Non rassegnarsi mai

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 Sarah: “Mi sono aggrappata alla musica e ce l’ho fatta”

da Tipitosti

 Sarah: “Mi sono aggrappata alla musica e ce l’ho fatta”

Da Sarah – il suo è un nome di fantasia – che fa la cantante, ricevo e volentieri pubblico questa lettera:

“So che ad un anno e tre mesi mia madre ha deciso di regalarmi ad una famiglia che non poteva avere figli, ma che era benestante. Ricordo ancora il giorno in cui ho chiesto a alla signora adottiva se potevo chiamarla mamma. Lei, commossa, disse di si. Tutto apparentemente filava abbastanza liscio: vita agiata, casa a Saint Moritz, al mare. Mi portavano all’asilo con la Jaguar.
Ricordo anche che, mentre si passeggiava nella piccola città in cui abitavo, molti si divertivano a toccare i miei capelli ricci di mulatta. Mi offrivano caramelle per farmi parlare e poi dire: ‘Ma come parla bene l’italiano!’ . Ovvio che parlavo bene l’italiano. Sono nata in Italia. Ma ero sempre sotto osservazione. Sembravo un animaletto da guardare con curiosità. E di questo soffrivo. Qualcuno mi dava da mangiare qualsiasi cosa per vedere la mia reazione. Ero infelice. Addirittura a volte si parlava di me in mia presenza, come se io non ci fossi.

Intorno ai 6/7 anni ho avuto una malattia rara. Mi si erano chiusi gli occhi. Non riuscivo ad aprirli più. E’ cominciato un calvario. Visite specialistiche in Italia, in Svizzera, in vari Paesi. Nessuno riusciva a fare una diagnosi precisa. Qualcuno parlò di una “miastenia gravis”, una malattia che mi avrebbe portata alla morte intorno ai dieci anni, perché blocca tutti i muscoli.

Non si potevano fare indagini sui miei genitori biologici. Quindi si procedeva nella massima incertezza. Si sapeva solo che mio padre naturale era africano e che quindi poteva trattarsi di qualcosa di congenito. Sarei, dunque, morta. A me non importava molto, perché soffrivo. A cosa serviva vivere, se i miei genitori biologici non mi volevano?

Una mattina d’estate, finita la terza elementare, con le vacanze tanto attese in arrivo successe qualcosa: quei genitori che mi avevano mostrata al mondo con tanto orgoglio mi dissero che si sarebbero separati e che per me non ci sarebbero stati più soldi, neanche per mangiare. Nello stesso tempo mi annunciarono che mi avrebbero portato dalla mia vera mamma. Uno choc per me che ero cresciuta senza.
La mia nuova vecchia madre abitava a 150 km dalla nostra città. Fino a quel momento l’avevo solo sentita al telefono. Mi misero in treno.

Dopo qualche ora arrivai nella nuova, si fa per dire, famiglia. Vidi un bambino bianco, con i capelli lisci. La mia mamma si era nel frattempo risposata. E con il nuovo marito non andava d’accordo. Lui era un tipo manesco. Erano botte tutti i giorni. Non aggiungo altro. Avevo tra i nove e gli undici anni. L’incubo è durato tre anni e mezzo. E raccontarlo mi serve a prenderne sempre più le distanze.

In tutto questo tempo ho capito che la mia vita era nella musica. Il mio cammino era la musica. Solo quel mondo mi accoglieva sempre: gonfia e dolorante, triste, piangente, sola, impaurita, confusa. E non mi giudicava, non mi toccava, non mi dava altro che benessere senza chiedere niente in cambio. Ero una cantante. Forse nella vita non avrei potuto vivere di quello, ma ho capito finalmente chi ero: una cantante.
Finita la prima media, guarita, e sopravvissuta alle grinfie del padre di mio fratello dovevo
rassegnarmi al fatto che ero viva e che quindi dovevo vivere. A quel punto mi dissi che avrei cominciato a vivere a modo mio. Non potevo più sentirmi un pacco. Il cuore, però, non smetteva di farmi male. Soffrivo, inutile dirlo.

Intanto quelli che mi avevano fatto da genitori e che si erano separati per un breve periodo, si rifecero vivi. Tornai da loro con lo stesso treno che mi aveva portata dalla mia mamma. Oggi che ho 40 anni ci penso e mi viene ancora freddo.
Il mio papà adottivo, che nel frattempo non era più ricco come prima, mi sistemò in una camera d’albergo. Mi iscrisse ad una scuola. Dalla mia mamma vera non sono più tornata. Lei non mi ha più cercata.

Ero sola e per non soffrire, non piangere, mi distraevo con la musica. Solo la musica leniva il mio dolore e posso dire che la musica mi ha salvato la vita. Ho avuto il coraggio di seguire il mio istinto e non mi sono sbagliata. Mi sono aggrappata alla musica e ce l’ho fatta. Sono andata avanti senza piangermi addosso, da sola, con la mia forza.

Volevo condividere questo mio tratto di vita con chi si perde d’animo. Oggi ho dei risultati importanti attraverso la musica e tanti riconoscimenti, fama, successo.

La mia storia deve servire a chi pensa di non farcela, a chi si arrende, a chi non ha il coraggio di guardarsi dentro per vedere chi e’ davvero, a chi paura di realizzare un sogno. Se ti impegni, puoi farcela, liberandoti di timori, brutti sogni. A me è successo. Segui sempre il tuo cuore. E non rassegnarti mai”.

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Profilo Autore

Cinzia Ficco

Pugliese, classe ‘69, laureata in Scienze politiche, giornalista pubblicista, è responsabile del magazine www.tipitosti.it, il blog di chi non molla. Sposata, ha una bambina che si chiama Greta, si diverte a scrivere per lei racconti. Ha pubblicato Josuè e il filo della vita, Il re dalle calze puzzolenti, Tina e la Clessidra, con la casa editrice Edigiò. L’ultimo è Mimosa nel regno di sottosopra, pubblicato da Intermedia.

1 commento

  1. Grazie Sarah, grazie per aver parlato del tuo dolore e della tua forza, per aver dimostrato che dal dolore possono nascere gioie, che la vita va vissuta con impegno, con passione e con i sogni da trasformare in realtà.
    Anch’io mi sono sempre aggrappata e rifugiata nella musica, specialmente nelle canzoni inglesi di cui capivo le parole e gli altri no. Molte canzoni mi hanno dato forza, conforto, dolece malinconia, allegria, voglia di vivere. Purtroppo non ho una bella voce sennò avrei provato anch’io a fare la cantante, ma mi rifaccio cantando a casa :-)
    Sarebbe bello ascoltare un tuo brano su questo sito, sì, sarebbe bello.
    Tu auguro tante belle cose.

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