L’Oriente occidentale

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 La comunità 9 de junio di cultura ed etnia kichwa si trova a un paio di chilometri dall’ingresso cittadino di Cotundo, nel cantone di Archidona. Dal 2002 con grande impegno e le dovute ottemperanze giuridiche ha avviato una piccola impresa turistica dove mi trovo come volontaria.

 Partiamo dall’ Amazzonia ecuadoregna.

Percorrendo la strada in discesa che congiunge la comunità kichwa 9 de junio situata alle porte della foresta amazzonica in un verde dilagante, con il centro di Cotundo, località più vicina, mi sfrecciò a fianco un ragazzino temerario che montava su una bicicletta senza pedali approfittando della ripidità della discesa come forza motrice. Eravamo diretti verso la stessa destinazione, la sua bicicletta era priva di pedali io ero in possesso solo dei miei piedi e il fanciullo, in netto ritardo per l’inizio delle lezioni scolastiche, sarebbe ovviamente arrivato prima di me e, altrettanto indubbiamente, avrebbe riscosso più successo, nonostante io fossi a piedi, nel giungerci illeso seppure su quello scheletro metallico munito ormai quasi esclusivamente di due ruote. Quel tratto, fino a pochi mesi prima malmesso e dissestato, grazie all’intervento del Consiglio provinciale di Archidona, era stato ampliato e ricoperto con strati di cemento concedendo una viabilità meno impervia ai membri della comunità diretti a Cotundo, specie per coloro che trasportavano merci e i cui veicoli incorrevano, prima di allora, a causa delle buche e della strettezza, in incidenti ricorrenti. Il ragazzetto scomparve dietro l’ombra delle frasche di uno degli innumerevoli giganteschi alberi tropicali dell’Amazzonia ecuadoregna, e io proseguii seguendo la serpe d’asfalto verso un itinerario già noto che mi fece comunque tentennare al ricordo di un bivio le cui diramazioni, scoprii in seguito, portavano entrambe in paese. Il cielo era terso, ma il gonfiore cupo di alcune nuvole in lontananza presagiva gli abituali acquazzoni che irrompono nel bel mezzo di giornate torride estive. La comunità 9 de junio di cultura ed etnia kichwa si trova a un paio di chilometri dall’ingresso cittadino di Cotundo, nel cantone di Archidona. Dal 2002 con grande impegno e le dovute ottemperanze giuridiche ha avviato una piccola impresa turistica dove mi trovo come volontaria.

Nelle zone rurali e nelle cittadine più modeste comanda una povertà tangibile che, a prima vista, senza sottolineare i disagi che affliggono la popolazione, serba un fascino unico per me italiana benestante abituata al superfluo. Ai fianchi del viale spuntavano come funghi dalle larghe cappelle, tra cespugli e arbusti di yuca incolti e arruffati, baracche diroccate che sembravano abbandonate e disabitate ed erano invece residenze familiari, grandi negli spazi ma precarie nelle strutture. La vegetazione indispettita e selvaggia sovrastava i tetti di ferro isolante non certo rispondenti alla tradizione edilizia kichwa degli intrecci di foglie di banano, che dopo l’essicazione vengono solitamente adoperate come soffitti, tratto peculiare delle cabanas di legno e fogliame delle popolazioni autoctone; l’operazione manuale richiede però tempo e lavoro fisico, e così l’ordito di foglie è sostituito con coperture in metallo ondulato. Ogni tanto al calpestio dei miei scarponcini sull’asfalto, visi aggrinziti come pellicine di mandorle, scolpiti tra le rughe espressive accentuate dalla quotidiana esposizione solare e radiosi negli sguardi accoglienti, sbucavano dalle porticine cigolanti in legno incuriositi dal mio passaggio ed un timido “Allipuncha”, buongiorno in kichwa, veniva pronunciato da entrambe le parti. Lo scenario di sfondo alle case, alcune individuali, altre, raccolte in piccole comunità che diversamente da Sacha Waysa, l’associazione turistica dei miei ospitanti, proseguono soltanto l’usanza ancestrale della convivenza in gruppi familiari senza intraprendere attività commerciali, era caratterizzato dalla presenza di galline, asini e ovini legati da corde ai pali sul ciglio delle strade, suppongo per l’assenza di stalle. 

Ero sbarcata da pochi giorni nella parte orientale dell’Amazzonia, nella provincia del Napo, dopo un viaggio in automobile durato cinque ore a dispetto delle tre che usualmente si impiegherebbero per raggiungere la meta da Quito, città da cui provenivo nella provincia del Pichincha. Esattamente in quei giorni, un grosso masso si era staccato dalle pendici di una montagna bloccando il passaggio stradale all’altezza di Baeza, località situata sulla traiettoria stradale più breve che porta a Cotundo, Archidona e Tena superando il confine del Pichincha e varcando l’entrata del territorio napense. Ci toccò quindi seguire un tragitto alternativo per la via parallelamente opposta costringendoci  ad attraversare diverse porzioni di più province, dal Pichinca al Cotopaxi, al Tungurahua sino alla ambita Napo. Scendendo verso sud-ovest costeggiammo a distanza la riserva naturale di Pasochoa, avvistammo ancora assonnati la vetta offuscata dalla nieblina mattutina del vulcano Cotopaxi, incastonato nell’area verde condivisa con il Parco nacional e la Reserva del Boliche, e lì, in un battito di ciglia, abbandonai il capo in avanti e caddi in un sonno profondo accompagnato da salivazione anarchica, ma fui fortunata ad essere svegliata con entusiasmo e disinvoltura  dalla passeggera con cui condividevo la corsa, la quale, con un tocco impositivo mi bussò alla spalla ed esclamò: “Mira! Este es el Tungurahua”, tra me e me blaterai in vernacolo barese un mocc a chi t’è biv, mi aveva infastidito la sua strafottenza, ma se non fosse stato per lei non avrei scorto la sommità di questo secondo vulcano. Oltrepassata la piccola cittadina di Ambato, ci apprestavamo a tracciare la curva che risaliva verso Cotundo, e verso Quito. Una scritta fiammante bianca e in stile del tutto gringo, immersa e sostenuta tra la massa boschiva, segnava il nostro passaggio da Baños de Agua santa, l’insegna prorompente infatti, posta all’ingresso del centro cittadino riportava, come ad Hollywood, il nome della località; a quanto pare è un’usanza comune e non nordamericana, e neppure data dalla vicinanza dell’Ecuador con i paesi del Nord America poiché avevo già visto lo stesso obbrobrio in Romania, a Brasov. Sarà che il rimando ad Hollywood investa, secondo le amministrazioni, la località visitata di un’aura moderna, avanguardistica rispetto all’autentica identità del paese, come se rappresenti una sorta di strategia d’ornamento edilizio per sottolineare lo stampo turistico che è proprio di quel posto, lontano dalle tradizioni valorizzate maggiormente, invece, in altri villaggi e cittadine. Con questo non voglio asserire che a Baños de Agua santa non sia riscontrabile un accento tipicamente ecuadoregno, al contrario, la località è famosa per la peculiarità ambientale e paesaggistica che la inquadra in una delle zone più propizie per sport naturalistici come il torrentismo, arrampicate, rafting e altre attività escursionistiche che ne sottolineano lo spirito ambientale, ma non antropologico, è a questa assenza identitaria a cui mi riferivo. Adesso che ci trovavamo sul tragitto ascendente verso Cotundo e quindi verso il margine iniziale della foresta, la vegetazione iniziava ad infittirsi e avevo l’impressione di essere sospesa su quelle cupole di foglie slanciate su fusti chilometrici a più di 800 metri sul livello del mare. Data la tortuosità delle strade e il loro inerpicarsi al di sopra del livello dei campi, le fronde tropicali erano alla nostra altezza.

L’Ecuador ha numerosi vulcani, di cui molte province ne ereditano i nomi, in altri casi sono invece i fiumi, aneddoti storici sulle popolazioni indigene, o eventi significativi per la nazione, corredati dai nomi dei loro promotori a conferirne le denominazioni provinciali. La provincia in cui mi trovavo prendeva il suo nome dal Napo, uno tra i fiumi più importanti del paese le cui sorgenti nascono ai piedi dei vulcani Antisana, Cotopaxi e Sincholagua, per poi gettarsi nel corso del Rio delle Amazzoni in Perù, punto iniziale da cui si dipana questo secondo corso d’acqua, il più lungo del mondo. Questa storia delle province costituì, nei primi giorni del mio soggiorno ecuadoregno, un forte senso di smarrimento data la diversità di attribuzione provinciale in Italia, qui le province corrispondono alle nostre regioni, almeno per quanto concerne la delimitazione territoriale. 

Superate le baraccopoli adesso diradatesi nelle spianate di una vegetazione sempre rigogliosa e spettinata, dopo quella camminata esplorativa e la fotografia istantanea che rimuginavo in mente del ragazzino fiero con la sua bicicletta, mi resi conto di essere quasi arrivata a Cotundo, ma prima di trovarmi di fronte alla mastodontica scultura che segnala l’arrivo in paese, a sinistra fui attratta dall’ultima baracca decorata eccentricamente con addobbi e festoni di un rosa confetto che echeggiava su tutte le facciate della costruzione e che intonava un augurio per un compleanno già conclusosi, o forse ancora in attesa di festeggiamenti.

continua

 

eleonora-vinoAutrice – Eleonora Vino nasce a Bari il 23 aprile 1993, ma si trasferisce non appena compiuti i diciott’anni nella metropoli milanese per frequentare l’Università degli studi di Milano iscrivendosi all’indirizzo di lingue e letterature straniere. Approfondisce nel contesto universitario lo studio delle lingue spagnola e francese con le rispettive letterature. È amante dei viaggi, della storia dei popoli, e di molte discipline artistiche, prima fra tutte la fotografia di cui affinerà le conoscenze partecipando ad un corso base e sperimentando da autodidatta con una reflex. Ama inoltre la letteratura ed è appassionata di scrittura poetica e narrativa, ha partecipato ad alcuni premi letterari vedendo pubblicata una sua poesia nell’antologia “tra un fiore colto e l’altro donato” pubblicata in occasione dell’omonimo concorso edito dalla casa editrice Aletti. Ha lavorato come guida turistica nel centro di Bari e di Milano e attualmente aspetta di poter proseguire gli studi universitari per specializzarsi in Lingue per la comunicazione e cooperazione internazionale. È affascinata e interessata all’ambito sociale, desiderando un giorno di poter collaborare con enti e realtà che si occupino di servizi alle fasce più deboli  della società, specie in argomento di immigrazione.

 

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