Chi sogna sa aspettare

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di Clementina Coppini

Mai visti, si conoscevano attraverso i racconti di un amico comune…

Emma, John e Manuel non si erano mai rivolti la parola e malgrado ciò poco si sopportavano.
Mai visti, si conoscevano attraverso i racconti di un amico comune. Non c’è fonte di fastidio più zampillante di una persona a cui vuoi bene, che dipinge qualcun altro come intelligente. E il peggio del peggio è quando costui fa il tuo stesso mestiere.

Per fortuna abitavano lontano: Emma era di Milano, John di Londra e Manuel di Saragozza. Scrivevano tutti e tre in generale per campare e scrivevano tutti e tre in particolare a Gerard, di Monaco, che tutti e tre, separatamente, frequentavano da anni. Imperfetto tempo per un imperfetto rapporto in una storia imperfetta. Perfetto.

Manuel faceva il corrispondente da Bruxelles per un noto quotidiano e, brillante lui stesso, conduceva una vita brillante, da annoiato rampollo scrittorio di una ricca famiglia basca. Conscio di avere una mente illuminata, il suo prioritario scopo era mostrarlo all’universo globo.
Emma, giornalista di viaggi che non viaggiava e autrice di romanzi che non riusciva a pubblicare, possedeva una mente appuntita come un ago, ma nelle occasioni importanti altrettanto piccola. Autoironica e autodistruttiva, era leucemica all’ultimo stadio.
Quell’anima delicata di John, dopo un decennio speso a scrivere per una rivista di ortofrutta, aveva pubblicato un libro di successo mondiale, abbandonando a se stessi cavoli e carote. Aveva dimostrato per l’ennesima volta la sua nobiltà cedendo l’ottanta per cento dei diritti d’autore a un’associazione che costruiva e faceva funzionare ospedali nel terzo mondo.

La bella azione, celebrata da Gerard con tale teutonica sobrietà che anche San Francesco sarebbe sembrato un patetico egoista, era stata giudicata straordinaria ed esibizionista da Manuel e commovente e stucchevole da Emma, entrambi invidiosi non già delle elette virtù dell’anglico terzo incomodo, bensì della sua recente fama.
Entrambi separatamente convinti della propria superiorità, gettavano scetticismo sulla condotta letteraria e morale degli altri. John li aveva cercati una volta via mail, per chiedere loro di curare la traduzione in spagnolo e italiano del suo libro, scusandosi del fatto che il suo romanzo fosse cosa da poco.

Manuel aveva risposto di sì, anche se non gli era piaciuta la melmosa umiltà della richiesta. Emma aveva detto che purtroppo, causa piccolo inconveniente tecnico, non era in grado garantire la puntualità nella consegna. Non si sarebbe mai abbassata a trasporre quella storiellina da top ten libraria, ma la scusa era vera come la morte.
Si era appena ammalata e già il tempo che le restava non si poteva dire che rimaneva, quanto piuttosto che si allontanava. Aveva cercato Gerard per dirglielo.

Oh, Emma. Il prossimo week end vengo a trovarti. Era stravolto.
Mi fa piacere. Mi aiuterebbe molto parlare con qualcuno. Che doveva dire?
Come stai adesso?
Bene, grazie.
Che doveva dire?
La traduzione fu così rifiutata da Emma, con ottima giustificazione.
Le cure erano lente nel dare risultati, mentre il male evolveva con forza egregia.
Gerard, che nel frattempo si era separato dalla mucca somara con cui per errore si era sposato, si era messo in proprio e aveva avviato un florido commercio di dvd su internet. La libertà acquisita gli permetteva di stare molto con Emma, alla quale narrava le fulgide imprese degli altri due.
Pure che stava morendo, doveva in più subire l’agonia degli aneddoti anglo-ispanici.
Ma Emma amava Gerard come un fratello sbiaditosi al sole ed era colpita che lui sprecasse tanto tempo con una che sarebbe morta da lì a poco. Senza nemmeno aver pubblicato un romanzo, un piccolo, misero, triste romanzo.
Almeno John, che sarebbe stato vivo più di lei, lo aveva già fatto. E Manuel prima o poi avrebbe scritto l’autobiografia delle sue perversioni da cartolina.
Invece il suo tempo spariva con la stessa lentezza con cui il suo respiro si affannava. Chissà perché quando stai morendo il tuo respiro diventa sempre più forte ed evidente, udibile a distanza. Emma interpretava il recente rantolo come una sottolineatura della propria volontà, che pulsava mentre svaniva.
Quella mattina Gerard arrivò con una novità di genere neutro-fastidioso.
“John e Manuel vorrebbero venirti a trovare.
“È sempre così: quando i nemici vengono a trattenere le lacrime ai piedi del tuo letto, ecco che poco manca al singulto finale.
“Ma non sono nemici. Non li conosci nemmeno. Protestò Gerard, che considerava ogni critica ai suoi amici un peccato come staccare un braccio a una scultura di Michelangelo.
“Mi farebbe piacere. Si corresse Emma. Ma sì, tanto cosa cambia? Ormai la sua vista era molto appannata, così come la sua mente, che galleggiava ormai sparutissima nel mare di medicine che le somministravano: quindi poteva anche incontrarli senza scocciarsi oltre misura.
Passò un tempo non abbastanza congruo e poi John e Manuel arrivarono, e così Emma si convinse che il peggioramento del suo respiro nelle ultime 24 ore non derivava da un’impressione, ma da una donna nera con la falce che stava già consultando lo stradario per raggiungerla.
Eccoli lì. Manuel si avvicinò e le prese la mano sorridendo, mentre John rimase a una distanza da anglosassone, ma sorrideva anche lui. I due si posizionarono ai due lati del letto e a lei venne quasi da ridere, perché li vide come i due segnali luminosi, uno verde e uno rosso, che stanno all’ingresso dei porti. Le persone, quando sono in vista dell’approdo, rilassano muscoli e cervello, sono invase come da una morbidezza delle membra, molto simile sia nella felicità che nella sofferenza. Come se, di fronte ai punti estremi, le cellule si fermassero un attimo a fissare l’evento nel DNA. Ecco, era arrivata a destinazione. Ancora poche manovre, e avrebbe attraversato la soglia.
Così per Emma fu piacevole e straziante conoscere Manuel e John, e a tutti i tre pareva quasi quasi di volersi bene per causa di tutta una serie di gesta sentite dal loro comune amico, per tutta una serie di cose vissute non in comune, ma in una vicinanza narrativa che forse degli scrittori possono concepire come affetto.
Tutti e tre, che nella vita erano sempre stati soli e in qualche modo isolati dal resto, percepirono come il guizzo di una condivisione, il che poteva semplicemente essere dovuto all’emozione e alla disperazione generate dall’avvento della morte.
L’avvento, eccolo lì, ciò che prelude alla realizzazione di qualcosa, in altre parole l’attesa. Emma sorrise come poteva, con un rantolo di sorriso.
Scambiarono qualche parola in inglese, perché Emma ogni pochi minuti, per la morfina e per la malattia, perdeva il senso delle cose e iniziava a guardare fisso un punto. L’interruttore del suo cervello si spegneva e si accendeva, e lei, così come gli altri, non aveva molte ragioni di scambiare pareri.
Gerard ogni tanto la aiutava a bere qualche sorso d’acqua e quando arrivò la minestra invitò gli altri due a uscire e la imboccò.
“Se vuoi, dico che sei stanca e li mando via.
“No, falli tornare, ti prego.
Voleva aspettare con loro, perché, in un precedente minuto di lucidità, aveva visto John e Manuel non come “gli altri due amici di Gerard, dove la parola altri aveva un suo significato dispregiativo, ma come due disperati che si erano nutriti tutta la vita di sogni, come lei.
Avrebbe trascorso le ultime ore con loro, perché trovava che fossero molto adatti: chi si è nutrito tutta la vita di sogni è una persona che conosce il senso dell’aspettare. L’immaginare poi è uno dei modi più divertenti di modellare l’attesa, per cui al posto di fissare il vuoto aspettando un’apparizione, si fissa ugualmente il vuoto ma intorno ci si mette qualcosa. Fermo restando il vuoto.
Finita la minestra, Manuel e John rientrarono e il resto è noto.
Tutti fecero in silenzio molte domande sulla morte.
Emma, nei sempre più rari secondi in cui capiva di essere presente, si chiese molte volte molte cose che poi subito dopo non ricordava. La vicinanza di quelle figure straniere e mute la confortava. Finalmente attendere aveva una sua logica e uno scopo. Le spiaceva solo non poter scrivere nulla sull’argomento, ma sapeva che l’avrebbero fatto loro, come custodi di un’ispirazione che noi pensiamo nostra e solo nostra finché non capiamo che la dobbiamo lasciare, facendo trapassare lei di qua, nella vita, mentre noi trapassiamo di là, nella morte.

Prima di chiudere gli occhi per sempre, tenendo la mano tremante di Gerard, gli disse una frase che le era venuta in mente all’improvviso – l’ultima disponibile – e alla quale non credeva affatto. Ma una riflessione non deve essere per forza una convinzione, ma può essere un semplice atto d’amore.
“Non preoccuparti. Gli disse. “La vita è uno stato mentale.”

 

Clementina Coppini oltre a lavorare con immensa gioia per mondointasca.org, scrive per alcune riviste cartacee (I Viaggi del Sole, Gente Viaggi, Class, Vie del Gusto e una rivista brianzola che si chiama Vivere) e pubblica i suoi raccontini sulla rivista letteraria online El-Ghibli e su www.dols.net. Ogni tanto traduce libri per bambini per il Battello a Vapore (la sua serie preferita è Capitan Mutanda). Sta per pubblicare (dicembre 2007) con Eumeswil Edizioni il suo primo romanzo, che si intitola “Il complesso di Giano” ed è già a metà del secondo, perché è giusto portarsi avanti. Ha prodotto decine di libri per bambini per Dami Editore; ha fatto per anni la cassiera al supermercato, è laureata in lettere classiche. Scrivere è un ”vizio” che coltiva fin dall’infanzia ed è la sua più grande passione. Poi vengono il cinema e la cucina. Davanti a tutto, però, ci sono la famiglia e gli amici.

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