Caterina de’ Medici Gonzaga

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“Serenissima signora mia figliola amatissima”: questo l’incipit delle lettere ‒ numerosissime, oltre seicento ‒ che Cristina di Lorena scrisse alla figlia Caterina, terzogenita della numerosa prole nata dal matrimonio con il granduca Ferdinando I de’ Medici.

Nella prima, scritta l’11 marzo 1617, la premurosa madre si congratula per il felice arrivo a Mantova della giovane dopo il matrimonio con il duca Ferdinando Gonzaga: “Nessuna cosa doppo la salute di vostra altezza poteva arrecarmi maggior contento ch’il sentire ch’ella sia arrivata alla presenza del signor duca suo sposo”. Le nozze, celebrate poco tempo prima nel mese di febbraio, ponevano la parola fine a una serie di progetti matrimoniali che avevano riguardato Caterina fin dalla tenera età. Per primo si era pensato a Vittorio Amedeo, figlio di Carlo Emanuele I di Savoia, ma senza giungere a nulla; poi si era sperato in un’unione regale dando vita a complesse trattative segrete con il sovrano d’Inghilterra e Scozia Giacomo VI per far sposare Caterina con il principe di Galles. Questa strada, costellata di numerosi ostacoli, aveva trovato una dolorosa conclusione con la morte prematura, nel 1612, del rampollo inglese Enrico Stuart. La famiglia Gonzaga era la terza scelta, più ristretta come orizzonti, ma capace di confermare i rapporti dinastici fra la casata mantovana e quella fiorentina.

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Caterina, nata a Firenze nel 1593, aveva 24 anni quando giunse nella città lombarda da “straniera”, forse un po’ timorosa per aver lasciato la corte in cui era cresciuta; in alcune sue biografie si insiste sul fatto che la giovane Medici avrebbe preferito “vivere la vita contemplativa del chiostro” e, chissà, la realtà monacale sarebbe stata la sua vera esistenza se fosse stato in suo potere scegliere. Ma i figli e le figlie di allora erano destinati/e a ruoli disegnati da altri e Caterina non fece eccezione. Fu educata in modo raffinato, le vennero assegnati compiti da svolgere in modo esemplare per difendere sia il nome del suo casato sia quello della nuova famiglia in cui sarebbe entrata; doveva soprattutto soddisfare le aspettative che il ruolo le imponeva, quello di madre e moglie prima di tutto, pronta però a occupare posti di comando se la vita le avesse aperto questa possibilità. Cristina di Lorena che, nella sua complessa esistenza, si era formata nelle sale della corte francese di Caterina de’ Medici, aveva affiancato negli onori e negli oneri del granducato di Toscana il marito Ferdinando e poi, da reggente, aveva tenuto il timone dello Stato per ben due volte, fu maestra abile e vigile oltre che madre sollecita e affettuosa. Nelle sue missive dispensò consigli, suggerì comportamenti, si raccomandò sui toni e i modi da usare, ma anche inviò doni, ringraziò per quelli ricevuti, chiese informazioni sulla vita di corte interessata a tutto quello che riguardava sua figlia. Una madre presente anche a distanza secondo la logica della politica di squadra delle proprie dinastie, come scrive la storica Alessandra Contini Bonaccossi.
La vita di Caterina nella famiglia Gonzaga non fu né semplice né felice. Come coniuge legittima pesò su di lei e sulla sua vita matrimoniale il fantasma di un’altra donna, Camilla Faà una nobildonna al seguito di Margherita di Savoia, che il duca Ferdinando aveva sposato in gran segreto nel 1616. Il signore di Mantova, prima delle nozze con la giovane Medici, fu costretto ad annullare l’unione impossibile con Camilla, pur mantenendo vivo il legame affettivo; Caterina si oppose a questa relazione pretendendo che la donna, vista la risolutezza con cui rifiutava nuove nozze, fosse rinchiusa nel convento delle carmelitane di Mantova prima e, a partire dal 1618, nel convento delle clarisse del Corpus Domini a Ferrara, dove nel 1622, presi i voti, divenne suor Caterina Camilla, continuando però a firmarsi col cognome Gonzaga.
Da quel matrimonio clandestino era nato un figlio, Giacinto, che visse nella corte mantovana seguito con affetto da Caterina la quale però si oppose sempre energicamente al suo riconoscimento: ne andava del suo onore personale e del prestigio della famiglia Medici, quell’affronto la duchessa proprio non poteva accettarlo.
La duchessa non riuscì ad avere figli, due gravidanze non giunsero a termine e il cruccio dovette essere grande sapendo, come suggeriva sua madre, che le gravidanze avrebbero dato principio a una felice figliolanza assicurando la successione di cotesta casa, et la resoluzione fattasi di donna Cammilla.
Caterina, come le aveva consigliato la madre in una lunga lettera prima della partenza per Mantova, sapeva che nella nuova corte avrebbe avuto bisogno di mille accorgimenti, di sapienza, pazienza e perseveranza, di capacità di giudizio e attenzione costante. La strada delle donne verso il potere era stretta, piena di curve e di tratti oscuri che necessitavano di abili strategie. Secondo la madre Cristina, Caterina avrebbe dovuto avere chiaro in mente un obiettivo primario, quello cioè di havere maggior pensiero al mondo che di dar soddisfazione a suo Marito impiegando in ciò sempre tutto lo spirito suo et è necessario ch’ella si conformi totalmente con l’humor suo, mostrando di havere gusto di quel che piaccia a lui, ancorché talvolta ella avesse altro senso. Perché mentre in questa maniera lo compiacerà et fuor che nelle cose che importino alla reputatione et allo stato in tutte le altre l’adulerà et massimamente su questo principio ella diverrà ben presto padrona della volontà sua. […] se il S. Duca non si muove da per se stesso a’ dare a V.A. il governo o della Casa o dello Stato, o dell’uno o dell’altro insieme er a’ farvela partecipe, non mostri V.A. di desiderarlo nonché di pretenderlo ma aspetti che venga da lui perché la modestia in ciò ha grande forza et quando poi l’haverà messa in tal carica, essa s’industrierà di sostenerlo et esseguir le parti di esso con ogni studio et puntualità. Dissimulare, mostrarsi mite, prudente e degna di fiducia: Se talvolta il S. Duca approvi et abbracci qualche parere o consiglio di V.A. non curi di mostrarsene ella l’autore, ma diane sempre honore a lui. E sempre che le occorrerà di parlare di cose deliberate et fatte, mostri che tutto habbia deliberato e fatto il S. Duca non attribuendo mai a se stessa cosa alcuna.
Il Duca Ferdinando imparò a fidarsi delle capacità della moglie che lo affiancò in molte incombenze e che ottenne da lui, nel 1620, il governo di Casale con ampia et libera autorità di poter in materia, così di gratia, come di Giustitia, risolvere, commandare, disponere, rimettere, et condonnare col consiglio di questi nostri Ministri […].
Caterina disponeva di ampia autonomia, come molte altre donne di casa Medici, soprattutto nelle azioni di maternage che, come scrive Gabriella Zarri, erano rivolte verso “i monasteri e le istituzioni di assistenza alle donne” per garantire, soprattutto alle giovani bisognose, dotazioni matrimoniali o azioni ad hoc in grado di salvaguardare la loro reputazione. Una volontà che superò anche i limiti della vita terrena: nel suo testamento lasciò scritto di aiutare ogni anno, con adeguate doti, quattro ragazze vergini et honeste, una di Mantova, una di Firenze e due di Siena, città in cui visse l’ultimo periodo della sua esistenza.
Nel 1626 Caterina rimase vedova e due giorni dopo la morte del marito volle abbandonare la corte e trovare rifugio nel convento di Sant’Orsola. Mantova non era più la sua città, ma era necessario seguire da vicino le procedure per la restituzione della dote e di quanto ereditato dal marito. Furono trattative lunghe e complesse che videro contrapposti i due casati per molti mesi. Non sappiamo se Caterina fosse desiderosa di trovare serenità fra le mura di un convento: ancora una volta non le fu concesso e il suo ruolo di principessa medicea ebbe il sopravvento. Fu nominata governatrice della città di Siena per volontà della famiglia e nel luglio 1627 si trasferì nella città toscana. Il dovere dinastico prima di tutto e Caterina dimostrò di aver compreso in pieno il senso del suo nuovo compito, agendo con prudenza nel conciliare la volontà della famiglia e le situazioni locali, equilibrio che le fu riconosciuto dai contemporanei; scelse di vivere a Siena, avrebbe voluto anche lì alloggiare nelle stanze di un convento ma non fu possibile. Religiosissima e devota, morì di vaiolo il 12 aprile 1629 baciando, prima di esalare l’ultimo respiro, la reliquia di S. Caterina.
Forse la sua indole avrebbe desiderato il conforto del silenzio claustrale, ma ciò non è stato, La governatrice di Siena dimostrò di possedere equilibrio politico e senso del dovere eppure i giudizi storici su di lei sono stati a lungo negativi. “Non ebbe in dono dalla natura né una vivace intelligenza né una grande personalità” scrive Luisa Bertoni nel testo per il Dizionario biografico degli Italiani della Treccani, aggiungendo “Una vita serena in convento sotto la guida abile di un padre spirituale sarebbe stata assai più consona a colei che, invece, dopo essere stata sul punto di salire sul trono d’Inghilterra, divenne duchessa di Mantova e poi governatrice di Siena. […] Anche in questa carica Caterina non dimostrò grande iniziativa né prepotente personalità”. Alle donne sono state sempre richieste doti eccelse, capacità strabilianti e fatti eccezionali, la normalità, nei loro confronti, è sempre giudicata troppo poco.

Il testo è tratto dalla ricostruzione storica pubblicata su “Memorie” nel sito www.toponomasticafemminile.com

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