Islam e pandemie

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L’Islam inteso come sistema globale di vita e comportamento è stato segnato fin dal suo avvento dal rapporto con le pestilenze e le epidemie.

di Giuliana Cacciapuoti

In arabo peste si dice ṭāʿūn dalla radice t’n colpire, trafiggere,pugnalare; epidemia wabā dalla radice wbā essere infetto, essere contagiato. A partire dal 622 d.C. anno uno dall’Egira, si registrarono almeno cinque pestilenze nei territori del nascente Islam: la “peste di Shirawayh” (627-628), la “peste di ‘Amwas” (638-639), la “peste violenta” (688-689), la “peste delle vergini” (706) e la “peste dei notabili” (716-717).

Nel 639 d.C. appena 18 anni dall ’Egira, la peste di ‘Amwas/Emmaus (in arabo طاعون عمواس ṭāʿūn ʿimwās) irruppe nel campo militare lì stabilito dalle truppe del Califfato dei Rashiduna, e nella Storia musulmana. L’epidemia è famosa nelle fonti islamiche e ne abbiamo cronaca dettagliata perché ne furono vittima eminenti e autorevoli Compagni del Profeta. La perdita di tante personalità significative per il governo e la conduzione della Ummah, indussero a elaborare prescrizioni mediche, legali e religiose che influenzano ad oggi l’approccio e i comportamenti della comunità musulmana in relazione alla malattia1.

Epidemie e Sunnah
Indiscussa fonte del diritto islamico sunnita dopo il Corano, che è il testo sacro e prima fonte del diritto, sono i Sei Libri (in arabo al-Kutub al-sitta), le principali opere di tradizioni storico-giuridiche riguardanti il Profeta registrate da musulmani. Il Ṣaḥīḥ o La sana raccolta di al-Bukhārī è il testo più importante e indiscusso di ḥadīth. Il “corpus” sistematizza una selezione accurata di 600.000 tradizioni altamente certe ed affidabili, riferimento legislativo valido nel caso mancasse, nel dettato coranico un riferimento chiaro per ogni tipo di argomento. Nella sezione dedicata alla Medicina , per le norme comportamentali in caso di epidemia, il detto del Profeta è il seguente: ”Se udite che in una terra c’è la peste, non vi entrate, e se la peste appare in una terra dove siete, non ne uscite”2.

La vicinanza temporale delle fonti che riferiscono di questa modalità di comportamento sia al Profeta sia alla cronologia delle pestilenze che dal VI secolo imperversarono in Medio Oriente, con le drammatiche conseguenze descritte per la primigenia comunità musulmana, costituisce la base giuridico-religiosa nel rapporto della scienza medica araba e musulmana e le pandemie.

La quarantena è considerata, sostenuta dal detto di Muhammad, importante strategia per circoscrivere le malattie contagiose. Per l’Islam è la più importante arma in mano all’essere umano per frenare le malattie contagiose. “L’Islam stabilisce i principi fondamentali della quarantena in quanto proibisce l’accesso della gente alla terra infetta dell’epidemia nel frattempo impedisce alla gente di uscirne. Ed è un concetto moderno. Impedire alla gente sana di entrare nel focolaio dell’epidemia è chiaro senza che sia necessario diagnosticare la malattia infettiva” afferma Mohamed Ali al-Bar, medico e scrittore musulmano.

Secondo gli scienziati islamici, occorre distinguere la quarantena dall’isolamento. L’isolamento si attua sulle persone infette dell’epidemia. Può essere volontario o obbligatorio. La quarantena riguarda le persone che sono a rischio di essere contagiate. Secondo l’Islam queste due strategie aiutano a circoscrivere la diffusione delle infezioni, e entrambe le strategie sono testimoniate nel corso della storia musulmana.3

Testimonianze storiche della Grande Pestilenza nel mondo arabo-islamico
I grandi intellettuali arabi, lo storico e sociologo ‘Abd al-Raḥmān ibn Khaldūn , il medico di corte andaluso Muhammad ash- Shaquri ,il viaggiatore marocchino Ibn Baṭṭūṭa, hanno raccontato da testimoni oculari la Peste Nera e le conseguenze demografiche e il drammatico declino della civiltà musulmana dal lontano Oriente al Nord Africa fino alla Spagna musulmana.

Ibn Khaludun e ash-Shaquri le personalità tra le più influenti dell’occidente islamico del Medioevo vissero la pestilenza del 1348/749 dall’Egira, e la sperimentarono direttamente; ne furono influenzati nell’elaborazione del loro pensiero e nelle teorie esposte nei loro scritti.4

Ibn Khaldun,i cui genitori morirono a causa della Peste nera, nel suo capolavoro,Muqaddimah o Introduzione (alla Storia Universale) riporta, nell’impianto teorico dell’alternanza tra splendore e caduta delle civiltà nel corso della Storia, la sua esperienza diretta derivata dalla devastazione davanti ai suoi occhi.5 Ibn Khaldun distingue tra “hadarah” la civiltà sedentaria e la ”badawa” la civiltà nomade, e in questo estratto fa riferimento alla prima, la civiltà urbana: “ In Oriente e Occidente6 il consesso umano ricevé la visita di un’epidemia distruttiva che devastò le nazioni e fece svanire popoli. Spazzò via la civiltà e quanto di buono vi fosse e la inghiottì in un sol colpo. Colpì le dinastie al tempo della loro senescenza, giunte oramai al limite della loro esistenza. L’epidemia fiaccò il loro potere e ne ridusse l’autorità, fino ad annichilirle e dissolverle. Declinò la civiltà con il tramontare del genere umano. Città e palazzi terra desolata, strade e sentieri dimenticati, villaggi e contrade inesorabilmente vuote, tribù e discendenza indebolite e fiaccate.”

Non sarà estranea dunque l’idea nell’opera dello storico tunisino che la società nomade e tribale originaria degli Arabi fosse intrinsecamente superiore alla civiltà urbanizzatasi nei secoli successivi, perché stava sperimentando egli stesso la decadenza della “hadara” fragile proprio per la sua struttura umana?8

Muhammad as-Shaquri, a differenza dello storico tunisino non sopravvise alla peste morì a 21 anni non prima di averla studiata. Medico alla corte dei Nasridi a Granada scrisse un breve trattato sulle modalità di contagio della peste,dal titolo “Nasiha fi al-awabi’a”(Notazioni sulle epidemie) in cui sottolinea , per evitare attacchi antiscientifici degli Ulema tradizionalisti, che le sue scoperte e la sua capacità scientifica sono un evidente dono di Dio che vuole offrire all’umanità un baluardo contro la malattia e metodi medico scientifici per arrivare alla guarigione.9 Questa sua abilità dialettica è fondamentale per la possibilità di studio e ricerca in quest’epoca. Un altro illustre scienziato ,suo contemporaneo amico di ibn Khaldun, Ibn al Khatib subì un processo per eresia per aver sostenuto le stesse teorie!

Ibn Baṭṭūṭa10 nella Rihla, il reportage dei suoi viaggi nella Dar al Islam del XIV secolo, una gran parte del mondo allora conosciuto, registra le vicende della grande pestilenza in cui incappò durante il viaggio di ritorno verso la sua città natale Tangeri in Marocco. Giunto in Siria nel 1348(748 dall’Egira) soggiornava ad Haleb (Aleppo) nel nord del paese , alla frontiera settentrionale del regno mamelucco, quando giunse notizie di una terribile malattia a Gaza, al confine con l’ Egitto e che si diffondeva a grande velocità.

Ibn Baṭṭūṭa lasciò Aleppo e viaggiò verso sud. A Homs incontrò la malattia che vi era scoppiata all’improvviso, non entrò nella città e andò verso Damasco; qui la situazione era drammatica : oltre duemila morti al giorno. Ebbe modo di descrivere nella Rihla la tragedia della città, ma non racconta come evitò di contrarre la malattia. Lasciò la capitale della grande Siria dopo luglio, in buona salute, mentre tutto intorno infuriava l’epidemia. In questo frangente riuscì poi a arrivare a Gerusalemme dove la peste si era allentata, e poi veleggiando sul Nilo si trovò a essere in vantaggio sull’avanzare del contagio. Dopo varie deviazioni alla fine, registrata la grande decadenza delle città che aveva visitato nel pieno del loro fulgore, Cairo splendente ora era una landa desolata, capì essere giunto il momento del ritorno in Marocco. Vi giunse nel 1354 (756 dell’Egira), e l’anno successivo iniziò la redazione delle sue cronache di viaggio. Queste restano una testimonianza vivida degli accadimenti dell’epoca, ricordando come la Peste Nera che fu cesura e termine del mondo e della civiltà musulmana fino ad allora conosciuta.

Il declino era iniziato e l’età d’oro del Califfato arabo-musulmano sarebbe rimasta solo nei ricordi e nelle cronache dei manoscritti.

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1 Michael W.Dols Plague in Early Islamic History , Journal of the American Oriental Society
JAOS Vol.94,No.3(Jul.-Sep.1974)pp.371-383;Lawrence I. Conrad,Tāʿūn and Wabāʾ Conceptions of Plague and Pestilence in Early Islam, Journal of the Economic and Social History of the Orient, Vol. 25, No. 3 (1982), pp. 268-307

2 Bukhari 5739; Muslim 2219

3 www.lindro.it

4 Russel Hopley, Plague, Demographic Upheaval and Civilisational Decline: Ibn Khaldūn and Muḥammad al-Shaqūrī on the Black Death in North Africa and Islamic Spain, on line Dec.2016 Landscapes of Disease, www.tandfonline.com; Caroline Stone, archive.aramcoworld.com

5 Robert Gottfried. The Black Death. New York: Free Press, 1983, p.41

6 Si fa riferimento al mondo islamico dove Oriente è sharq e Occidente gharb (p.e.Magherb i paesi del Nord Africa)

7 Traduzione a cura dell’Autrice.

8 Khaled Fuad Allam, Seminario di studi, Ibn Khaldun e la Storia degli arabi, Palazzo Serra di Cassano, Napoli giugno 1996.

9 Il manoscritto di ash_Shaquri è inedito, custodito a Lisbona

10 il sito del progetto dell’Università di Berkley dedicato ai viaggi di Ibn Battuta https://orias.berkeley.edu

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