AFGHANISTAN E LA VIOLENZA SULLE DONNE

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AFGHANISTAN. LA VIOLENZA SULLE DONNE ESULA DAL CONTESTO GIURIDICO

Oltre che all’esautorazione dei regime Taliban, la spedizione in Afghanistan – promossa dagli Usa in seguito all’attentato terroristico dell’11 settembre 2001 – avrebbe dovuto contribuire ad alleviare le annose sofferenze della popolazione femminile locale, costantemente oggetto di soprusi ed emarginazione sia in ambito sociale che tra le pareti domestiche (aspetto rimarcato con particolare enfasi anche dall’allora first lady statunitense Laura Bush). Ma così non è stato.

Contravvenendo a ogni aspettativa, il capo di stato Hamid Khan Karzai, eletto nel 2004 con l’appoggio occidentale, non ha saputo infatti varare quelle riforme drastiche e incisive passibili (forse) di incidere significativamente sul futuro del paese. Il risultato è che a dispetto dei precetti costituzionali di uguaglianza e tutela, le afghane hanno continuato a incarnare un simbolo di negazione dell’esistenza stessa. Lapidate, incendiate, aggredite con l’acido, bastonate, torurate, barattate a saldo di un debito, incarcerate per aver cercato di sfuggire a un marito violento e vendute (magari in tenera età) a scopo matrimoniale.

“Purtroppo gli abusi persistono perché tali reati esulano dal contesto giuridico“, ha confermato Veeda Saghari, militante a favore della causa femminista. Il netto aumento del tasso di violenza sulle donne – recentemente denunciato dal governo britannico – è stato avvalorato da un rapporto dell’Afghanistan Independent Human Rights Commission, in base al quale “solo nel primo semestre del 2016 sono stati registrati 5.132 casi di maltrattamenti e 241 femminicidi“.

Eppure, rispetto al quinquennio caratterizzato dall’oscurantismo talebano, qualche timido progresso è stato compiuto.

Circa nove milioni di ragazzine hanno ripreso la frequenza scolastica (interdetta per una decade) e il beneficio dell’assistenza sanitaria (in precedenza riservato quasi esclusivamente agli uomini) è stato esteso all’intera cittadinanza, fattore che ha consentito di ridurre notevolmente il numero dei decessi dovuti al parto (dai 1.340 attestati nel 1990 a fronte di 100mila nascite ai 396 del 2015).

In costante crescita invece il tasso occupazionale, almeno nei maggiori agglomerati urbani. Se alcune afghane hanno optato per una carriera professionale autonoma, altre sono state inglobate nei settori sociale, didattico (la percentuale delle insegnanti è pari al 33%) giudiziario (240 i giudici di sesso femminile) e della sicurezza.

Tra l’altro, proprio all’attuale presidente Ashraf Ghani Ahmadzai (in carica dal 21 settembre 2014) va attribuito il merito di aver incentivato la partecipazione femminile alla realtà politica nazionale: sotto la sua egida, undici donne (di cui sette viceministri) sono state ammesse nel Gabinetto istituzionale, mentre quattro hanno ricevuto la nomina di ambasciatrici.

Tuttavia le insidie sono sempre in agguato. Le lavoratrici si ritrovano spesso oggetto di minacce da parte dagli estremisti, poco propensi alla loro emancipazione. E nelle aree rurali, la condizione in cui l’altra metà del cielo (equiparata agli animali) è costretta a vivere continua a riflettere quel triste copione già incoraggiato dall’assuolutismo dei Taliban, tanto che a Herat è stata istituita un’apposita unità operativa a sostegno delle aspiranti suicide, sopravvissute a una morte indotta per combustione.

Nelle carceri di Kabul e delle principali città languiscono tuttora centinaia di vittime della perdurante tradizione misogina. Malcapitate renitenti a nozze combinate con uomini generalmente anziani o gravate da pesanti accuse di adulterio (reato punibile con l’esecuzione capitale) per aver intrattenuto relazioni extraconiugali.

“Le autorità sarebbero propense a vagliare simili problematiche, ma la diffusione del radicalismo preclude ogni mossa“, ha osservato Phumzile Mlambo-Ngcuka, direttore esecutivo di Women, associazione attiva nel contesto delle Nazioni Unite. “Nell’insistenza con cui l’Occidente ha esortato il riconoscimento dei diritti civili da parte dell’establishment alcuni hanno individuato una coercizione“.

A complicare ulteriormente la situazione, il quarantennio di incessanti conflitti: “Da un lato abbiamo una generazione che ha conosciuto unicamente gli orrori della guerra, dall’altro ci sono donne acculturate, consce di se stesse e dell’oggettività circostante”, è la considerazione dell’esperta. “La confusione subentra allorché si tratta di mediare su entrambi i fronti. Il bicchiere è ora mezzo pieno insomma, ma ciò non implica che alle afghane spetti un trattamento privilegiato. Lo stupro e gli abusi fisici hanno ovunque la medesima valenza. Ovviamente, gli sforzi evolutivi non vanno né sminuiti né sopravvalutati, poiché il rispetto della dignita umana è un principio universale. D’altronde, l’Afghanistan ha omai assimilato quell’insieme di valori comuni al resto del mondo è quindi inconcepibile che non ottemperi agli obblighi di protezione ed educazione vigenti altrove e ritardi a imporre il divieto di convolare a nozze troppo precocemente“.

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Profilo Autore

Rita Cugola

Rita Cugola, milanese del ’59. Giornalista. Attualmente ha collaborato con il quotidiano “Il Fatto” e ha lavorato per il mensile “SpHera” (ora chiuso), occupandosi, rispettivamente, di mondo islamico (immigrazione, problematiche politiche e sociali) e di egittologia, ermetismo, filosofia. Collabora al momento attuale anche con Panorama e Alganews . Il suo blog http://ritacugola.blogspot.it/

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