Di sera si fanno le cose brutte

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Quando le ragazze portavano la minigonna di nascosto dai padri.

di Cristiana Fantoni

Una famiglia come tante, in un quartiere periferico di Roma nato negli anni ’50. Suo padre aveva acquistato quell’appartamento in cooperativa, dovendolo poi riscattare dopo 20 anni. C’erano solo quattro palazzi, uguali ma di diverso colore, e intorno la campagna con i suoi alberi e i suoi fossi, i canneti e la ferrovia poco più in là. Dalle finestre al tramonto si poteva vedere la facciata della Basilica di San Paolo illuminata come fosse d’oro.
In poco tempo costruirono altri palazzi e aprirono alcuni negozi. Negli anni ’60 fecero anche le scuole e arrivarono i mezzi pubblici.
Patrizia e suo fratello Carlo crebbero giocando nei prati facendo guerre cruente ma brevissime insieme ai ragazzi della stessa loro età.
“Non bere dallo stesso bicchiere degli altri”, “Non baciare gli altri bambini”, “Non pettinare i capelli delle bambine”: tutti i giorni sua madre le faceva queste raccomandazioni senza spiegare il perché, in questo modo cercando di scongiurare per i suoi figli malattie terribili come la tubercolosi e la poliomelite e facendo in modo di evitare loro infestazioni di pidocchi.

Patrizia era diventata una bella ragazza alta e con i capelli biondi e lunghi. Quell’anno, il 1968, come tutte, aveva accorciato le gonne e sua madre le aveva comprato un paio di stivali di pelle nera. Portava la minigonna, ma poco prima di tornare a casa se la tirava un po’ sotto l’ombelico in modo da non fare innervosire suo padre. “Cosa vuol dire quella gonna così corta? Ti si vedono tutte le ginocchia! Clelia, ma le permetti di uscire in quel modo?” gridava a sua moglie.
Patrizia correva in camera sua e si cambiava velocemente mettendo la solita gonna sotto il ginocchio. In un cassetto della sua scrivania aveva un mangiadischi arancione. Lo tirava fuori e ascoltava a basso volume le sue canzoni preferite: i Beatles, Adriano Celentano e i Rolling Stones.
Si cenava sempre alle otto. In cucina. Mobiletti e tavolo di formica marrone, le sedie impagliate ugualmente marroni e una finestra che dava su un balcone lungo e stretto. Entrava una bella aria primaverile, a volte si sentiva il vento dal mare. Suo padre a capotavola e sua madre che quasi non si sedeva a mangiare se non alla fine.
“Carlo, come è andata la scuola?” chiedeva il padre. “Bene, papà. Abbiamo fatto la versione di latino. Domani la riporterà, ma sicuramente prenderò la sufficienza”.
“Clelia, hai sentito cosa hanno fatto gli studenti? Hanno spaccato tutto e la Polizia li ha caricati. All’Università, a Valle Giulia. Gentaglia sicuramente. Ma i genitori non ce l’hanno? Ma che vadano a studiare o che vadano a lavorare! Ha ragione Pasolini… certo non è un regista tra i miei preferiti… anzi. Ma ha ragione, sono tutti ragazzi che non hanno voglia di fare niente e se la prendono con i poliziotti che sono ragazzi come loro e che lavorano sodo!”
Né Patrizia né suo fratello osarono dire nulla ma si lanciarono uno sguardo disgustato. Sua madre in silenzio portava le pietanze versando il cibo nei piatti.
“Papà, posso uscire stasera?” chiese Carlo e suo padre rispose “Che fai esci con gli amici? Attento alle ragazze eh!”
Patrizia guardò sua madre che abbassò lo sguardo. Sapeva che suo fratello stava uscendo da qualche giorno con una sua compagna di classe: Roberta. Ne era gelosa e non capiva perché Carlo se ne era invaghito. Era anche invidiosa perché lei davvero non poteva fare una domanda simile, a lei era proibito uscire la sera, lei era una femmina e quindi doveva stare a casa; ma non voleva fare problemi, il giorno dopo si era messa d’accordo con alcuni compagni di scuola per andare all’Università. Lì gli studenti di sinistra avevano occupato la facoltà di Lettere e quelli di destra la facoltà di Giurisprudenza; bisognava aiutarli a Lettere contro i fascisti che minacciavano di occupare tutte le facoltà e contro la polizia che, chiamati dal Rettore, volevano sgombrare tutte le aule.

Il giorno seguente Patrizia incontrò i suoi amici sulle scale della scuola. Frequentava l’ultimo anno del liceo classico nella sezione E del Visconti. Ci aveva messo cinque anni a capirlo ma adesso amava andare a scuola e soprattutto adorava il latino e il greco. Quest’anno aveva la maturità ma non ne era spaventata. Guardava al futuro e a quello che si aspettava dalla vita.
“La fantasia al potere!” gridavano i giovani e Patrizia alzò la minigonna fin sotto il sedere. “Andiamo a Lettere!” “Andiamo compagni!” “Dobbiamo aiutare gli studenti a cacciare i fascisti!” Sulla piazza erano ferme tre camionette piene di poliziotti con caschi e scudi. Alla spicciolata i ragazzi si allontanarono formando così un bel gruppo. Cantavano a voce alta e, camminando, aiutandosi con delle leve di ferro, raccoglievano sampietrini che nascondevano sotto i giacconi. C’era gioia nelle loro voci. La gente spaventata si allontanava e ad uno ad uno i negozi sul Corso chiudevano le serrande. Le macchine e gli autobus si fermavano per farli passare. Una signora con i capelli bianchi e la sporta della spesa si accostò appiattendosi contro il muro, ma non era spaventata, era contenta di vederli e gridò:”Daje raga’ annate avanti, so’ con voi”.
Dopo pochi metri si accorsero che la polizia li stava seguendo e che a Piazza Colonna altre camionette li aspettavano. Sbalorditi ma noncuranti proseguirono il loro cammino; smisero di cantare e scandendo il tempo si misero a gridare “Lottaa duraa senza pauura”.
I poliziotti non si fecero attendere; si schierarono con i loro scudi per non farli passare. Volarono i sampietrini mentre i poliziotti presero di mira i ragazzi delle prime file usando i loro manganelli per colpirli in testa e sulle spalle. Molti ragazzi caddero a terra col sangue che gli usciva dal naso e dalla bocca.
“Scappa scappa!” Patrizia si mise a correre lasciando cadere i sampietrini mentre sentiva nel naso l’odore acre dei lacrimogeni.
“Corri, vieni qui” un suo compagno la tirò dentro un portone e la spinse in un angolo buio. Ansimava, non era preparata a questo, aveva paura e si strinse al braccio di Mario. Quando sentirono lontane le grida dei ragazzi, uscirono sulla strada e si guardarono:”Andiamo al Delfino?” chiese Mario “Sì perché no, mi è venuta una certa fame”.
Spesso andavano in quella rosticceria all’angolo con Corso Vittorio a mangiare supplì e calzoni o la famosa zuppa inglese, la migliore di tutta Roma. Si sedettero su una panca con un calzone imbottito a testa e mangiarono in silenzio e in pochi minuti.
Mario le guardava le labbra e con la fantasia immaginava di toccarle, poi il suo sguardo si poggiò sui suoi seni acerbi che si intravedevano sotto il maglione e si sentì arrossire.
“Patrizia, ti vedi con qualcuno?” chiese, “No, perché?” lei lo guardò meravigliata. “Sai, è da tanto che… Non credere, ma io…vorresti…?”. Patrizia lo guardava stupito, non poteva credere che Mario si fosse innamorato di lei. No non era il suo tipo, no non era nei suoi progetti avere un fidanzato. “Dai andiamo, devo tornare per le otto sennò i miei, li senti!” Patrizia si alzò e si avviò verso l’uscita. Lui la seguì rosso in viso guardando a terra.

La cena era pronta in tavola, dalla finestra entrava una piacevole arietta fresca. Il sole era appena tramontato.
“Sai Clelia cosa è successo oggi in ufficio? Pensa un po’ la segretaria di Rossi è rimasta incinta e tutti i colleghi sono in subbuglio perché sono sicuri che verrà licenziata. Ma è meglio che faccia la madre e… anche la moglie, no?” La conversazione continuò per tutto il tempo della cena fra suo padre e sua madre sullo stesso argomento senza che né Patrizia né suo fratello venissero interpellati; tutto sommato erano ben contenti di essere quasi trasparenti agli occhi dei genitori.
“Allora Carlo che voto hai preso alla versione di latino?” chiese il padre
“Mmh papà, mi ha dato 4. Ma non capisco proprio come mai” rispose Carlo
“Ma dai! Studia di più. Clelia allora ti dicevo…”
“Papà posso uscire stasera?” chiese Carlo un po’ titubante “Va bene ma non fare tardi”.
Allora Patrizia si fece coraggio e chiese:”Papà posso uscire anche io? Sai mi vedrei con le amiche a casa di Barbara”, “Tu? No tu non esci” “Ma perché? Non faccio niente di male” piagnucolò Patrizia. “No la sera non esci” “Ma perché?” “Perchè la sera si fanno le cose brutte e io non voglio”. Allora Patrizia si alzò in piedi con aria di sfida e gridò: “Guarda che le cose brutte si fanno meglio di giorno!” ed uscì dalla cucina.
Prese la cornetta del telefono di casa e compose il numero di Mario: “Pronto, buonasera, posso parlare con Mario… Ciao. Non mi va di andare a scuola domani. Mi piacerebbe andare al mare, mi accompagni?”

Racconto “La sera si fanno le cose brutte”

 

cristana fantoniCristiana Fantoni, nata a Livorno e residente a Roma

Nata subito dopo la fine della II guerra mondiale, ha frequentato la scuola e l ‘Università  negli anni della rivoluzione del 68. Le sue passioni vanno dall’amore per la natura (realizza profumi, saponi e cosmetici con ingredienti naturali), a quello per l’arte contemporanea e a quello della scrittura. Scrive da anni poesie e racconti ma solo ultimamente ha frequentato un corso di scrittura creativa che la ha entusiasmata e coinvolta a tal punto da voler essere una scrittrice.

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