Woman unknown di May El-Toukhy regista per metà danese e per metà egiziana, di 49 anni, unica regista donna in concorso a Venezia83, che si è presa il Leone d’oro più la Coppa Volpi per l’attrice Mathilde Arcel di 30 anni, è un bellissimo film «sul corpo femminile come campo di battaglia», ambientato nell’immediato Dopoguerra in Danimarca, dove si dava la caccia a persone, donne soprattutto, sospettate di collaborazionismo con i nazisti.
Woman Unknown si svolge nell’arco di cinque giorni consecutivi nelle settimane successive alla Liberazione, dentro un appartamento borghese di Copenaghen.
Marie (Mathilde Arcel) è la bambinaia e domestica di casa, e dorme con il padrone: Christian (Carsten Bjørnlund), industriale tessile vedovo che ha deciso di sposarla. È una Cenerentola.
Marie dovrà presentarsi all’altare con l’abito da sposa della prima moglie di Christian e, prima, portarlo in tram dalla sarta per farlo sistemare.
Come abbiamo visto in Rebecca – La prima moglie sappiamo già che quel vestito è una trappola.
Infatti, proprio a bordo di quel tram, il passato di Marie la raggiunge sotto forma di una vecchia conoscenza che metterà a rischio quella nuova vita tanto faticosamente guadagnata.
Nel frattempo, fuori, altre donne vengono trascinate per strada, rasate, marchiate con una svastica dipinta sulla schiena nuda. Sono le tyskerpiger, le “ragazze tedesche”, quelle che noi chiameremmo collaborazioniste orizzontali.
“Probabilmente molte delle storie che racconto, o che mi interessa raccontare, hanno a che fare in qualche modo con l’essere derubati della propria voce.”ha detto May.
«È stato un film molto difficile da realizzare dal punto di vista produttivo, logistico, ma soprattutto emotivo», ha dichiarato el-Toukhy. «Mi ha fatto andare avanti la necessità di illuminare tutte le donne sconosciute e invisibili che non hanno avuto una voce nella nostra Storia e ora mi sembra di esserci riuscita».
Da lì il patto con il direttore della fotografia Jasper Spanning: «La macchina da presa doveva essere sempre presente, stare vicina a Marie, quasi come se fosse posata sulla sua spalla. Non poteva mai trovarsi già dentro una stanza quando lei entrava, a meno che la stanza non fosse vuota e questo ci dicesse qualcosa sul suo stato d’animo. E non poteva seguire un altro personaggio per esplorarne la routine quotidiana: doveva restare incollata alla protagonista. E ogni volta che lei si trovava a tre metri di distanza da un altro attore o personaggio, la camera doveva restare altrettanto distante da quella persona. Quindi non potevamo stringere su un primo piano di qualcuno se lei non gli stava vicino».
Non esiste un solo fotogramma del film che sappia più di quanto sappia Marie. Ed è per questo che l’ambiguità non sembra mai un’informazione che il film ci nasconde, ma un’informazione che il film non ha.
Se vogliamo è il rovesciamento esatto di Carl Theodor Dreyer: lui nel 1928 racconta Giovanna d’Arco, incolla la macchina da presa alla faccia di Renée Jeanne Falconetti e filma in primo piano la tonsura: le forbici, i capelli che cadono, il viso che resta lì, senza più niente dietro cui nascondersi. Da quel momento, nell’immaginario occidentale, la testa rasata di una donna è un’immagine di martirio prima ancora che di castigo.
Dreyer aveva inventato il primo piano come luogo del martirio femminile, il volto in croce a riempire lo schermo; el-Toukhy quel primo piano se lo vieta, a meno che non sia Marie a decidere di avvicinarsi. La differenza tra guardare una donna soffrire e stare dalla sua parte passa tutta da lì.
Questo ha dato al film un carattere piuttosto proprio.
Vale lo stesso per la scelta dei colori, che spiega anche l’abito del red carpet.
La bandiera danese è rossa e bianca. La bandiera nazista è nera, rossa e bianca. Ha voluto restituire da dove venivano e verso dove stavano andando attraverso una visione cromatica molto rigida: i marroni e i grigi, e poi il nero, il bianco e il rosso. Con conseguenze pratiche non da poco per il reparto scenografia di Sabine Hviid, che la regista racconta divertita: «Ha richiesto moltissimo lavoro di scenografia, perché arrivavi in una stanza come questa e pensavi: “Ok, dobbiamo ridipingere tutto”. Ma è stato interessante». A May piacciono i dogmi, le regole, una struttura precisa, le semplifica il lavoro, perché la costringe a essere creativa proprio dentro quella cornice.
Per interpretare una donna senza nome e senza voce, el-Toukhy ha cercato una faccia che il pubblico internazionale non avesse mai visto. Le sembrava importante trovare una “sconosciuta” per questa parte, non un’attrice con un’identità già consolidata nella coscienza collettiva. Dà al personaggio una sorta di misticismo: vogliamo conoscere Marie nel film, e allo stesso tempo ci chiediamo: “Chi è questa giovane attrice, questa Mathilde Arcel?”. Perché quel volto non lo conosciamo da prima, e questo ha un’importanza enorme».
May El-Toukhy nel ricevere il Leone d’oro ha esclamato: «Sono probabilmente la “donna sconosciuta” più conosciuta della Mostra»,
Lei è evidente che è una tosta, la regista danese-egiziana, ha sfilato sul tappeto rosso in un abito bianco impreziosito da nappine rosse, a ricordare una macchia di sangue, e ha fermato la propria première in Sala Grande perché i sottotitoli erano fuori sync, e questo avrebbe danneggiato la comprensione della storia.
Sono stata l’unica donna in molte situazioni» – «In un’intervista mi hanno chiesto: “Ti senti sola?”. Non mi sento sola, mi identifico con i miei colleghi maschi perché siamo tutti filmmaker, ma ho una sorta di solitudine esistenziale, anche se avrei preferito essere spalla a spalla con delle colleghe.
Ma spalla a spalla è, nonostante molto più giovane abbia inventato un nuovo cinema, con i suoi predecessori danesi, come Lars Von Trie e lo stesso Dreyer con sussurri e grida di Bergman.
Dopo il suo lungometraggio precedente, Queen of Hearts, la regista era alla ricerca di un nuovo tema da esplorare.
Mentre lei e la co-sceneggiatrice Maren Louise Käehne (già al suo fianco su Queen of Hearts) un quotidiano danese ha ripubblicato certe fotografie del 1943. «Mostravano una donna a cui erano stati strappati i vestiti di dosso. Era seduta, semi-distesa su una panchina, e si vedeva chiaramente che era in agonia. Sulla schiena le avevano dipinto una svastica».
Woman Unknown è un film magnifico in cui precipitare con il fiato sospeso, che rivendica, riuscendoci, la portata universale di una piccola vicenda anonima, mette in evidenza un fenomeno che coinvolse centinaia di migliaia di donne (e bambini) in pochi anni, nobilitando un racconto appassionante con una messa in scena di altissimo livello, sontuosa e soffocante, attenta ai dettagli senza risultare algida e ricca di un disperato calore umano che le donne cercavano, nonostante tutto, di conservare. In particolare Mathilde Arcel, nei panni di Marie, è straordinaria nel conservare dignità nella paura di perdere quanto conquistato con fatica.
Le donne hanno spesso pagato il prezzo della guerra con il proprio corpo: attraverso il controllo, la punizione e la violenza sessuale. Purtroppo, non si tratta di un fenomeno relegato al passato. Kvinde Ukendt indaga questi meccanismi e invita a riflettere su come il corpo e il desiderio femminili vengano percepiti e giudicati, non solo in tempo di guerra.
La leonessa May El-Toukhy ha ruggito e guadagnato il suo Leone d’oro!

Adriana Moltedo
Esperta di cinematografia con studi al CSC Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, Ceramista, Giornalista, Curatrice editoriale, esperta di Comunicazione politico-istituzionale per le Pari Opportunità. Scout.

1 commento
Mathilde Arcel ha meritato davvero la Coppa Volpi, e mi ha colpito molto come El-Toukhy trasformi il corpo femminile in un luogo di memoria del Dopoguerra. Da recuperare al più presto, anche solo per l’ultima mezz’ora.