Come d’Incanto – prima parte

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di Fabiola D’amico

Villa Valguarnera settembre 1825

La strada sterrata era delimitata da filari di alberi di limoni e mandarini in piena fioritura. Il profumo di zagara si spandeva nell’aria, mischiandosi alla brezza marina che il vento di tramontana portava nella bassa collina. La carrozza procedeva spedita, facendo sobbalzare il nobiluomo che cercava di mantenere nell’abitacolo una compostezza elegante che, però, minacciata dai continui sussulti, perdeva ogni raffinatezza. Era da più di un mese che Gavin Paulet, Visconte di Ashford, girava in lungo e largo fra le numerose trazzere della Sicilia, ciò nonostante non riusciva ad abituarsi all’incauta spericolatezza dei conduttori. Un nuovo sobbalzo, lo costrinse a tenersi al portello per non rischiare di ritrovarsi sul pavimento, mentre con l’altra mano si teneva il cappello in testa. A discapito del bastone che per l’ennesima volta rotolò da destra verso sinistra. Il suo valletto imprecò quando cadde con il sedere sul pavimento.
Il vetturino eseguì una nuova manovra e la carrozza si fermò bruscamente; fu impossibile rimanere seduto e tenere in testa il cappello contemporaneamente.
Da quel momento la strada s’ inerpicava tra case costruite con la famosa pietra di Aspra; il lungo stradone risaliva la collina fino al palazzo dei Principi Branciforti ed era frequentato dai villici che in groppa ad asinelli vendevano ortaggi e frutta. Non mancavano i tipici carretti che Gavin aveva conosciuto nel catanese, sulle cui sponde erano dipinti a mano immagini cavalleresche tratte dall’Orlando furioso. La vettura in quel traffico paesano rallentò il ritmo selvaggio e folle che l’aveva contraddistinta sulla regia trazzera per Bagheria. Il visconte si permise di rilassarsi e dal finestrino osservò meditabondo la gente che con il suo variopinto dialetto gesticolava e troppo spesso urlava.
Ciò che i suoi occhi vedevano, ciò che il suo udito coglieva, non raggiungeva la mente, né s’intrappolava laddove nascono i ricordi. Tutto quello che lo circondava era sferzato dai venti della riflessione e senza requie si disperdeva nell’infinito vuoto.

Gavin pensava all’imminente partenza e alle decisioni che avrebbe dovuto prendere una volta tornato a casa, in Inghilterra. L’ultimatum che suo padre, il marchese, gli aveva rivolto, prima della sua partenza precipitosa per l’Italia, riecheggiava nel silenzio della mente: «Ti concedo quest’ultima pazzia. Approfittane, poiché, se torni, dovrai sposarti e farti carico delle responsabilità che vincolano un futuro Marchese. Il tempo dei giochi è terminato!»
Se torni… come se avesse potuto scegliere! Doveva tornare da una famiglia che lo amava, ma che certamente non lo rispettava. I suoi colpi di testa avevano deluso troppe volte i genitori: gioco d’azzardo, ubriachezza, dissolutezze. Infine il desiderio di un viaggio verso l’ignoto: l’Africa oscura. In realtà, appena smaltita la sbornia che lo aveva fatto litigare con i genitori e dalla quale era nato quell’itinerario folle, aveva capito l’assurdità di tutto, ma l’orgoglio gli aveva impedito di tornare sui suoi passi. Nel continente non c’era mai approdato, si era fermato in Italia, visitandola in lungo e largo, fino ad approdare nell’isola tanto amata dai poeti. Eppure, sebbene avesse ammirato gli infiniti orizzonti, le magnificenze del passato, l’innevata vetta dell’Etna, quelle meraviglie non avevano scalfito la patina d’indifferenza che negli ultimi anni avvolgeva i suoi sentimenti. Quel girovagare incessante non lo avrebbe portato da nessuna parte. Doveva tornare a casa. Prima, però, doveva portare a termine un incarico, semplice ma increscioso, che il suo padrino Lord Bentik gli aveva affidato prima della partenza: consegnare un pacco al Principe di Salaparuta che si trovava nella sua villa a Bagheria.

Nelle ultime settimane la solitudine era stata un’ottima compagna: aveva disdegnato i compatrioti incontrati, preferito luoghi appartati come le gole dell’Alcantara, i sentieri tracciati in prossimità dei crateri del vulcano, i boschi come quello di Malabotta sui Nebrodi. Quella visita era decisamente irritante, ma non si sarebbe sottratto alle sue responsabilità. Mai più.
La vettura svoltò sulla sinistra su una stradella più piccola di quella che avevano percorso. Dietro a ogni vettura, nuvole di polvere risalivano verso il cielo, rendendo irrespirabile l’aria. Il tragitto, per fortuna, fu breve e, appena, dieci minuti dopo giunsero dinanzi a un grande portone di ferro. Qui il guardiano prese il biglietto da visita e lo porse a un bambino, che precedette la carrozza lungo un viale delimitato da pini, eucalipto e querce; infine entrarono in un grande spiazzale, circondato da una corte d’onore, al cui centro una scala monumentale conduceva all’ingresso principale della villa.

<<continua>>

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