato che il tempo scivolasse nell’ambiguità, abbiamo permesso che si giocasse e si barasse sulla nostra pelle. Al loro arrivo cominciarono usando gli immigrati e in troppe/i pensammo: non sono io, poi se la presero con gli zingari e troppe/i pensammo: non sono io, poi se la presero con le donne e gli omosessuali e qualcuna/o pensò: non sono io, poi attaccarono i dissidenti, i dissenzienti, i contestatori e cominciammo a pensare: potrei essere io. Poi misero le milizie nella scuola, bendarono la ragione, ammutirono la parola, punirono il libero pensiero e ci svegliammo come da un coma ma il sole dell’intolleranza era già alto, nel cielo plumbeo dell’odio.

Echeggio’ così il sermone del pastore Martin Niemöller che con parole rimaste scolpite nelle anime civili lanciava un monito doloroso agli intellettuali tedeschi che restavano muti di fronte all’ascesa al potere dei nazisti. Ci siamo scosse/i quando a Palermo è scoppiata la civiltà. Rosa Maria Dell’Aria, docente di Lettere all’Istituto Tecnico Industriale Vittorio Emanuele III, è stata sospesa, nei giorni scorsi, per due settimane, dall’Ufficio scolastico provinciale di Palermo perché non avrebbe vigilato sul lavoro dei suoi studenti quattordicenni. Giovani in erba stimolati a pensare, invitati a leggere il presente. Giovani intelligenti che hanno lavorato esercitando un diritto sancito dall’articolo 21 della Costituzione: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure».

A Palermo no, in Italia no, sembrerebbe non più. All’origine della barbarie un militante di estrema destra, tale Claudio Perconte, in forza al quotidiano sovranista on line “Il Primato Nazionale”, testata affiliata a Casa Pound, che aveva cinguettato al ministro dell’Istruzione Marco Bussetti: «Salvini-Conte-Di Maio? Come il Reich di Hitler, peggio dei nazisti. Succede all’Iti Vittorio Emanuele III di Palermo, dove una prof per la Giornata della memoria ha obbligato dei quattordicenni a dire che Salvini è come Hitler perché stermina i migranti. Al Miur hanno qualcosa da dire?». Da Casa Pound alla Lega il passo era stato breve, un saltello. Lucia Borgonzoni, sottosegretaria leghista ai Beni Culturali, sulla sua pagina Facebook aveva scritto: «Se è accaduto realmente andrebbe cacciato con ignominia un prof del genere e interdetto a vita dall’insegnamento. Già avvisato chi di dovere». Cosa sanno della scuola Perconte e Borgonzoni? Poco a quanto pare. È compito della scuola insegnare a pensare, a leggere le connessioni, ad esprimere pensieri, pensieri liberi non in libertà. Se giovani quattordicenni hanno pensato che ci sia un “fil rouge” tra le leggi razziali del ventennio fascista e il presente leghista è un loro diritto, ce lo ricorda sempre quel meraviglioso articolo 21.

È compito dell’insegnante dare gli strumenti e le conoscenze, è diritto delle studentesse e degli studenti usarli nel rispetto del proprio pensiero. Quando questo non è, vuol dire che si è smarrita la via, che è ritornata la censura, che è finita la democrazia. Finita come quando sono stati usati i vigili del fuoco, la scorsa settimana a Brembate sotto, nella bergamasca, per rimuovere uno striscione con su scritto: “Non sei il benvenuto”. Dov’è finita la libertà di espressione? A chi giova mettere la museruola al pensiero, alla parola? Lo chiedeva, decenni fa Hannah Arendt in quel drammatico capolavoro che è La banalità del male spiegando che perno del successo della dittatura nazista fu l’annullamento della coscienza critica. Quella che la scuola ha il dovere di promuovere, stimolare, accompagnare. Le parole pesano e valgono per chi le usa; quanto sapore e valore diverso aveva il «qui non est mecum, contra me est» sulle labbra di Cristo, nel Vangelo secondo Matteo, e su quelle del dittatore che rubò la libertà all’Italia, ripetendo lo slogan a iosa dopo quel discorso tenuto a Roma il 24 marzo 1924. Le parole pesano, anche quando sono lievi e dense. Recitava “Restiamo umani” lo striscione che dal Teatro alla Scala sventolava durante la manifestazione della Lega e dell’estrema destra europea nei giorni scorsi a Milano. Anche questo rimosso. Discutevano a Modena, qualche giorno fa, in una conferenza stampa indetta dal Pd locale, i parlamentari Piero Fassino e Giuditta Pini su dati del Viminale ritenuti erronei. Si sono ritrovati dentro la sala la Digos. È un falcidiante susseguirsi di attacchi alla Costituzione, (ad arginarlo non basta certo il timido intervento del presidente Fico sul caso Dell’Aria), a quell’articolo 21 che nacque da chi aveva conosciuto e subito la dittatura, da chi aveva pagato per difendere la libertà, per costruire i presupposti della nostra. Niemöller e Arendt lo avevano già spiegato. Nel silenzio pavido dell’attesa si consumano i crimini contro l’umanità. Uccidere la libertà è il peggiore tra tutti.

fonte: https://vitaminevaganti.com/2019/05/25/qui-non-est-mecum-contra-me-est-scacco-alle-liberta/

 

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