L’arte e la lotta. Il movimento femminista americano degli anni ‘70- Parte I

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Riassumere la storia di un movimento, dei suoi presupposti e delle sue pratiche, è un compito assai arduo poiché si teme di far violenza alla complessità del fenomeno stesso.

di Elena Bray

Introduzione

Riassumere la storia di un movimento, dei suoi presupposti e delle sue pratiche, è un compito assai arduo poiché si teme di far violenza alla complessità del fenomeno stesso. Se questo è vero in generale, lo è in modo particolare per l’arte femminista in America negli anni 70, la cui specificità risiede proprio nella capacità di interconnessione di tematiche differenti. Si cercherà in questo scritto di ripercorrerle, di rendere giustizia alla molteplicità dei loro aspetti, ma, allo stesso tempo, di riportarle ad una radice comune: la politicizzazione dell’arte.

Che cosa intendiamo con politicizzazione dell’arte? E’ importante chiarire il concetto, in quanto filtro attraverso cui leggeremo l’arte femminista. Esso ha una triplice valenza: innanzitutto dichiara la capacità dell’arte di occuparsi di tematiche non solo concernenti l’arte stessa (come sembra affermare il minimalismo o l’arte concettuale), ma anche la vita socialmente costituita. Se l’avvicinamento tra arte e vita era stato già operato dagli happenings e dalla body art, con l’arte femminista si fa un passo ulteriore: la differenza di genere diventa il punto di partenza dell’indagine delle artiste.

Che cosa significa essere donne? Quali aspettative, quali modelli e quale vita prospetta la società a coloro che sono definite donne? E’ possibile sfuggire tale differenziazione o rideterminarla? Così le artiste sviluppano la consapevolezza che prima di essere artiste sono donne. E questo essere donne, per prima cosa, può e deve influenzare il loro modo di fare arte.
Ma politicizzazione dell’arte significa anche: l’arte, come qualsiasi territorio, è contaminato dalla differenza di genere. La società patriarcale e sessista ha intaccato il sistema dell’arte, escludendo, per esempio, sistematicamente le donne dal canone della storia dell’arte. Tale esclusione non si ripercuote solo nelle figure delle artiste dimenticate, ma anche nella gerarchizzazione di stili e materiali. Le arti che sono state per eccellenza praticate dalle donne, come la tessitura o la decorazione, vengono così messe in fondo alla scala dei valori. Ciò però che mostra più chiaramente questo discorso è la rappresentazione della donna. Essa è estetizzata, bella da rappresentare solo in alcuni momenti (“perché nessun artista ha rappresentato la donna al bagno con le mestruazioni?” Sembrano chiedere queste artiste) e sempre nella veste di oggetto e non soggetto (qui al tavolo degli imputati potremmo trovare le Antropometrie di Klein o le Opere d’arte viventi di Manzoni, per citare degli esempi a loro contemporanei).

Da ultimo, con politicizzazione dell’arte intendiamo come l’arte divenga terreno di lotta. Assunta questa differenza di genere che grava sull’arte e ne determina in maniera latente molti aspetti, il compito delle artiste femministe diventa quello di renderlo visibile attraverso la riappropriazione dell’immaginario. Così la produzione di opere si costituisce come atto politico, ovvero come modo di reinterpretazione della rappresentazione, che dev’essere strappata alla controparte. La lotta che si apre, però, non è solo una lotta di immagini, ma anche di pratiche. In risposta al poco credito che viene dato alle artiste (femministe e non), esse costruiscono una rete di solidarietà per le stesse composta da giornali, gallerie e associazioni, che ne promuovano e facilitino la produzione.
E’ chiaro già da questa breve esposizione quanto sia difficile creare delle compartimentazioni: questi discorsi si intersecano continuamente, così che per esempio l’operazione di riappropriazione dell’immaginario necessita della riflessione sul canone (infatti il corpo che parla è soggetto e non più oggetto, ma come mostrare il suo essere soggetto? Per farlo bisogno conoscere la storia dell’oggettivazione di esso, portata dal canone), e così via. Dunque tenteremo da una parte un’astrazione per analizzare singolarmente i problemi e renderli più chiari, e dall’altra di mostrare le loro connessioni con le altre tematiche del testo.

continua

elena-arrampicaElena Bray – laureata in Filosofia alla triennale  all’università di T0rino, prosegue la magistrale  a Torino. Molto interessata alle teorie femministe che inserisce spesso nei piani di carriera universitaria. Quella qui sopra riportata è la tesina da lei compilata  per un esame del biennio. Ama molto arrampicarsi e viaggiare.

 

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