Di Pascal Bonitzer
Con Denis Podalydès, Anne Alvaro, Manuel Guillot, Irène Jacob, Dominique Reymond, Micha Lescot
Tratto dal romanzo “Maigret e i vecchi signori” di George Simenon, edito in Italia da Adelphi
Sono restata un po’ destabilizzata di fronte a questo Maigret stilizzato. Non solo perché Denis Podalydès nel suo loden è molto più snello del personaggio che alberga nel nostro immaginario, ma anche perché è tutto il film a giocare sulla sottrazione. Come se la sorniosità ruspante dello storico commissario che aveva le fattezze di Jean Gabin e Gino Cervi avesse fatto una cura dimagrante e di asciuttezza narrativa. Dura poco il nuovo film, meno di un’ora e mezzo, ma possiamo stare certi della fedeltà filologica perché fra i produttori figura anche il figlio di Georges Simenon, custode della memoria paterna.

Un altro aspetto mi lascia dubbiosa ed è l’ambientazione, spostata dal dopoguerra, un dopoguerra che si spingeva fino agli anni Sessanta del secolo scorso, agli inizi del nuovo millennio. Forse, perché a voler essere pignoli non tutto torna. Ci sono i cellulari (Maigret ovviamente resiste), ma gli abiti si rifanno agli anni Ottanta, o anche Settanta. Le donne indossano camicette con nastri, hanno acconciature cotonate, sopracciglia sottili, tutto molto rétro. E poi la pipa stona, un residuo ottocentesco in un’ambientazione che vuole essere moderna. In conclusione, qualche pasticcio con la coerenza dei tempi c’è.

Una giustificazione si potrebbe forse trovare per via dei protagonisti della storia, tutti anziani (e anche chi non lo è, lo sembra) e del milieu sociale: ricchi aristocratici legati ai tempi che furono.
Il film si apre con la convocazione di “qualcuno che conti” al Ministero degli Esteri. Il superiore di Maigret non ha dubbi su chi sia l’uomo giusto da mandare. Ecco allora il nuovo smilzo e silenzioso commissario interpretato con eccessiva misura da Denis Podalydès apprendere l’omicidio di Monsieur Berthier-Lagès, un facoltoso ex ambasciatore. La fedele domestica lo ha trovato nello studio, crivellato di colpi, uno fatale sul viso, e altri cinque post mortem, sparati un po’ a caso. L’indagine è ordinata e si concentra su una serie di interrogatori a tutte le – poche – persone del giro di frequentazioni del morto.

Prima di tutto la governante di una vita. Avara di parole. Poi il nipote antiquario, silenzioso e solitario, infine il personaggio più interessante, la principessa de Vuynes. Nell’appartamento dell’ambasciatore, impilate con ordine ossessivo, ci sono 50 anni di corrispondenza quotidiana fra l’ambasciatore e la nobildonna. Innamorati da sempre, non hanno mai potuto vivere il loro amore. Lei ha sposato per motivi di casata un uomo che non amava, lui ha collezionato una serie infinita di avventure. Tre giorno dopo la morte del marito della principessa, ecco che anche l’ambasciatore passa a miglior vita. Un caso? Proprio quando i due innamorati avrebbero potuto finalmente coronare una passione mai consumata che durava da 50 anni.

Il susseguirsi delle indagini è sobrio, senza colpi di scene, con un ritmo da vecchio sceneggiato televisivo. Il finale resta aperto e diverso dal romanzo originale. In tutti i Maigret le storie si concludono con precisione matematica, alla Agatha Christie, senza spazio per le incertezze.

Se penso alle più recenti trasposizioni dei gialli del grande Simenon, sento più vicino lo stupendo Gérard Depardieu diretto nel 2022 da Patrice Leconte in Maigret. E non solo perché Depardieu è più corpulento di Denis Podalydès: è una questione di calore. Laddove Leconte scalda e appassiona, Pascal Bonitzer ha scelto di sottrarre e raffreddare. Forse davvero troppo.
