Marta, la fashion victim del ballottaggio

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 di Lucia Tilde Ingrosso

Non basta uno smalto per cambiare le persone.

A Milano,  tra il primo turno e il ballottaggio,  si sono vissute due settimane durissime. La città pullulava di tizi – tutti con un qualche vessillo e/o ammennicolo arancione – che ti avvicinavano per appiopparti volantini, spillini,  palloncini.

Stupita che fermassero me (ma vi sembra che questo allure sia compatibile con un voto a sinistra?) declinavo. Gentile, ma ferma. «Suvvia, un palloncino per i suoi bambini».

Allora, sfoggio ventre tonico e taglia 38: come pensare che io abbia potuto partorire, e addirittura più volte?

«Niente bambini. Una spilletta, allora? E’ tanto simpatica…»
Sì, come la sabbia nel tanga. Senza contare che l’ultimo pin che ho indossato era dei Duran Duran. E mi ha irreparabilmente rovinato la camicetta Naj Oleari.
Quanto ai volantini, era abbastanza eloquente il mio sguardo schifato. Ben altro interesse rivolgevo alle pagode (gazebi, per la plebe) di donna Letizia. Minimalisti, erano presidiati da persone distinte, che per non disturbare non si avvicinavano mai. Così mi accostavo io, smaniosa di rendermi utile. A quelli non pareva vero di piazzarmi in mano un pacco di volantini e invitarmi a distribuirli. Ma vi pare che io sia un tipo che può volantinare? Sono riuscita a lasciarne giù solo due. Il primo sul parabrezza di una Porsche Carrera gialla, il secondo su quello di una Maserati Granturismo. Il tutto con la segreta speranza che il proprietario arrivasse in quel momento e, anche folgorato dalla nostra comune visione politica, si innamorasse follemente di me. Be’, naturalmente non è successo. E il pacco di “Forza Letizia” è finito nel cestino.

Al lavoro, le cose non sono andate meglio. C’è chi passava tutto il giorno a vedere video satirici su YouTube e farsi grasse risate. Una ollega è da settimane vestita d’arancione dalla testa ai piedi («Mutande comprese» assicura, nessuno ha sentito il bisogno di verificare). Nelle pause caffè, il dibattito si accendeva: tutti avevano da dire la loro. E invece dovrebbero lavorare, che non siamo mica qui a pettinare le bambole.

La Pisapia mania ha contagiato i più insospettabili. Anche Sveva – la mia amica del cuore fin dai tempi delle Marcelline – è diventata un’attivista. Colpa di quel bolscevico del marito (sua l’idea di mandare la piccola Delfina in un’orrenda scuola pubblica).
Un giorno Sveva mi chiama. «Ti prego, puoi accompagnare Delfina all’Arena, per una gara d’atletica?»
«Volentieri, ma perché non la porti tu?»
«Perché presenzia la Moratti!»
«Fantastico!» Quello che per lei è un minus, per me è un plus. Mi vesto di tutto punto – abitino da cocktail Versace con accessori Prada – il massimo consentito per un evento alle dieci del mattino.
Pur essendomi contenuta, mi sa che alla fine ho comunque esagerato: sono quasi più elegante del sindaco, che si presenta con una camicetta floreale e dei pantaloni beige un po’ fané.

La prova di Delfina è magistrale. Sono orgogliosa della mia nipotina. Almeno finché, in coro con le altre, non comincia a inneggiare: «Pisapia, Pisapia!»
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Letizia Brichetto Arnaboldi in Moratti sbianca. Io vorrei sprofondare. Ma il peggio deve ancora arrivare. Le si avvicina una bambinetta minuscola, incaricata di portarle i fiori. Ma prima di mollare il mazzetto, la guarda e proclama: «Nuota e fai nuotare Pigiapia!»

C’è anche chi, dal giorno del primo turno, è invece sparito: è il mio vicino di casa e quasi fiancé Guido.
Qualche sms stitico, ma non una telefonata o una visita. Alla fine, una sera l’ho chiamato. «Hai un’altra?» gli ho chiesto a bruciapelo.
Lui ha esistato. Ho avuto l’impressione che la mia domanda lo mettesse in difficoltà. Ma alla fine ha risposto enfatico: «Ma va! Sono entrato nel comitato di Giuliano Pisapia. Vuoi darci una mano?»

Una manica, magari. Ma di botte. O almeno questo penso, ma taccio. E arriviamo a oggi, lunedì. I seggi hanno appena chiuso, stanno per arrivare le prime proiezioni. Pare che sia andata male, ma in più di un’occasione i primi dati sono stati fuorvianti.

Passano i minuti e intorno a me cresce l’entusiasmo. Lorenzo canticchia «Pisapia la Moratti se la porta via». Claudia sventola una sciarpetta del mercato in un orrendo color aranciata andata a male.

Non riesco a staccare gli occhi dallo schermo del Pc. Pisapia è in largo vantaggio e ormai le sezioni scrutinate sono 900 su 1.251. E se nelle restanti avessero votato tutti per la Moratti?
Non ce la faremmo lo stesso: devo alzare bandiera bianca.
E’ a quel punto che mi suona il cellulare. Con sorpresa, leggo sul display il nome di Guido.
«Belle brunetta, andiamo in centro a festeggiare?» mi chiede.

Passi che il colore dei miei capelli è castano fondente che con il bruno non c’entra neanche un po’. Il punto è un altro: non c’è niente da festeggiare!
«Non mi sembra il caso» replico glaciale.
«Dai, non fare la sostenuta. Sono davanti al tuo ufficio: se ti affacci mi vedi».
Mi ha accerchiato. Esco e lo trovo più carino del solito, a parte la polo arancione ormai di ordinanza.
Lui mi abbraccia e mi bacia. Proprio niente male.
«Ti ho portato questo» e mi porge una boccetta di smalto per unghie. Arancione, of course.

«Ma è di Deborah!» protesto. Non sono abituata a prendere in considerazione cosmetici da banco.
«No, è tuo!» replica lui.
Per non farlo rimanere male, sono costretto a laccarmi le unghie in diretta. Poi Guido mi osserva e pare perplesso.
«Forse quegli stivaletti sono poco adatti a una manifestazione di piazza…»
Che caro, si preoccupa per me. D’accordo, l’occasione può essere propizia per l’acquisto di un paio di Hogan. Le indossa anche la mia collega Anna, che da quando la conosco non ha sbagliato una mise.
Fra un acquisto e l’altro (l’euforia dilagante mi ha fatto comprare anche un pareo color ciclamino e una collana in pietre dure) arriviamo in piazza Duomo. Qui la fiesta è in pieno svolgimento. Strombazzamenti, cori di vittoria, sorrisi ed entusiasmo. C’è chi promette abbracci gratis (no, grazie) e chi sventola la bandiera del Pci (oddio, mi sta venendo l’orticaria).
Mi colpisce però tutta la gente che è qui. Ubriaca di felicità.

Poi arriva il nuovo sindaco. Un’ovazione. Qui lo dico e qui lo nego, ma le sue parole mi colpiscono. «Sarò il sindaco di tutta Milano. E per guidare la nostra città avrò bisogno di tutti voi: statemi vicini!»
Non è neanche brutto, in fondo, è solo che si concia da schifo. Magari potrei dargli qualche dritta per il look. Anche se qualcosa mi dice che le consulenze non saranno pagate profumatamente come in passato.
Sono a un passo dal trovarlo quasi simpatico, quando Guido riceve una telefonata e si illumina.
Ride forte e scambia qualche battuta trionfale. Poi riattacca e mi comunica «Era una mia amica di Novara. Mi ha detto: da New Stalingrado a New Leningrado: che spiritosa!»
Già spiritosissima. E poi penso che lui non si è mai illuminato in questo modo, parlando con me.
E così d’improvviso mi è chiaro quello che ho sempre saputo. Non è storia, tra noi. Siamo troppo diversi.

Non basta uno smalto per cambiare le persone. E le situazioni.
Nello stesso tempo, mi rendo conto che nella vita di Guido c’era in atto un altro ballottaggio. E che ho perso anche quello.

«Vai da lei» gli dico. La mia dignità ha la meglio sull’orgoglio ferito. Mi giro e mi incammino, regale come Gloria Swanson nel film Viale del tramonto.

Sento su di me il suo sguardo ammirato. Ma lui e la sua Twingo per me sono già storia vecchia.
In fondo alla strada ho adocchiato un bel tipo che si sta avvicinando a una Ferrari California. Ha l’aria contrariata di chi non ha apprezzato il cambio del vento. Magari per tornare a casa ci scappa un passaggio.

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