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      OLTRE LA CATTEDRA: QUANDO LA SCUOLA DIVENTA CASA, FAMIGLIA E UMANITÀ

      By Nurgül COKGEZİCİ16/10/20260
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    Home»Costume e società»Cultura»Film»The Invite – Il piacere è tutto nostro
    Film

    The Invite – Il piacere è tutto nostro

    DolsBy Dols04/09/2026Updated:04/09/2026Nessun commento5 Mins Read
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    The Invite – Il piacere è tutto nostro, è un film  diretto da Olivia Wilde che torna alla regia, a distanza di quattro anni da Don’t Worry Darling (2022), con un’irresistibile commedia degli equivoci che prende in giro le convenzioni sociali e le dinamiche che regolano il rapporto di coppia.

    di Adriana Moltedo

    Con un remake sofisticato e ben recitato.

    Il film si apre con una citazione di Oscar Wilde che mette subito in guardia lo spettatore: “Bisogna essere sempre innamorati. Questa è la ragione per cui non ci si dovrebbe mai sposare.

    Olivia Wilde prende spunto da Sentimental di Cesc Gay (2020), già rifatto anche in Italia (Vicini di casa di Paolo Costella, 2022).

    L’appartamento come unità di luogo, quattro personaggi in scena, lo spazio che si rimpicciolisce per dilatare le nevrosi umane, gli ingredienti abituali per una commedia amara, claustrofobica e vagamente cinica, che può ricordare Carnage di Polanski.

    Lì c’era da risolvere una questione legata ai figli delle due coppie protagoniste,

    Qui la cena dovrebbe sancire la complicità e l’apertura mentale.

    Il pretesto narrativo è l’esplorazione del liberismo sessuale: una proposta di “condivisione” e poliamore che, anziché liberare i corpi, finisce per imprigionare le menti.

    L’intero film si regge sulla tensione crescente di una cena destinata inevitabilmente a sfuggire di mano, con quattro eccezionali protagonisti, e un’interpretazione fondata tanto sulla comicità del dialogo quanto su quella fisica.

    Seth Rogen è semplicemente irresistibile e Olivia Wilde non è da meno dando vita a un personaggio con una profonda vulnerabilità e insicurezza personale.

    Completano il gioco a quattro Penelope Cruz 52 anni , spagnola che nel film fa un miscuglio di lingue infernale, già David di Donatello, con alle spalle 7 films con Pedro Almodòvar, qui bionda in piena forma smagliante ed Edward Norton 57 anni, 4 candidature al Premio Oscar, uno degli attori preferiti di Wes  Anderson, i cui rispettivi personaggi si inseriscono alla perfezione nelle dinamiche della coppia Wilde/Rogen, andandone a scardinare progressivamente tutte le principali convenzioni, in particolare quelle sessuali.

    Lui, Seth  Rogen 44 anni, attore comico canadese, incarna qui lo smarrimento dell’uomo medio di fronte a imperativi sociali che non comprende, è Joe, musicista fallito che non suona più, e ora insegna controvoglia in una scuola; lei,Olivia Wilde 42 anni  di NYC – alla terza prova da regista – è Angela, bellissima moglie frustrata.

    Lei tenta – forse inconsapevolmente, o forse da abile stratega – l’ultima carta: invitare a cena all’insaputa del marito, che lo scopre a cose fatte, la coppia del piano di sopra, la psicanalista biondo cenere Pina e il pompiere Hawk, Falco, (Penélope Cruz e Edward Norton), “ufficialmente” per scusarsi dei rumori causati negli ultimi mesi con la ristrutturazione, in realtà perché in loro intravede la resistenza di una passione che per lei non è più di casa.

    Una farsa, rispettando tutto sommato la cifra di commedia sofisticata che non sfocia mai nel dramma puro.

    Wilde guarda al meraviglioso esordio di Mike Nichols Chi ha paura di Virginia Woolf? (1966), soprattutto per l’uso delle inquadrature e per il lavoro sul set design.

    Wilde è anche profondamente influenzata dal cinema di Woody Allen.  Un po’ nella critica agli schemi e alle convenzioni sociali attorno ai quali vengono costruite le relazioni di coppia, intrise di illusioni e aspettative, destinate inevitabilmente ad essere ridimensionate e disilluse come Io e Annie o Hannah e le sue sorelle.

    Ma soprattutto nelle piccole e grandi ipocrisie, nelle insoddisfazioni croniche e nei rancori che finiamo per riversare sul nostro partner, facendolo diventare il principale responsabile dei nostri mali, alla Bergman stile.

    Eccezionale la gestione degli spazi dell’appartamento, le cui pareti, finestre e specchi sono gli strumenti con i quali i personaggi vengono talvolta separati, talvolta avvicinati repentinamente, disegnando una coreografia tra le stanze dell’appartamento che accompagna l’escalation della serata.  Il tutto rielaborato con una sensibilità contemporanea e un gusto per la commedia con la quale Wilde riesce a reinterpretare cinematograficamente, come fece a suo tempo il film Nichols, l’impianto dichiaratamente teatrale del proprio testo di partenza.

    Da commedia degli equivoci a commedia sexy il film ragiona piuttosto su quel radicalchicchismo contemporaneo che confonde la fluidità dei costumi con la maturità emotiva: il sedicente liberismo sessuale di questa upper class sembra quasi un’ulteriore proprietà privata da esibire.

    Le incomprensioni nella vita matrimoniale non nascono dalla mancanza di comunicazione, bensì dal suo opposto: un surplus di parole intellettualizzate, un vocabolario terapeutico usato come arma contundente per non ammettere il fallimento del proprio legame. E’ l’analisi finale che fa la psicoterapeuta Pina ai vicini ingenui.

    Così dopo così tante parole il film trova anche un bel finale silenzioso, intimo, contrappuntato dal pianoforte che suona a quattro mani, quelle di Joe e Angela, l’immortale I’m Confessin’ (That I Love You).

    moltedo-film

    Adriana Moltedo

    Esperta di cinematografia con studi al CSC Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, Ceramista, Giornalista, Curatrice editoriale, esperta di Comunicazione politico-istituzionale per le Pari Opportunità. Scout.

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