Gli sguardi di Andrea e Serena e l’educazione affettiva a scuola
“La violenza sulle donne è un’emergenza nazionale di primaria importanza e per combatterla serve anche la scuola”. Sono le parole del Presidente Mattarella , in visita alla Camera Rosa di Grossetto.
Parole necessarie in un tempo di negazionismo che normalizza la violenza sulle donne rendendola più pericolosa e invincibile. Che il Presidente prenda parola è fondamentale, una sua parola permette alla democrazia paritaria di fare mille passi avanti, così come si indietreggia in modo vertiginoso tutte le volte che un leader politico o un personaggio che ha pubblica visibilità attacca le donne che combattono per la democrazia paritaria, nega l’esistenza del femminicidio o normalizza stereotipi sessisti.
“Anche la scuola“-dice il Presidente- deve poter fare la propria parte, mettendo implicitamente l’accento sulla responsabilità sociale condivisa di fronte a femminicidi sempre più efferati.
Cosa vuol per un insegnante “fare la propria parte”contro la violenza sulle donne? Vuol dire innanzitutto guardare con occhi di genere e attraversare le radici della nostra cultura e della costruzione delle relazioni che hanno prodotto disparità, prevaricazione, abuso e violenza; vuol dire, quindi, educare sentimenti e coltivare relazioni che assicurino ad ogni ragazza e ad ogni ragazzo libertà, consapevolezza di sé, rispetto del valore della differenza e delle proprie possibilità, il diritto di rivendicare pari opportunità.
Il lavoro dell’insegnante che educa alla parità è un percorso di destrutturazione degli stereotipi sessisti che ci imprigionano. Servono sguardi aperti alle differenze per rispondere alle solitudini delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, alla crescente conflittualità in cui crescono, alla forza intrusiva del mondo virtuale nel loro fragile mondo reale, alla perdita di punti di riferimento valoriali, al disagio della costruzione di sé in un mondo complesso e in rapida evoluzione.
Una risposta didattica a tale consapevolezza è l’educazione affettiva che integra trasversalmente l’educazione letteraria, storica, sociale, civica, scientifica, tecnologica. Siamo in tanti le\gli insegnanti che la coltivano da anni: ne studiamo metodi e approcci, ricadute, rischi. Ne raccontiamo momenti alti e bassi, discese e risalite.
Ora, ho scelto di fare un passo diverso: dare voce alle ragazze ai ragazzi con cui condivido per cinque anni di scuola questo modo di fare scuola. Le voci da ascoltare sono soprattutto le loro, come insegna proprio il metodo dell’educazione affettiva.
Ho chiesto allora a Serena e ad Andrea, miei ex studenti che hanno concluso a luglio il percorso liceale, di raccontare il nostro lavoro di educazione affettiva a scuola, dalla loro prospettiva, con il loro sguardo. Di provare a scriverne, come abbiamo fatto tante volte in classe, ma per lettori esterni. Hanno accolto l’invito senza esitazione. Ed ecco le loro parole, il loro racconto vissuto e ripensato, alle soglie degli studi universitari.
La rosa della conoscenza e della gentilezza
di Serena Giuffrida
In questi mesi, e soprattutto in questi giorni, si è tornato a parlare di educazione affettiva nelle scuole. Se ne parla dopo il femminicidio di Lorena Isceri, un’altra donna alla quale con una violenza che va oltre l’immaginabile è stata strappata la vita dall’uomo che diceva di amarla.
Durante il mio percorso liceale, ho partecipato a tante attività che mi hanno fatto sentire quanto l’educazione affettiva a scuola sia necessaria per prevenire e contrastare la violenza sulle donne, come possa e debba entrare nel lavoro scolastico quotidiano attraverso mille strade. In classe l’educazione affettiva deve essere quotidianità, come lo è stata per me. Mi piace pensare che, giorno dopo giorno, abbiamo coltivato una sorta di “rosa della conoscenza e della gentilezza”, la conoscenza di sé che rende gentili. È stato un lavoro fatto di riflessioni, pensieri condivisi, continuo confronto, domande, risposte e soprattutto di parole fatte nostre.
Il nostro punto di partenza è stato la letteratura. Attraverso le poesie o i romanzi, i racconti o le lettere intime o pubbliche, abbiamo imparato a guardare con occhi diversi. Ho scoperto che le parole che leggiamo sono quasi sempre quelle degli uomini: quante autrici abbiamo incontrato nei nostri libri di scuola? Poche. E non me ne sarei accorta se l’insegnante non me lo avesse fatto notare, contando presenze e assenze. Mi sono resa conto che per millenni noi donne siamo rimaste ai margini della cultura, della storia e della letteratura, che le nostre idee sono state spesso ignorate e taciute. Per questo, il lavoro svolto in classe è stato anche un percorso di riscoperta e di scoperta di noi: è necessario dare spazio a quelle figure a cui il diritto ad esprimersi è stato negato. Quelle donne siamo state noi e siamo noi. Lo siamo ancora?
Un esempio? Abbiamo letto La lunga vita di Marianna Ucrìa di Dacia Maraini che mi ha fatto entrare in una società profondamente patriarcale, nella quale alle donne venivano imposti silenzi, limiti e modelli già stabiliti. Non che gli uomini si salvassero “dalle gabbie dei ruoli precostruiti”, come diceva la mia professoressa, ma il ruolo loro imposto era quello della forza, del coraggio, del primato, del potere indiscusso, della responsabilità di chi sceglie, mentre le donne erano scelte.
Ciò che mi ha colpito maggiormente è stato “scoprire” quanto quella cultura condizioni ancora il nostro modo di pensare e di vivere le relazioni. Prima non me ne accorgevo. Così la letteratura per me non è rimasta soltanto sui libri: si è trasformata in racconto di me, fonte di discussione ed esperienza vissuta. Ho conosciuto le Madri Costituenti e per loro abbiamo realizzato una mostra itinerante: una di loro era catanese come me, ed io non l’avevo mai sentita nominare prima; siamo entrati nelle storie delle altre per imparare a “rileggere” la nostra; abbiamo lavorato ad un cortometraggio, Senza paura, che racconta il timore delle donne che attraversano le strade del mondo “da sole” e il loro desiderio di vivere pienamente un mondo non pensato per loro.
Attraverso queste esperienze ho capito che educare agli affetti non significa ritagliare un’ora isolata a settimana e che la scuola non vuole e non deve sostituirsi alla famiglia. Significa parlarne, anche indirettamente, leggendo le parole di Dante Alighieri, Ludovico Ariosto, Sibilla Aleramo, Dacia Maraini, Maria Messina. Nel nostro percorso siamo stati coinvolti tutte e tutti.
Parlare di amore, odio, dolore, ansia, gelosia, desiderio, potere, consenso e dissenso attraverso una poesia, un romanzo o un film rende possibile entrare dentro di noi con gentilezza e rispetto, senza sentirsi esposti. Ci permette di partire da una storia non nostra per interrogarci su noi stesse. Io non ho una ricetta per cambiare il mondo, ma ho imparato che partire dalle parole è un modo per iniziare a farlo perché le parole aiutano a comprendere ciò che proviamo e a non avere paura di affrontare e dire le nostre emozioni.
Per questo credo che la scuola abbia un ruolo fondamentale: è il luogo in cui ragazze e ragazzi imparano a stare insieme e a diventare persone adulte. Penso alla “social catena” di Leopardi:alla forza che nasce quando gli individui smettono di essere soli e decidono di camminare insieme. L’educazione affettiva dovrebbe partire da qui: dalla consapevolezza che costruire relazioni più sane è una responsabilità condivisa.Non è questo il modo per contribuire a prevenire la violenza sulle donne?

Lo sguardo di un ragazzo
di Andrea Pardo
La scuola per me è stata un turbine di emozioni e come me ognuno ha l’opportunità di vivere questo intenso percorso di scoperta di se stessi e del proprio ruolo nella società. È il periodo in cui siamo portati a determinare chi siamo e cosa vogliamo ma anche chi non siamo e che cosa non vogliamo.
In cinque anni di liceo ho osservato i miei compagni e ciò che porto con me è l’importanza che viene data alle relazioni, alle amicizie, all’amore e alla sessualità. La scuola è un’importantissima “agenzia”, cioè è il luogo dove le cose si fanno realmente, di socializzazione: qui ho osservato come le norme sociali vengano stabilite esplicitamente o implicitamente tra pari nelle conversazioni di tutti i giorni. Tra compagni, soprattutto tra maschi, si discute su cosa sia una ‘red flag’, che livello di gelosia sia tollerabile, se sia giusto o meno fidanzarsi con l’ex dell’amica/o, cosa sia importante nel sesso, quale sia il modo corretto di litigare e di farsi valere, avere voce.
Insomma, anche se dal sistema scolastico non arrivasse nessun input, qualsiasi ragazzo o ragazza che vive cinque anni di scuola ne uscirebbe profondamente cambiato nel modo in cui vive le relazioni. Sia i ragazzi che le ragazze hanno insicurezze profonde legate al loro genere. Siamo tutti vittime di pregiudizi e aspettative semplicemente per il nostro sesso biologico: talvolta ci si aspetta dai ragazzi che facciano la prima mossa o che offrano la cena mentre invece dalle ragazze che non si mostrino troppo disponibili o che siano sempre belle e curate.
Ho capito in questi anni che le nostre insicurezze derivano spesso da questi preconcetti ma anche che questi preconcetti si possono decostruire. Non esiste un modello giusto o normale di relazione se non quello dell’ dell’amore e del pieno rispetto di se stessi e dell’altro o dell’altra.
La mia professoressa di letteratura italiana ha sempre avuto a cuore l’educazione affettiva e attraverso lo studio di autrici e autori ci ha guidati ad interrogarci su cosa sia il rispetto e la consapevolezza di sé e ci ha trasmesso modelli di educazione sana. Mi resta nel cuore la poesia di Montale “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale”, che mi lascia il segno chiaro della potenza di un amore profondo che dà valore alla persona percorre la vita insieme a noi.
Anche la poesia pascoliana mi ha offerto mille spunti di riflessione sulle mie emozioni e sui sentimenti che guidano le mie azioni quotidiane: dalla sacralità del mistero dell’amore con l’insicurezza dell’ape tardiva “che trova già prese le celle” de “Il gelsomino notturno” al dolore cupo del lutto e della perdita dell’infanzia del “X Agosto”. Il mio percorso scolastico mi ha permesso di sentirmi vicino e grato ad autori di epoche passate proprio grazie al carattere universale delle emozioni: ho empatizzato immediatamente con l’accidia che Petrarca confessa al maestro, Agostino, nel suo Secretum. Sono stato Dante che si perde nella selva oscura ed ha paura perché dalla selva non sa venir fuori, ma scopre che la via c’è.
Un altro percorso, collegato al lavoro fatto in classe attraverso i classici, che mi ha segnato profondamente è quello di educazione affettiva con le psicologhe del centro antiviolenza Thamaia che è proseguito con l’ideazione e la realizzazione del corto “Corri, Giulia”. Le psicologhe ci hanno portato a confrontarci sul tema delle relazioni e dalle nostre parole sono emersi pregiudizi radicati o sottili pensieri, invisibili prima, legati al bisogno di controllo su chi pensiamo di amare. Ci hanno guidato a riflettere e a cercare nella nostra cultura e dentro di noi le radici di questi atteggiamenti: ho capito che sono alla base e il frutto nello stesso tempo della stessa cultura patriarcale che porta alla violenza di genere e che bisogna intervenire alla radice del problema e considerare i femminicidi e gli episodi di violenza all’interno di questo sistema.
Abbiamo riflettuto sul fatto che anche gli uomini possono soffrire a causa dei pregiudizi patriarcali: parlando della violenza sugli uomini, le psicologhe hanno sottolineato che spesso gli uomini non vengono creduti quando denunciano perché ci si aspetta che siano forti e sempre vincenti. Non a caso tra i miei compagni mi è capitato di vedere minimizzate le molestie nei confronti dei ragazzi proprio perché la sessualità maschile è vista in modo profondamente asimmetrico rispetto a quella femminile.
Grazie a queste esperienze, ho seguito con attenzione le vicende sull’educazione sessuo-affettiva a scuola e sono convinto che per eliminare i pregiudizi e i semi della violenza il Governo dovrebbe implementare in modo diffuso un’educazione sessuo-affettiva che permetta ai giovani di vivere questo aspetto della loro vita in maniera serena e consapevole per prevenire atteggiamenti problematici o molesti. Ho avuto la fortuna di ricevere a scuola reale guida ed educazione affettiva, ma non è scontato che sia sempre così. Il ruolo dei docenti è fondamentale ma l’ausilio del supporto psicologico nella scuola è fortemente necessario. Queste figure professionali dovrebbero anche garantire a tutti i ragazzi e a tutte le ragazze dei progetti di sensibilizzazione che li coinvolgano radicalmente, dando loro la possibilità loro di esprimersi, raccontarsi e confrontarsi fra loro.
La scuola è un luogo veramente complesso che ci segna per sempre e le relazioni, le emozioni, la sessualità, il rispetto dell’altro sono parti fondamentali della vita di ogni adolescente: ogni ragazza e ogni ragazzo non è solo uno studente, è una persona. Credo che la scelta del ministero di richiedere il consenso informato dei genitori per progetti di educazione sessuo-affettiva sia fortemente miope, non solo perché è un ostacolo che rallenta questo tipo di formazione, ma anche perché spesso sono proprio i genitori a trasmettere i pregiudizi e gli atteggiamenti tossici che si cerca di eliminare. Chiedere il consenso informato vuol dire allontanare da queste iniziative proprio gli studenti e le studentesse che ne avrebbero maggiore bisogno.
