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    Dol's Magazine
    Home»"D" come Donna»Riflessioni sulla solidarietà femminile
    "D" come Donna

    Riflessioni sulla solidarietà femminile

    Angela CartaBy Angela Carta20/04/2017Updated:20/04/2017Nessun commento4 Mins Read
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    solidarietà-femminile
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    Le donne si fanno quindi carico dell’ingrato compito di traghettare team a volte molto ampi verso una non ben nota meta, con l’handicap di esser donne e di dover quindi dimostrare di saper far tutto e bene.

    Superata l’infanzia e quel bisogno di riconoscimento e accettazione tipico dei primi anni dell’adolescenza, mi sono resa conto che se desideravo davvero costruire una sana rete di relazioni sociali, e in modo particolare una vita trasparente e fondata sul rispetto, avrei dovuto coltivare la solidarietà nei confronti delle altre donne.
    Mi sono sentita dire tante volte “ma perché, tu credi che “un’altra” farebbe lo stesso per te, se fosse al posto tuo?”, e non posso fare a meno di pensare e ripensare a cosa ostacoli la “sorellanza”, in luogo di un’accesa competitività e di una spesso scarsa sincerità reciproca.

    Un esempio piuttosto interessante è proprio relativo al mondo del lavoro: tra soffitti di cristallo e politiche “gender blind” – cioè poco sensibili alle problematiche di genere – sarebbe lecito aspettarsi per lo meno una certa vicinanza psicologica tra donne, ma basta dare un’occhiata ai vari articoli pubblicati in rete per comprendere come questo non resti che un auspicio, oltre che una questione di fortuna. Si parla di “sindrome dell’ape regina”[1], espressione che risale ai lontani anni Settanta, frutto delle ricerche condotte da alcuni studiosi della University of Michigan e in modo particolare da Graham Staines, Toby Epstein Jayaratne e Carol Travis. Secondo la teoria, le donne che riescono a raggiungere posizioni di rilievo in contesti lavorativi fortemente maschili (e/o culturalmente maschilisti) risultano incoraggiate più di altre ad essere aggressive per conservare il proprio ruolo. Dunque, la competitività spietata tra donne in alcuni casi sarebbe dovuta all’influenza dell’ambiente più che ad una reale disposizione d’animo delle stesse.

    C’è un’altra realtà da evidenziare, e cioè che il più delle volte l’assegnazione di un ruolo di leadership si accompagna ad enormi difficoltà organizzative, crisi o forti cambiamenti nelle politiche aziendali[2]: le donne si fanno quindi carico dell’ingrato compito di traghettare team a volte molto ampi verso una non ben nota meta, con l’handicap di esser donne e di dover quindi dimostrare di saper far tutto e bene, e senza versare troppe lacrime. Non si può escludere che far ciò comporti il sacrificio dell’empatia e della solidarietà verso colleghe donne e uomini.

    Un piccolo cenno al mondo delle relazioni: uno studio decisamente interessante è stato condotto dall’Università di Ottawa[3], e riguarda la competitività femminile in ambito sentimentale. In particolar modo, sembra che l’istinto femminile di conservazione (della relazione) scatti quando ci si trova di fronte una donna particolarmente curata e sicura di sé, magari attenta ai dettagli e meno “irreprensibile” della media. E la paura di un tradimento risulta paralizzante a tal punto da indurre la donna a non presentare il proprio partner a quella che è subito classificata come una pericolosa avversaria, quand’anche amica, definita infine senza troppa noncuranza “bitch” sulla base di un preciso bitchy score, che ci fa pericolosamente ripiombare in un mondo diviso tra “madonne e puttane”.

    Eppure conservo la convinzione che la solidarietà femminile sia una delle poche risorse su cui contare per sopravvivere ad un mondo fin troppo ostile, tanto nel lavoro quanto nella vita di relazione. Tutto si può ridurre ad alcune domande, utili – forse – spunti di riflessione: è più importante trovare una nuova amica o un’ipotetica nemica? Infine, è più coerente la competitività o la solidarietà?
    Personalmente resto del parere che sia inaccettabile litigare per un uomo, magari in nome di una passeggera infatuazione, quanto assurdo è credere che si possa fare uno sgambetto ad una collega per puro appagamento personale. E non sono affatto convinta che sia solo una scelta opportunistica, ma in primo luogo un buon esempio di educazione.

     

     

    [1] Si riprende l’articolo de La 27esima Ora dal titolo “Donne che ostacolano le donne. La sindrome dell’ape regina”. Di seguito il link per una più approfondita consultazione: http://27esimaora.corriere.it/articolo/donne-che-ostacolano-le-donnela-sindrome-dellape-regina/
    [2] Il fenomeno noto come “glass cliffs”.
    [3] Il riferimento è all’articolo Intolerance of sexy peers: intrasexual competition among women di Tracy Vaillancourt e Aanchal Sharma, pubblicato nel 2011 sulla rivista “Aggressive Behaviour”.

    amicizia. donne solidarietà
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    Angela Carta
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    28 anni. Dopo due anni come operatrice di uno sportello anti-violenza e un anno di volontariato in Ungheria come youth worker, ho scelto di diventare educatrice professionale. Già specializzata in Tutela dei Diritti Umani, mi occupo oggi di HRE, violenza di genere, educazione videoludica e attività di gioco e team building.

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