Orologi biologici fermi

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L’orologio biologico non solo si è fermato, ma è bloccato fra due contraddizioni: lo scarso rispetto per le scelte individuali e il parco sforzo politico nel garantire concrete possibilità di accedere alla genitorialità.

Dell’orologio biologico si parla spesso e da tempo, ed è l’unico che – quando fermo – non segna la stessa ora due volte al giorno: è adesso, in un altro momento o mai, ma le sensazioni si diversificano in base a numerosi fattori, cambiano con noi.
Si sceglie di ascoltarlo, o forse si sceglie di credere che esista, nonostante sia indiscutibile che ad un certo punto della vita alcuni percorsi si rivelino biologicamente molto più complessi da intraprendere, e uno di questi è certamente la maternità. Qualche giorno fa l’Huffington Post ha pubblicato, traducendolo, un post dal titolo “Tic-tac: è ora di smetterla con il “bullismo” verso le donne sopra i trenta e il loro orologio biologico”. L’autrice dello sfogo si è dichiarata stanca di dover ogni volta giustificare la propria volontà di non diventare madre, come se si trattasse di un’offesa alla sessualità femminile, la rinuncia ad una predestinazione.

E mentre in America si diffonde il fenomeno del “social eggs freezing” (congelamento degli ovuli), ci si preoccupa, in tutto il mondo, troppo poco della tutela della salute riproduttiva. Assistiamo al grottesco spettacolo di una politica che cerca di spingere le donne e le giovani coppie verso la scelta della genitorialità e che non si cura minimamente della miriade di problemi nascosti dietro la volontà di restarsene soli, in due, apparentemente senza preoccupazioni. Il punto è che gli orologi biologici si fermano generalmente per due motivi.
Il primo motivo è la scelta consapevole, legittima e libera di non diventare madre; questa scelta non viene mai garantita a sufficienza e ammettere di voler farsi chiudere le tube o di voler assumere la pillola anticoncenzionale fino a quando possibile sembra quasi essere preventivamente valutato al pari di un infanticidio, soprattutto negli ambienti più bigotti e scarsamente laici. Figurarsi a cosa si possa andare incontro confessando, ad esempio, un aborto, o provando anche solo ad accedervi.
Il secondo motivo per cui un orologio biologico può fermarsi è l’impossibilità pratica di mettere al mondo un figlio: instabilità economica, fragilità di coppia, insicurezze personali, sterilità e impotenza, un welfare debole, una sanità in ginocchio (non possiamo dimenticare che sì, si muore ancora di parto). Questi sono campanelli d’allarme di una società che chiede aiuto. Un banale incoraggiamento non è sufficiente ad innalzare il numero delle nascite. Certamente l’invecchiamento della popolazione è un problema, ma chi considera un figlio un dovere sociale, un compito inderogabile, un impegno al servizio del futuro si concede riflessioni parziali e lontane più che mai dalla realtà.

Dov’è la cura della salute riproduttiva? Dov’è l’impegno per prevenire la diffusione di malattie sessualmente trasmissibili, per garantire una programmazione autonoma della maternità, per combattere la sterilità di coppia crescente? Dov’è l’impegno nel prevenire nascite precoci in giovani adolescenti impreparate e dove quello per aiutare donne mature ma con pochi mezzi (e magari senza un lavoro) realmente desiderose di maternità?
L’orologio biologico non solo si è fermato, ma è bloccato fra due contraddizioni: lo scarso rispetto per le scelte individuali e il parco sforzo politico nel garantire concrete possibilità di accedere alla genitorialità. Non sembrano esser stati mossi poi tanti passi avanti rispetto a quel famoso articolo del Washington Post del 16 Marzo 1978, che ha inaugurato la stagione dell’orologio biologico femminile e nel quale – dopo aver descritto l’apparentemente insoddisfacente vita di una donna che ha messo la carriera davanti all’ipotesi di una famiglia – si conclude che la differenza tra uomo e donna si vede anche e soprattutto nel tic-tac dell’orologio biologico che prima o poi, indiscutibilmente, porrà proprio la donna nella condizione di scegliere.
Pende e penderà sempre sulla testa delle donne la responsabilità della scelta, e per lo più solo perché siamo noi a farci fisicamente carico della gravidanza. E questa responsabilità non è mai stata realmente ripagata né da politiche flessibili e vicine alle esigenze femminili né dal rispetto nei confronti di quelle donne che – coscienti di non poter essere delle buone madri, di non “sentire” il bisogno di mettere al mondo un figlio, e sicure di voler godere della vita relazionale liberamente – hanno scelto di rinunciare alla maternità, rivelando una profonda comprensione del delicato ruolo che mai avrebbero potuto ricoprire.
E non è vero che dopo i trenta il momento è passato. È vero che troppo spesso siamo poste di fronte ad un bivio, e l’equilibrio tra lavoro e voglia di famiglia o tra vita di coppia e maternità vengono messi in discussione senza avere valide alternative. È vero che molto si fa per consentire ad una donna di concepire grazie all’aiuto della scienza, ma che troppo poco si interviene sul fronte delle adozioni nazionali e internazionali e che la medicina raramente è altrettanto disponibile nei confronti di quelle donne che la gravidanza vogliono interromperla.
Troppa carne al fuoco? Certo, perché le criticità sono molte. E chi dovrebbe rifletterci, proprio non ne vuol sapere.

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Profilo Autore

Angela Carta

27 anni, in Servizio Volontario Europeo. Interessata al mondo del volontariato, del self-improvement e dei diritti delle donne. Ex operatrice di un centro di primo ascolto per donne vittime di violenza domestica.

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