Mostra fotografica di Fan Ho.
Fan Ho al Barolo, non è un fotografo alcolico, ma situato a Palazzo Barolo a Torino.
«Le fotografie migliori non si scattano con la macchina fotografica. Vengono da dentro, dagli occhi, dal cervello, dal cuore, non da un apparecchio inanimato.»
Prolegomeni del Gigante d’Oriente Hong Kong
L’insigne civiltà di Hong Kong, che in cantonese (香港, Heung Gong) significa “Porto Profumato”, trae linfa da una secolare stratificazione di vetusti imperi, domini d’Oltremare e rinnovata appartenenza. Un tempo operosa terra di pescatori e traffici di vaghe perle ed incensi, essa contrassegna la propria sorte con la celebre cessione del 1841. Sotto lo scettro britannico sorge un florido emporio, per quanto distinto da una marcata fenditura sociale tra le alture dei benestanti e gli orizzonti plebei. Sopravvissuta alle cruente tempeste del secondo conflitto mondiale, la contrada si fa solerte asilo per moltitudini pellegrine.

In codesto transito verso il moderno, la compagine cittadina conosce una radicale metamorfosi sia nell’animo sia nel paesaggio. La metropoli immortalata dal sublime sguardo di Fan Ho svela un’esistenza febbrile, assai remota dagli odierni splendori al neon. Un’umanità decisamente vibrante affolla anguste dimore e declivi esterni, trasferendo con disinvoltura il perimetro domestico lungo le pubbliche vie. Un’economia modesta, alimentata dall’alacre braccio dell’uomo e dal piccolo commercio, sostiene il palpito della comunità. Lungi dal deplorare la miseria, l’obiettivo dell’artista vuole celebrare l’incrollabile virtù e la tenacia del popolo: così l’orbe urbano si tramuta in un aulico palcoscenico, sospeso tra la diafana foschia del sogno e il duro, fecondo reale.

L’Aura Immortale di Fan Ho, Maestro della Sezione Aurea e della Luce
L’arte di Fan Ho fiorisce entro il fervido cenacolo della fotografia amatoriale del sesto decennio del Novecento. Un denso sodalizio universale di elette accademie e prestigiosi salons – fiorenti società fotografiche gremite di appassionati cultori – veicola ed affina la sapienza figurativa di Fan Ho ben prima del tardivo plauso dei musei e del mercato, consacrandone con sollecitudine l’estetica.
Nella vivace fucina di talenti di Hong Kong, il giovane maestro tempra l’ingegno con indefesso studio, concorsi ed elucubrazioni teoriche, ottenendone una fulgida ascesa nei tre continenti. Abbeveratosi alla fonte del rigore compositivo e dell’armonia tonale propria dei salons, egli arriva a travalicare la norma: soggioga con perizia la compostezza pittorica e la fonde mirabilmente con la verace estemporaneità della via. Plasma così un cifrario estetico singolare, imperituro connubio di formale magnificenza e palpitante immediatezza.
Arcane Speculazioni sull’Arte del Pellegrinaggio Urbano (Street Photography)
La fotografia di Fan Ho combina la street photography di matrice umanista con l’astrazione modernista e un’innegabile sensibilità cinematografica nella costruzione dell’immagine. Se esiste un parallelismo possibile, è senza dubbio con Henri Cartier-Bresson.
Pur proteso verso l’inesausta ricerca dell’attimo fugace, Fan Ho transcende il puro documento a favore d’ardite geometrie chiaroscurali. Meditando l’inquadratura con assidua (e quasi diabolica) pazienza, attende che luce, ombra ed essenza umana fluiscano nell’ideale prefigurato. Talora volge la realtà a teatro, pilotando amabilmente i soggetti onde sublimare la composizione in allegoria, qual l’inesorabile declino della gioventù.
Non nell’istante dell’impronta si compie l’opera, bensì nel sacrario della camera oscura, ove il maestro ne forgia l’anima. Esercitando sapienti dosaggi di tono, luce e un forbito mondare dei dettagli, egli conferisce all’opera sovrano pathos e perfetto equilibrio. Il processo di manipolazione del negativo non mira al mero e sterile rispecchiamento del vero, bensì all’epifania d’una visione interiore.

Da Custode della Luce Cristallizzata a Cinetico Alchimista
Nel suddetto passaggio, che avviene progressivamente nei primi anni Sessanta, Fan Ho si auto-costringe a rimirare l’umana condizione traslando il proprio acume visivo nella sperimentazione delle mirabili arti del cinematografo, giungendo a consacrarvisi appieno negli anni Settanta del Novecento. La sua prolifica parabola stilistica, germogliata in seno al Cine Club ed evolutasi sotto l’egida della Shaw Brothers, fino al 2011 la più grande società di produzione cinematografica di Hong Kong, sviscera l’angoscia esistenziale e l’alienante solitudine dell’uomo moderno smarrito nella frenesia metropolitana.
Ne offre sublime testimonianza l’opera Big City, Little Man (1963), cortometraggio muto in cui si dipana l’umile ed estenuante quotidianità di un uomo qualunque. È una delle sue “fotografie in movimento” più iconiche e magistrali in assoluto: un passante – un ordinary man accompagnato dalla sua sola ombra – appare sovrastato dalle imponenti geometrie e dalle immani pareti monolitiche degli edifici di Hong Kong, tagliato da triangoli di luce radenti pressoché metafisici. È un contrasto visivo e filosofico tra l’imponenza schiacciante della metropoli moderna e la fragile, piccolissima solitudine dell’essere umano al suo interno.
Sul calare del giorno, nell’agitato brulicare della via, lo sguardo dell’ordinary man anela alla libertaria elevazione d’un solitario volatile stagliato nel cielo. La curatela dell’allestimento propone a Gloss un ameno angolino del Palazzo nobiliare ove sedersi qualche minuto a gustare il corto presentato a Cannes; nel mentre, una coppia gode anch’essa del momento di intimità creato dalla pellicola.
Cicli e Ricicli d’Arte Immaginifica
Sul finire del secolo breve, dopo essersi ritirato dal cinema e aver riabbracciato l’arte dell’immagine fissa, Fan Ho attinge con maestria al proprio archivio storico. Dalla commistione di negativi esistenti, rifiorisce una Hong Kong ricreata, trasfigurata in paesaggi d’intensa veste onirica e surreale.
Risplende così un’eredità in cui l’estetica formale e la lirica spirituale si fondono in un’unica, immortale testimonianza visiva.
“Scrittori e pittori possono affidarsi alla memoria per creare, ma i fotografi non possono semplicemente fotografare la memoria perciò devono catturare l’istante.”
Netnografia:
Big City, Little Man: al film di Fan Ho è stato perfino ispirato un videogame, Big City, Little Ones
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