Santiago, Italia

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L’unico governo occidentale che, all’epoca, non riconobbe la giunta di Pinochet fu l’Italia, e fu la nostra ambasciata ad ospitare i primi rifugiati e a dar loro il visto per essere accolti nel nostro Paese. Un film sull’accoglienza italiana, alla fine.

scritto da Costanza Firrao per La Rivista intelligente
11 settembre 1973: il governo socialista del presidente cileno Salvador Allende, democraticamente eletto tre anni prima, viene rovesciato dalla giunta militare golpista del generale Pinochet; il palazzo della Moneda è attaccato via terra e via aria e Allende perisce, probabilmente suicida, durante l’incursione. Tutte le forze di opposizione vengono arrestate e relegate nell’enorme stadio di Santiago: gran parte di loro torturata nei modi più atroci, gli uomini con scosse elettriche ai genitali, le donne ripetutamente stuprate; 130.000 furono le persone scomparse, “desaparecidos” nel corso dei tre anni successivi, ogni libertà civile conculcata e il regime durò con la compiacenza e la complicità della CIA e delle amministrazioni USA fino al 1990. L’unico governo occidentale che, all’epoca, non riconobbe la giunta di Pinochet fu l’Italia, e fu la nostra ambasciata ad ospitare i primi rifugiati e a dar loro il visto per essere accolti nel nostro Paese.
E’ questo che racconta Nanni Moretti in “Santiago, Italia”, il docufilm che ricostruisce attraverso immagini d’archivio e testimonianze, la storia di quei giorni terribili. Giornalisti, attori, musicisti, traduttori, avvocati, operai, artigiani, medici, cardinali, imprenditori, diplomatici – declinati in entrambi i generi – prestano i loro ricordi, incredibilmente vividi (anche se alcuni di loro nel ’73 erano ancora bambini), i loro volti, le loro voci, in modo da creare un affresco corale in cui si mescolano orrore per ciò che hanno vissuto e riconoscenza per chi li ha salvati. Gran parte di loro vive ormai in Italia da più di 40 anni, è perfettamente integrata, solo quella dolce inflessione cantilenante a tradirne l’origine, a molti la voce s’incrina o si spezza e rimangono muti, davanti alla telecamera, le lacrime che scorrono, incapaci di andare avanti. Io ho due nazionalità – dice una signora che fa l’assistente sociale – quella cilena e quella italiana: il Cile è il patrigno cattivo, l’Italia la madre protettiva.
Un altro racconta: “prima di Allende i bambini poveri non andavano a scuola perché non avevano neanche le scarpe. Poi ne ebbero tutti un paio insieme a una razione di latte al giorno… era questo il regime da abbattere?”.

Moretti è lì, girato di spalle, li incalza a parlare, ad affinare i ricordi, lo si vede di faccia solo quando intervista uno dei militari di Pinochet, lo sguardo è duro mentre quello sciorina le sue non responsabilità, obbedivo solo agli ordini – dice con gli occhi bassi. Alle testimonianze si susseguono brevi filmati d’epoca: Allende e Neruda in piazza, Allende nel suo ultimo discorso dalla Moneda, lo stadio diventato campo di concentramento, gli Inti Illimani che cantano ” El pueblo unido jamàs serà vencido“. Ma non c’è nessuna concessione spiccia, nel film di Moretti, alla retorica o al sensazionalismo, tutto è sobrio e misurato, è come se il regista fosse stato a Santiago con i rifugiati e li avesse aiutati a chiedere asilo in ambasciata e poi in Italia. Come se avesse fatto con loro quel viaggio di dolore e di speranza trovando porte aperte e un popolo generoso ad accoglierli. E insieme un timore e una profezia, nefasti, che tutto sia cambiato nel frattempo. Che non ci sia più “quella” Italia, ma un paese irriconoscibile, chiuso nei suoi rancori e nelle sue frontiere fisiche e mentali.

Santiago/Italia di e con Nanni Moretti – Italia 2018

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