Quello che è giusto

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Si parla all’uomo, non potrebbe essere diversamente, non si parla alla donna

Cari tutti,

io parlo all’uomo.. e scrivo a voi tutti, e mentre vi scrivo parlo all’uomo.. come mi ha indicato Elvira Banotti, che voglio seguire fino in fondo stavolta («Io parlo all’uomo..», scrive), e vorrei riflettere con voi su un video e su un testo, e vorrei dare un titolo a questa mia lettera aperta che vuole riflettere su un video (facile) e un testo (difficile), un titolo il cui senso lo comprenderete più avanti, dopo che il video sarà diventato difficile e il testo facile: Io parlo all’uomo.. giù le mani dai bambini.

Si parla all’uomo, non potrebbe essere diversamente, non si parla alla donna.. alla donna parla un uomo, a questa donna parla questo uomo perché questo uomo è ‘fatto’ di questo rivolgere la parola a questa donna (non alla Donna), ma quando “si parla”, appunto si parla all’uomo..

Video AMORE GAY – le reazioni dei bambini

Si tratta, in questo video (AMORE GAY – le reazioni dei bambini), di un lavoro pubblicato da chi sa il fatto suo, come si dice. Confezionato in modo assolutamente impeccabile, sia tecnicamente che dal punto di vista della sceneggiatura, studiata, con una sua poetica, e si potrebbe continuare, ma mi fermo. Non sembra un video fatto precisamente alla carlona, ma in qualche modo lo è (direbbe Giuliano Ferrara: più avanti vi darò gli elementi per decriptare questo mio incipit un tantino oscuro).

Rileggiamo adesso l’articolo di Elvira Banotti, Manifesto per un mondo un po’ felice, che ho evocato fin dalle prime righe di questa lettera aperta. Mi si trovi qualche traccia, in esso, di omofobia. Se se ne trova una, allora se ne può trovare ovunque, in un testo del genere, davvero una lettera ‘luterana’ indirizzata a tutte le donne di buona volontà, come a tutti quanti noi, ma che parla innanzitutto e perlopiù all’uomo…. Piuttosto, si cerchi di intendere l’espressione usata da Elvira, «immaginario atrofizzato», che fa il paio con una processo di «fantasmatizzazione dell’uomo», a «declassare l’universo femminile» a lamento di massa, vittimologia (cui ci si rivolgerebbe: qui si parla alla Donna, che viene fatta esistere come Vittima). Rileggiamo questo scritto, e lo scritto in risposta a Giuliano Ferrara (che generosamente scende nell’arena dove Elvira Banotti lotta furiosamente come un’eroina arcaica, per il bene di tutti: non solo della donna), uno scritto sorprendente, un coraggio da leone, un’articolazione di pensieri che occasiona in chi legge un impulso ad andare avanti, senza rassegnarsi. Gli elogi di Ferrara sono solo con grande sforzo trattenuti. Bisognerebbe ringraziarlo ancora (non per aver pubblicato il testo, ma per aver scritto una risposta del genere, che dovete per favore leggere con attenzione tutti, anche Elvira, una volta ancora, una di più). Rassegnarsi.. a cosa? A quello che Elvira chiama, incredibilmente, prostituzione. Prostituzione non di uomini, non di donne, bensì – udite udite – del Femminile: «prostituzione del Femminile teatralizzata persino dai Trans che scempiano l’identità di tutte le donne» scrive l’autrice del Manifesto di rivolta femminile. Ed è una svolta questa. Misurate bene la cosa, per favore. E fu un uomo, precisamente – non ci importa se gay o non gay, qui (non ci importa, qui, come lì) – ad affermare «che “malgrado la presenza del pene il trans rappresenta la donna delle meraviglie”».

Vi prego, amici, amiche, di rileggere queste pagine che trovate sul sito di Eudonna . Non facciamo i processi ai gay, e nemmeno celebriamo gli eterosessuali: ciascuno dovrà dimostrare al mondo l’esemplarità del proprio comportamento, nessuno è salvo a priori, per partito preso. E noi non vogliamo conoscere i gusti sessuali di chicchessia – non chi vi scrive almeno -, solo che da Marrazzo a Vendola, da un vergognoso linciaggio giornalistico a una ridicola celebrazione non meno giornalistica, tra mille ipocrisie «è stata inabissata l’Eterosessualità», questo è il punto che Elvira denuncia, altro che omofobia in atto! Semmai: giornalismo d’accatto messo a nudo. Grazie Elvira! Proprio il contrario infatti, proprio il contrario. Io stesso, mi sono espresso sul tema, e credo d’averlo fatto in modo ben difficilmente equivocabile, mi sono espresso sull’importanza di difendere – in Eudonna, con Eudonna – i diritti delle coppie di fatto (etero) come i diritti delle coppie gay o lesbiche in quanto coppie di fatto (cioè coppie che non intendono pubblicare formalmente e solennemente la loro unione). Non ci importa, a questo livello, se gay e lesbiche sarebbe più corretto definirli ginofobi i primi e omofobe le seconde, come afferma Elvira Banotti nel suo ultimo manifesto, così come non ci importa se tante coppie eterosessuali non sfuggano a questo giudizio, anzi…, ci importa difendere i diritti di queste persone perché è importante farlo, ed è importante precisamente entro alcuni limiti che non possiamo valicare a nostro piacimento perché ce li siamo ritrovati ‘là fuori’ che ci sia piaciuto o no.

Mi spiego meglio, non vi preoccupate, amici, amiche. C’è infatti un “ma” – una ‘oppositiva’ – che non è omofobo (si badi!) – oppositività omofoba di un linguaggio e di una prepotenza. Per niente! C’è invece un “ma” (c’è perché c’è, pesa solo come esistenza, non come essenza) entro i limiti di una dimensione, quella dell’Eterosessualità (unione uomo donna), che è al centro del progetto costituzionale come qualcosa degno di rispetto oltre il linguaggio, oltre – cioè – il patto stesso. Oltre la cultura: un sì conforme alla natura della cosa. Sì, avete sentito bene: oltre il patto, ma non fuori di esso, in esso, nel patto. Oltre e in esso. C’è una doppia inerzia qui, in gioco, in un tale paradosso. La prima inerzia, quella contrattuale del patto, che infatti potrebbe essere modificato solo dopo avere superato resistenze di ogni genere, insomma con gravi difficoltà (quelle consuete delle modifiche della carta costituzionale, che è quasi immodificabile. Ho detto ‘quasi’). La seconda inerzia invece, è ancor più raffrenata – non si sa quanto – e sta precisamente tutta condensata nell’uso sui generis – e assolutamente misterioso (non immediatamente darwiniano) – del termine “naturale” (l’unico limite che la norma pone al riconoscimento costituzionale della famiglia come società fondata sul matrimonio – presente nell’articolo 29 del patto quando si parla di famiglia come società naturale). Si tratta proprio di una doppia inerzia secondo me, e chi mi vorrà interrogare ulteriormente su questa che chiamo da oggi “doppia inerzia” sarà il benvenuto, per ora abbandono questo terreno perché voglio arrivare con voi al punto dal quale siamo partiti: il filmato ‘AMORE GAY – le reazioni dei bambini’. Vi rinvio, semmai, ad un mio piccolo discorso sull’etica pensato per Eudonna che è stato ripubblicato sulla newsletter di aprile 2013 a cura di Carla Durante

Michele Bianchi

Laboratorio Intercultura

Eudonna

Prof. Michele Bianchi (iscritto albo psicologi Regione Lazio n. 6887, docente di psicoanalisi istituto INPLA, membro AIEMPR, associato SLP, vicepresidente SARP, membro componente della Consulta Dipartimentale per la Salute Mentale ASL RM/E (Delibera Giunta Regionale Lazio n. 5163/94) nell’ambito più vasto del “Progetto Obiettivo ‘Tutela della Salute Mentale’ 1998-2000” promosso dal Ministero della Sanità (Dipartimento della Prevenzione), docente Scuola Medica Ospedaliera Regione Lazio, ASL RM/E, coordinatore per Eudonna del Dipartimento “Studi sull’eterosessualità”).

 

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Profilo Autore

Imma Cusmai

Imma Cusmai: esperta nel campo della comunicazione, tra gli obiettivi principali quello di concorrere all’organizzazione di eventi fieristici e di settore. Nata e cresciuta a Milano Imma Cusmai ora vive alle porte di Milano vicino al Polo fieristico. Di seguito alcuni nomi delle società per le quali ha lavorato: Edizoni Metro, Enterprise Digital Architects, Fendi, Krizia, Ketchum Public Relations. Positiva inoltre l'esperienza che ha vissuto nel campo della locazione turistica collaborando con un portale dedicato alle case vacanza. Presidente di Rete Interattiva una vera e propria Rete in “rosa” che tocca diversi sociali, in particolare quelli dell’universo femminile. Oggi Life Planner

7 commenti

  1. Stella Khorosheva on

    Non è bene pensare che il bambino del nostro tempo sia diverso da quello dei tempi antichi. È bene invece contrastare con l’esempio le spinte infantili ai piaceri del corpo che nuocciono al corpo del bambino e impediscono poi allo spirito di Dio che è in lui con il battesimo di manifestarsi dopo gli anni della pubertà. La smania tutta moderna della felicità ad ogni costo non distolga i genitori dalla loro missione che è quella e solo quella di comprendere la spiritualità. Da questo ne viene come insegna s. Paolo «Tutto mi è lecito!». Sì, ma non tutto giova. «Tutto mi è lecito!». Sì, ma non mi lascerò dominare da nulla. 13 «I cibi sono per il ventre e il ventre per i cibi!». Dio però distruggerà questo e quelli. Il corpo non è per l’impurità, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. 14 Dio, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza. Se si tengono a mente le parole dell’apostolo viene da sè che il sesso non sarà materia di insegnamento come i folli pedagoghi di oggi suggeriscono, ma quando sarà il momento quello che fu il bambino sappia chiaramente che esso è solo il mezzo per la procreazione e che tollerare pratiche eudonistiche porta ad una vita bestiale. Lontano da disordini sessuali imitanti le abitudini dei cani, ed in questo ogni lingua è univoca: non si dice infatti all’uomo immorale CANE alludendo alla bisessualità dell’animale? E allora le pratiche sessuali viziose fine a se stesse siano lontane mille miglia dalla sana pedagogia che in quanto è lo è perche l’educatore impara dallo allievo e l’allievo dall’educatore essendo comune all’uno e all’altro la materia da trattare. Veleno per i corpi e gli spiriti l’anarchia sessuale moderna. – davvero è grave chiedere qualcosa in genere ai bambini che ancora non comprendono certe cose… se no, quel film è una provocazione tesa a mettere sotto il cervello il nostro futuro autodistruggentesi
    Stella uno sguardo dall’estero

  2. Delfina Ducci on

    Dissertazione intelligentissima che ha bisogno di lucidità nel leggere e concentrazione nei passaggi che a volte delimitano il campo argomentativo, altre lanciano spazi universali alla ragione. Si parla di libertà, di essenza dell’umanità, di femminilità, di eterosessualità non imposta, di concetto di famiglia, di sessualità… dell’oltre. Tornerò a parlare di queste cose visto che devo scappare per presentare a Frosinone una cronaca del 1200 (quanto sembra lontana dalla nostra realtà ma storicamente parlando non lo è) mi limiterò ad accennare qualche mia idea in proposito non opponendomi ad idee espresse e supportate da una grande analisi e perciò valide e inoppugnabili. Parto dalla famiglia: per la prima volta nella storia dell’umanità, la famiglia in quanto istituzione non tende necessariamente ai figli, ma risulta al contrario, da essi sempre più svincolata. E secondo me è stata proprio la donna a intuirlo per prima quando nel perseguire il suo cammino di emancipazione ha deciso di esercitare il sesso fuori della procreazione. Questo ha portato a un indebolimento della presenza della famiglia nella società a cominciare dalla crisi nella coppia. Questo era già ben descritto in un libro di Volpi sulla fine della famiglia. Non già la crisi del vivere in coppia, dello stare insieme, ma la crisi del fare coppia, del mettersi insieme. La famiglia non si giudica più dai figli, nè si fonda più sui figli. I figli non rappresentano più il carattere costitutivo imprenscindibile della famiglia giacchè essa diversamente da una volta non ha più bisogno dei figli per guardare e andare lontano. All’ambizione per i figli si sostituisce l’ambizione che la coppia può coltivare per sè. Gli strenui difensori del “tutto è famiglia” specchio fedele, esatta traduzione di “niente è famiglia”, ovvero del lasciamo che ciascuno possa inventarsi la sua famiglia, quasi che la famiglia sia una sorta di bricolage sociale lasciato alla improvvisazione e ai gusti o perfino agli umori di ciascuno e quasi che da questa libertà d’inventarsi ciascuno la sua famiglia non potesse che scaturire il migliore equilibrio, quello che come per miracolo supera i problemi proprio in quanto li ignora, li scansa li rifiuta, tutto questo non possono più ignorare… Devo lasciarvi ora, ma riprenderò il discorso…

  3. Imma Cusmai on

    [Lascio di seguito la seconda parte del testo del Prof. Michele Bianchi]

    Vorrei però continuare ancora un poco col Manifesto per un mondo un po’ felice.
    «E che dire della sodomia propagandata da trasmissioni come “La Mala Educaxxxion”, con la quale La7 inscrive la sodomia come pratica altamente erotica, suggerendola alle proprie spettatrici? È il clima sbrindellato delle ideologie che consente a Gay e Lesbiche di investirci tutti con l’accusa di “omofobia” mentre sono attentissimi a oscurare le proprie pregiudizievoli cicatrici emotive con le quali aggiornano il sedimentato, morboso allontanamento tra uomini e donne: cioè l’erotismo e la preziosità dell’Accoppiamento».

    Non c’è erotismo, o amore – non c’è accoppiamento nell’amore – per Evira Banotti, che potrebbe salvarsi laddove non cadesse assieme alla dimensione ‘preziosa’ di quell’unione (in tal senso e forse anche solo in tal senso detta “uomo-donna”). E questa preziosità, questa forma assolutamente rara articola l’esigenza di pubblicazione dell’accoppiamento (giustamente richiesta dai movimenti omosessuali) all’impossibilità di una equiparazione di questo aspetto dichiarativo con l’aspetto che concerne l’accoppiamento etero, perché il primo non potrebbe essere raro, prezioso nel senso della Banotti. E perché mai? Questo è il punto. Questa la domanda che reca con se la sua stessa obiezione, come un contraccolpo, di fronte alla quale non si può aver paura. Difficile, forse irrisolto, ma questo è il punto che occorre mettere sul tavolo di ogni discussione della cosa. Bisogna parlare con gay e lesbiche di questo: l’unico punto dove si potrebbe evitare di fare la voce grossa. La dimensione dell’accoppiarsi omo, anche laddove raggiungesse una forma pubblica notevole, la raggiungerebbe linguisticamente, col clamore della sua forma illuminata da descrizioni, da dichiarazioni di intenti: “io sono omosessuale e ho il diritto di”. Ma è proprio questo il punto. Non si dà simmetria su un piano del genere, perché la coppia “uomo-donna” non è eterosessuale su fondamento di una omosessualità negata, come invece accade per l’omosessualità (che si dichiara per negazione: “ho scoperto di essere gay”, “un bel giorno ho realizzato di essere gay”, “a un certo punti ho sentito che l’eterosessualità non faceva per me” ecc.). L’Accoppiamento uomo-donna prescinde però da esigenze identitarie: non ci si scopre eterosessuali.

    A rigore non esiste una identità eterosessuale. Esiste una identità aperta, come dirò domani , mercoledì 19 pomeriggio, al simposio: ‘I bambini raccontano l’infanzia’ organizzato alla Regione Lazio, Sala Tevere dalla ARC di Maria Zampiron («Sapere come si diventa ‘uomo’ e ‘donna’: l’importanza della famiglia in età evolutiva per lo sviluppo di una identità aperta»). Ci si scopre, eventualmente, omosessuali (e la Banotti ne denuncia una forma epidemica, giornalistica, linguistica, cartacea, digitale, massmediologica, oltre che esistenziale, drammatica, traumatica, meravigliosa, sorprendente, epifanica quale quella di un… “ho scoperto che”. Non ci si scopre uomo, non ci si scopre donna. Ci si scopre in difficoltà, in un attimo di vacillamento (durante la crescita, che non finisce mai), ma non ci si decide per “e adesso sono uomo” oppure “e adesso sono donna”: NO! Si prende piuttosto in blocco la cosa. Si dice di “sì” all’eterosessualità, al fatto dell’unione “uomo-donna”, per così dire in blocco. Esattamente come fecero i padri costituenti. Si ripete la fondazione, ogni volta che si dice di sì. È un atto integralmente pubblico, anche se potrebbe essere pensato come una idiosincrasia, un fatto privato. Non è così. Un uomo, una donna, prendono in blocco l’unione “uomo-donna”: solo in tal senso sono eterosessuali (o rilanciati – se volete – nell’eterosessualità per usare una figura cara ad Elvira Banotti come a Giovanna Sorbelli, figura sulla quale la presidente di Eudonna ha immaginato un “femminilismo”). Un uomo, una donna, sono a tal punto eterosessuali (e lo sono nel senso suddetto) da non porsi il problema di esserlo. A livello del “sì”, a livello di questo assenso calato nella notte dei tempi non si pone il problema.
    Se qualcuno ora mi chiedesse se io sono eterosessuale io non saprei rispondergli, lo dico davvero, perché non mi pongo il problema, e se tu me lo poni io non ti rispondo. Se invece non me lo chiedi (e non me lo chiedo) lo so, lo so quando ho la forza di dire “sì” al blocco, al pacchetto “unione uomo-donna”. So di una eterosessualità che a fatica dico mia. Non è la mia, a rigore. Qualcosa in me dice si “sì” e vi si accorda, vi obbedisce, e per farlo abbandona la sua stessa libertà e aderisce silenziosamente alla cosa. Siamo nel campo dell’etica qui, dell’etica come le intende Eudonna, non del diritto semplicemente. Se il femminismo tende ad appiattirsi sul diritto, sulla domanda, il femminilismo allarga il campo dell’identità sessuale al piamo del dovere, dell’etica.

    Ebbene, il punto che la Banotti mette in luce, nel modo in cui si istiga ad affossare – o a tenere affossato – il piano eterosessuale dell’unione pubblica (matrimonio), il punto contro cui la Banotti si difende e ci difende come un leone nell’arena (o come una leonessa difenderebbe i suoi cuccioli) dall’attentato a questo piano modulare dell’esperienza soglia di ciò che quasi supera i confini dell’uomo, la donna appunto (“unione uomo-donna”), è quello del suggerimento massmediatico. Non la cosa in se stessa (la sodomia) è presa a bersaglio polemico, ma il suo ‘suggerimento’, la sua rappresentazione. Non si tratta di discriminare nessuno, né si tratta di catechizzare un comportamento. Non si tratta di fare una educazione sessuale da maestrina, questo è lecito, questo no, questo è giusto, quest’altro è sbagliato. Bene è invece proseguire la lotta anche a favore della discriminazione di confronti di gay e lesbiche (Giornata internazionale per i diritti umani delle Nazioni Unite). Difendiamoli, sembra dirci Elvira (a leggere bene la sua lettera luterana), gay e lesbiche (gli unici autodichiarantesi sessualmente: non dovrebbe destare sospetto questo punto?). Non si tratta, precisamente, di pompare una apocalittico-moralistica «indignazione morale», sospetta e ipocrita (Michael Reagan: le nozze gay portano all’incostituzionalità di leggi basate sulla moralità). L’etica di Eudonna non è una moralistica, né una precettistica di stampo reganiano. Elvira Banotti denuncia «un giornalismo essenzialmente brutale, patologico che ci trascina tutti verso il pregiudizio», e prende questo giornalismo (vi segnalo un delizioso libriccino di Jacques Derrida sul problema, ..e soprattutto niente giornalisti! Quel che il Signore disse ad Abramo, tradotto nel 2006 da Castelvecchi), questo giornalismo all’italiana, esattamente come Pier Paolo Pasolini parlava di televisione all’italiana sulle colonne del Corriere della Sera il 18 ottobre del 1975, quando firmava il famoso articolo Due modeste proposte per eliminare la criminalità in Italia). Pier Paolo Pasolini, dico.

    Scrive ancora Banotti:
    «Nel paese in cui circa 10 milioni di uomini nutrono la propria disfatta prostituendo platealmente milioni di giovani donne e bambine/i nel “turismo del disprezzo” (quindi sadismo e non sessualità!) e in quello ancor più terrificante della pedofobia (attente: non “pedofilia”)», si suggerisce qualcosa alla donna (qualsiasi cosa – in questo caso “sodomia è bello, prova!!”), lo si sussurra quasi, quasi con un sibilo ssssodomia…sss… E allora la violenza sulle donne, e l’abbandono dei minori davanti ai giornalisti (tv, a volte anche la scuola… giornalistica: chiudiamola gridava Pasolini che ben leggeva, profeticamente, quel che sarebbe accaduto: Elvira – ma anche Pasolini allora – sognano una Scuola con la s maiuscola, che riporti la struttura eterosessuale – quella non rappresentata come dicevo sopra – nel cuore del rapporto maestro-alunno). «Non vogliamo più sentir ripetere “è una brava persona.. chi se lo sarebbe aspettato che avrebbe ucciso la moglie.. la fidanzata.. l’amante.. la madre, non posso crederlo”. Proseguimento di una censura che spostando la riflessione in un’area di incredulità, di accidentalità diventa allucinazione mediatica. Tendenze che aggravano la percezione dei fenomeni poiché si prescinde da tutte le convenzioni ideologiche che preparano l’arroganza degli uomini. Lancio una sfida: noi femministe abbiamo forzato la porta blindata del sadismo e la sua estensione; ora dobbiamo dichiarare incompatibile la diffusione scolastica della mitomania dell’Antipadre che spinge tutti alla follia. La Scuola deve affrontare la qualità delle espressioni l’arte delle relazioni tra donne e uomini riportando l’Eterosessualità nella Storia. Ricordate che noi donne siamo l’unica esclusiva potenzialità capace di aprire ai vostri neuroni le porte dell’intelligenza e della felicità». Vedete la lucidità della Banotti anche in quest’ultima frase: prende in blocco l’eterosessualità, perché in blocco immagina (come sempre è e come sempre si rinnova) lo stare insieme (unione) tra l’uomo (neuroni) e la donna (neuroni con l’aggiunta di quella porta regale capace di fare morire di felicità l’intelligenza, come si muore per l’amore che si consuma tutto nello sfiorarsi, e che in null’altro residua se non in una carezza, o in un bacio mai dato).

    La Dieta Mediatica dei nostri Figli è l’ultima ricerca del Moige (Movimento Italiano Genitori). I minori – ci raccontano i nuovi giornalisti – non sopravvivono senza tv e web, passano metà delle loro giornate attaccati alla tv o al computer, e il 20% di loro non riesce a stare un’ora senza telefonino. I ragazzini sarebbero insomma sempre più soli davanti alla tv e al web. Questi ragazzini – osano chiamarli «nativi digitali» – sono – leggo (I minori non sopravvivono senza tv e web) «iperconnessi, ipermediatici, multitasking, un po’ somari e spesso sprovveduti: in rete chattano, giocano, scambiano foto hot, ma non studiano. Colpevoli di questi dati sono però anche i genitori: il 40% dei minori di età superiore ai 14 anni non ha mai avuto limiti di orario dai genitori per l’uso dei videogiochi ed è anche libero di navigare senza limiti, mentre il 28% non ha alcun limite di orario in cui guardare la tv. Tre intervistati su 10 hanno risposto che spesso trascorrono diverse ore davanti la tv senza rendersene conto e circa il 20% di non poter resistere neanche un’ora senza telefonino». Attenzione: notate il modo in cui si scrive: «Colpevoli di questi dati sono però anche i genitori». Anche i genitori. Però anche i genitori. E chi altri? Chiediamocelo? Perché “anche”? Sono i genitori, punto. E questo problema è ancora un problema giornalistico di descrizione di un qualcosa che invece dovrebbe denunciare la dimensione deficitaria dell’intelligenza all’interno dell’unione uomo-donna tout court, dove i figli (quando ci sono) vengono abbandonati in rete (come abbandonarli di notte sul raccordo anulare), dopo averli forniti di tutti quegli elementi che necessiterebbero un accompagnamento (laddove proprio si decidesse di fornirli al ragazzino). E tutto questo passa per iperprotezione materna! Io dire che è difficoltà nella relazione uomo-donna. Difficoltà, conflittualità come intuisce Giovanna Sorbelli, cui contribuisce la disastrosa situazione del lavoro femminile in Italia.

    Questo, secondo me, è un esempio di quella generalizzazione a cui ci invita la Banotti, parlando di «contesto “omofobico”», cioè di atmosfere, mascheramenti lesbo-gay ecc. L’atmosferologia banottiana colpisce nel segno perché ha il merito di osservare contesti ginofobo-omofobi in azione, «gay camuffati» di là della lettera più immediatamente legata all’omosessualità come canonica. È commovente la ‘difesa’ che Elvira prende – quasi da sola – per Rudy (abbandonata quasi all’interno di un set televisivo, col suo format, con le sue esigenze pubblicistiche ecc.):
    «la Boccassini e il tribunale di Milano dovrebbero prima di ogni altra cosa schermare Ruby, proteggerla da divulgazioni diffamatorie proprio in quanto viene da loro definita “minore”. Soprattutto dovrebbe tener in debito conto l’impari confronto vissuto tra una adolescente ed un pubblico ministero! Se la Boccassini ascoltasse le “confidenze” e i racconti che ciascuno offre della propria vita sessuale l’Italia sarebbe sommersa da rinvii a giudizio!»

    C’è insomma in atto una vera e propria psichiatrizzazione del diritto, laddove – attraverso Eudonna – Elvira indica la strada per una antipsicologia necessaria a frenare la deriva che vuole i nostri figli cavie di esperimenti tesi a colmare le nostre ansie di adulti assai approssimativi (vedi il video sull’amore gay e le reazioni dei bambini): questo giudice, campione (campionessa in questo caso perché è una donna, la Boccassini) di un’atmosfera sessista, «intende scolpire un codice interpretativo delle nostre attitudini permeandolo sulla psichiatria più che sul reato. Mentalità di “replicante” il cui metodo è già profondamente stivato nel serbatoio del cosiddetto “diritto penale”, un rovesciamento dei significati teso lungo i secoli a riprogrammare donne senza desiderio, profilando per loro una “moralità depressiva”. Traccia sostanziosa del disagio psicologico degli uomini ideatori dei sistemi di comando che animano visibilmente la Boccassini impegnata a intercettare parole e commenti capaci di dequalificare la ricerca di libertà nelle relazioni.»
    Qui, la posta in gioco del discorso della Banotti non è riducibile alla difesa di Berlusconi (in quanto tale), ma alla difesa di una minorenne, Rudy. E contro questa psicologizzazione del diritto, Elvira fa appello a un giornalismo eroico, buono, che nulla (o poco) avrebbe a che fare col giornalismo venduto al regime massmediatico. Potranno essere accettate le invettive antiecclesiastiche della Banotti in considerazione del suo vero bersaglio polemico, che è il new age psicologizzante di un giornalismo che dilaga come il nuovo educatore delle masse.

    «Io parlo all’uomo – spiega Elvira – per sottrarlo a quel congelamento idiota imposto dai clerici, i quali non hanno mai detto nessuna verità sulle proprie ossessioni né sul vuoto di realtà creata da una immaginazione dispotica tutta orientata all’umiliazione dei corpi per vanificare la nostra dimensione amorosa. I religiosi sono gli attori principali di malattie del desiderio e di squilibri nelle relazioni, prìncipi di quell’imbroglio filosofico che inchioda da secoli l’immaginazione maschile!»
    Eppure tutto ciò è stato pubblicato su “Il Foglio”! Come è possibile.. su “Il Foglio” di Ferrara! Sentite Giuliano Ferrara, il direttore del giornale ‘papista’: «Per un giornale a suo modo devoto e papista, ma non disponibile alla falsificazione della libertà, può sembrare paradossale l’adozione di queste tesi, il cui risvolto è un atteggiamento demolitorio, alla Nietzsche, della genealogia della morale e della teatralità liturgica della chiesa cattolica. Ma il paradosso dovrebbe nutrire l’intelligenza delle cose, se ben congegnato e orientato al bello e al vero.?? Ora anche a destra s’ode uno squillo di tromba superconformista, ed era scontato che succedesse. Tanto più che opportunismo politico e civile, e dottrinarismo chiesastico nel senso peggiore del termine, hanno spesso condannato la destra in Italia a un discorso inefficace, privo, anche nella difesa di tesi giuste, di quel buonumore e di quella ardimentosa razionalità laica che era l’implicito della predicazione di un Ratzinger.»

    Ferrara coglie nel segno, anche se Elvira non si sente capita. Elvira-Nietzsche («I religiosi sono gli attori principali di malattie del desiderio e di squilibri nelle relazioni, prìncipi di quell’imbroglio filosofico che inchioda da secoli l’immaginazione maschile!», sì, ha ragione Ferrara, è Nietzsche redivivo): «Ho capito di non essere capita! Ferrara considera il mio testo frutto di atteggiamenti demolitori della morale e della teatralità liturgica. Esatto.. Io non parto dalla «ardimentosa razionalità laica di Ratzinger» ma dal suo declino; parto dal tema sommerso della ricchezza emotiva inscritta nella nostra meravigliosa fisiologia, impreziosita dal piacere e dall’orgasmo, il più alto sentimento umano? Io parlo all’uomo..»
    E invece Elvira, forse Ferrara ti ha capita, e ti capisce – o ti capirebbe se ti leggesse (non è sicuro, ma non possiamo nemmeno essere sicuri del contrario, anzi…) il Santo Padre Benedetto XVI, e proprio nietzscheanamente: Nell’aforisma 135 della Gaia scienza di Nietzsche c’è un attacco portato al cattolicesimo interessante da rivedere ora, per le consonanze con quello della Banotti (ma anche con quello di Pasolini), ma anche per le differenze, che proprio con Ratzinger possono essere messe in chiaro, e proprio a partire da un altro pensiero di Nietzsche, il 33 de L’Anticristo:
    «Il peccato è un sentimento ebraico, una invenzione ebraica e se si considera questo presupposto… bisogna dire che il cristianesimo ha effettivamente tentato di ‘ebraizzare’ il mondo intero. Fino a che punto gli sia riuscito in Europa, lo si può avvertire nel modo più sottile dal grado di estraneità che suscita in noi l’antichità greca, un mondo che non ha alcun senso del peccato.. “Dio non ti sarà favorevole se non ti penti”, questa proposizione è per il mondo greco motivo di riso e di irritazione».
    In un testo coevo a quello sopra citato di Pasolini che si occupava di una inquietante trasformazione della morale, Joseph Ratzinger commentata il primo passaggio nietzscheano accostandolo al secondo all’interno di un altrettanto inquietante interpretazione ‘allegra’ del Concilio Vaticano II (il testo si intitola: Fede come conversione-metanoia, ed è un testo che a mio avviso implicitamente imposta una teologia della donna):
    «“In tutta la psicologia del ‘Vangelo’ il concetto di colpa e di punizione è assente […] il ‘peccato’, qualsiasi distanza fra Dio e l’uomo, è soppressa; appunto questa è la buona novella” (Anticristo) – Fin qui Nietzsche, ora Ratzinger: – Il tentativo di dare al cristianesimo una nuova forza propagandistica, conferendogli una relazione del tutto positiva verso il mondo, presentandolo anzi come conversione al mondo, corrisponde al nostro sentimento della vita e si espande perciò sempre più. Più d’un errata paura del peccato, forgiata da una teoria morale ristretta e, non del tutto raramente, nutrita e diffusa dalla pastorale, si vendica ora e conduce molte persone a pensare che il cristianesimo del passato torturava l’uomo, ponendolo in conflitto con se stesso invece di dargli campo libero per cooperare apertamente e coraggiosamente con tutti gli uomini di buona volontà. Si potrebbe quindi quasi dire che le parole: peccato-contrizione-penitenza appartengano a quei nuovi tabù con cui la coscienza moderna si protegge contro la potenza di quei problemi oscuri che potrebbero divenire pericolosi per il suo pragmatismo sicuro di sé. A dire il vero, il panorama si è già modificato negli ultimi anni. Quel progressismo troppo ingenuo dei primi anni post-conciliari, che si slanciava allegramente nella solidarietà con tutto ciò che era moderno e che prometteva il progresso, e che si sforzava con lo zelo dell’allievo modello di mostrare la compatibilità del cristianesimo con ogni realtà moderna e di provare il lealismo dei cristiani verso le tendenze della vita attuale, quel progressismo appunto è ora sospettato di essere una apoteosi della borghesia del capitalismo tardivo, a cui esso conferisce un fulgore religioso, invece di distruggerla con una critica impietosa».
    Un fulgore religioso del genere credo sia rintracciabile nel filmato “AMORE GAY – le reazioni dei bambini”, dove si studiano, all’interno di un laboratorio orrendo, le reazioni di cavie umane che per legge non dovrebbero nemmeno essere riprese.

    Comprendere che questa operazione non è un fatto accidentale, o una pensata di qualcuno isolabile da fuori, ma una tendenza, anzi la tendenza fondamentale del nostro tempo, è il primo passo da compiere per cercare di migliorare le cose in questo paese, per gli uomini, per le donne. Prendere l’eterosessualità in blocco, o viceversa la libertà di non prenderla, è l’eterosessualità, che non è dunque da confondersi con un processo di identificazione. Il processo di identificazione, la costruzione di una identità stabile attraversa la struttura del senso di colpa, che è sempre una struttura dove la responsabilità è virtuale, non è mai assunta in prima persona, ma sempre per procura, per interposta persona, attraverso una alterità ideale cui, appunto, ci si assimila. Per esempio: all’idea di essere un uomo. Mi identifico a questa idealità, mi sento un uomo. Oppure una donna, mi identifico a quel che ritengo – sebbene inconsciamente – sia una donna. E divento una donna. Un eventuale ‘sì’ detto ad un altro, sarà appunto qualcosa di posticcio rispetto all’identità, che si è stabilizzata. Un eventuale ‘sì’ sarà da prendere a livello da una fuga da se stessi, nella speranza di evadere la prigione identitaria nella quale purtuttavia si ritiene di essere prigionieri. Invece, il ‘sì’ dell’uomo alla donna è ipso facto l’unione uomo-donna e l’identità, così come lo è la reciproca del ‘sì’ femminile all’uomo, un assenso eventualmente (ma non necessariamente) destinato alla nascita di un figlio, e una identità che respira di questa apertura immediatamente al suo darsi. Ora, questo assenso in cui l’eterosessualità consiste non può essere semplicemente personale, privatistico. Esso è innanzitutto collettivo, pubblicamente responsabile, esibito dagli uomini, dai cittadini ed esibito di fronte ad essi, davanti ai quali uomo e donna assumono la responsabilità pubblica della fedeltà. Non si tratta di due identità dunque, l’identità uomo nella sua autonomia e l’identità donna nella sua chiusura, nella sua perfezione, due realtà appartenenti a loro stesse e solo a loro stesse, mentre si tratta invece di identità aperte.

    Queste due identità particolari hanno questo di prezioso, che ciascuna è chiamata ad assumere nel più intimo di sé una responsabilità pubblica che sarà stata propria (in questo futuro anteriore c’è una generazione di futuro che si anticipava come identità aperta o apertura d’identità all’alba della storia personale: pensate a un bambino, o a una bambina, già sessuati non perché rigidamente identificati a ideali, a caratteri definiti, a figurine sessuali, ma perché già trepidanti di un assenso ‘eterosessuale’ che gli si annuncia da tutte le parti come il mordente della loro libertà, cui potrebbero però rinunciare irrigidendo l’identità, secondo lo schema generale del camuffamento gay offertoci da Elvira Banotti nel modo in cui abbiamo visto). Il matrimonio come istituzione, allora, non potrà più essere pensato come una ingerenza della società, l’imposizione di una norma esterna, di una sovrastruttura, ma come esigenza intrinseca del patto dell’amore coniugale che si infiltra nell’esperienza in tutte le forme possibili, modulato peraltro da camuffamenti mai del tutto evitabili, o non automaticamente almeno. Nel matrimonio gay c’è una esigenza di rendere pubblico il patto d’amore coniugale, è vero, ma ciò accade a partire dal rifiuto di una struttura originaria che aveva in se stessa tutta la perfezione, cui la libertà era posta di fronte senza vincoli di sorta: per esempio la biologia, i tratti maschili o femminili, il sentimento identitario quale il sentirsi uomo, il sentirsi donna ecc. Tutti vincoli posti, questi, da una identità chiusa, da una forma di autonomia che non può incontrare l’altro davvero, cioè che limita il matrimonio ad un rendere pubblica l’unione di fronte a una collettività molto limitata nel tempo e nello spazio, corrispondente a strutture identitarie fondate su alcune evidenze (il corpo, i caratteri maschili o femminili che si sentono, ecc.). Il ‘sì’ dell’uomo alla donna è invece, ipso facto, l’unione eterosessuale perché è un ‘sì’ che viene per così dire prima dell’identità, prima dell’identità che affonderebbe in un sentire semplicemente sensistico, tutto legato all’Io, ai diritti personali, al narcisismo di cui si ha appunto il diritto). In questa anteriorità dell’unione uomo-donna riposa il segreto dell’eterosessualità, come viene pensata da Elvira Banotti, da Giovanna Sorbelli e da tutti gli amici di Eudonna. Non si tratta per i coniugi di compensare, col matrimonio, un’incompletezza sentita nel profondo (sia a livello narcisistico: inadeguatezza, che a livello sociale: vergogna), bensì di accordarsi a una struttura che funziona a tutti i livelli del sentire pubblico più esteso, esteso ai limiti del comprensibile (dal matrimonio tout court, all’educazione dei giovani, fino al governo del paese, alla ‘politica’ in genere e al ricordo degli uomini che sono scomparsi).

    «Ricordate che noi donne siamo l’unica esclusiva potenzialità capace di aprire ai vostri neuroni le porte dell’intelligenza e della felicità» (E. Banotti, Manifesto per un mondo un po’ felice).

    Michele Bianchi

  4. Stella khorosheva on

    Chiedo scusa per l’italiano. Spesso non ho in tempo giusto aiutante con scrittura. Ma sicuro, che anche il mio italiano abbastanza capibile..grazie
    una domanda. Che cosa potranno dire stessi bambini dopo di aver visitato gli ospedali del proctologia e dopo di dialoghi con le moglie che daranno ai mariti ed amanti tutte i buchi? E poi, buono vive tra le vivi…e sadomaso è legge non dei cristiani

  5. Stella Khorosheva on

    sarebbe fortemente auspicabile produrre una discussione tra Ucraina e Italia sul problema della prostituzione in generale, come un effetto indesiderabile della disoccupazione, e della prostituzione minorile in particolare, come indebolimento di un popolo

  6. Delfina Ducci on

    Parliamoci chiaro, si possono accettare tutte le variabili possibili della configurazione di famiglia ma senza genitori non ci sono i figli e senza figli non c’è continuità nè biologica nè sociale nè d’altro tipo. Il nucleo fondamentale è costituito da genitori e figli, quello che ci permette di pensare ad un futuro. I sofismi finalizzati a scavalcare con nuove figure ispiratrici e ordinatrici delle modalità di vita di una nuova (moderna) famiglia generano false aspettative su imminenti rivoluzioni di logiche riproduttive della vita e quindi della società. Nutro seri dubbi che dalla libertà d’inventarsi ciascuno la sua famiglia ne possa scaturire il miglior equilibrio possibile. I problemi che sono emersi oggi, scaturiti da rivendicazioni di una sessualità alternativa non deve ridurre la riproduzione (la maternità) a una programmazione fredda, laboriosa e controversa del figlio. Con la fecondazione assistita, la medicina, ben più che assistere e tutelare si
    è ormai assunta il compito di creare direttamente la vita coprendo e dominando tutto il processo della vita umana. La questione della maternità è scivolata nell’ambito strettamente tecnico e tecnologico, nei laboratori perfettamente sterilizzati ma non gestiti bene a fronte degli errori umani che “generano” figli di nessuno… Una sconfitta culturale… Una sconfitta dell’umanità perché come direbbe Elvira Banotti «il figlio è l’umanità». «La trasmissione della vita, il rispetto della vita, il senso della vita sono esperienza intensa della donna e valori che lei rivendica» Le parole di Elvira Banotti sono pietre miliari e proprio perchè non vuole che la donna veda distrutto ogni giorno quello che fa non possiamo permettere che al figlio di tutte le donne vengano inferte ferite profonde inguaribili come quelle degli abusi sui minori. Si vanno a cercare le cause più che le ragioni e si tende a scaricare la colpa su internet come se fosse l’unico fattore responsabile di quanto le inchieste giudiziarie portano alla luce. Gli abusi sono spesso commessi in famiglia e qui si ritorna all’istituzione che si vuol distruggere invece di renderla migliore e sana… soprattutto darle un senso.

  7. Anna R. Rossi on

    Partiamo da un punto:
    L’amore moderno si è trasformato in una grande industria sotto l ’ideologia del libero arbitrio e le relazioni intime si sono modificate a causa del crollo economico e del contemporaneo “mercato” dei rapporti.

    …Eppure accogliere i desideri degli altri equivale a soddisfare i propri.
    Gli uomini in fondo non hanno nessun posto dove fuggire. Sono lì, prevedibili e semplici.
    Noi donne siamo altro.
    Il contributo cristiano alla maturità femminile è arrivato non solo con le testimonianze che la storia ha spesso celato ingiustamente ma si è fatto carne con la lettera apostolica “ mulieris dignitatem ” del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II. Vi è in e ssa un paragrafo titolato: “ Servire vuol dire regnare ” che intende con chiarezza la riflessione sulla dignità e sulla vocazione della donna. Paradossalmente ogni volta che le donne vivono la servitù come una sorta di schiavitù sono destinate a non regnare.
    E ancora. “ Le risorse personali della femminilità non sono certamente minori delle risorse della mascolinità , ma sono solamente diverse ”. Siamo dunque persone intrise della nostra ricchezza che va
    annunciata e svelata. Ma la verità sulla persona apre alla comprensione della maternità della donna che è uno speciale “ dono di sé ” quale espressione di quell’amore sponsale che costituisce “ una sola carne ”. Ci sono poi maternità che non sono solo fisiche ma spirituali e sociali.
    Famiglia, maternità e tutela dei figli sono la dimensione femminile che attraversa il globo e non può più tollerare le violenze e la crudeltà.
    Noi donne amiamo così tanto gli uomini di cui siamo madri e mogli e figlie e sorelle che non possiamo più sopportare il clima sbrindellato delle ideologie del “totalitarismo Gay”, come definiva Elvira Banotti il
    “J’accuse” ingiustificato a tutela di una minoranza che detta legge come una maggioranza.

    Le generazioni future avranno madri e padri conciliati non più disposti a sacrificare i loro figli per mancanza di coraggio.
    …e a proposito del video proposto…un mercanteggiare sulla pelle dei bimbi andrebbe perseguito.
    Anna R. Rossi

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